Caro Cantone, il problema dell’Università italiana non è la corruzione

L’ascensore sociale nei nostri atenei è fermo, ma la colpa è di un sistema che non ha ancora deciso dove andare. Appunti sull'intervento del presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione alla giornata inaugurale dei corsi dell’Università del Molise.
Caro Cantone, il problema dell’Università italiana non è la corruzione

Raffaele Cantone (foto LaPresse)

Due giorni fa il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, è intervenuto alla giornata inaugurale dei corsi dell’Università del Molise. Qui ha richiamato, come fa da tempo, alla responsabilità più che alla legalità, alla necessità di investimenti pubblici sulle università e alla ormai celebre correlazione fra corruzione del sistema di reclutamento, ossia di accesso alla carriera, dei professori universitari e la fuga dei cervelli. Le prime due osservazioni sono ineccepibili. Il termine legalità è abusato e svuotato mentre la responsabilità (il rispondere a qualcuno) è l’unica strada per ottenere anche la legalità. Rimangono dei dubbi su come si crei il senso della responsabilità, ma la via è quella. Sul fatto che l’Italia in crisi non investa in ricerca e sull’assurdità di questa mossa per un paese territorialmente piccolo e con poche risorse naturali sfruttabili si è detto molto e fatto niente. Ma dirlo è sempre importante.

 

La correlazione tra fuga dei cervelli, livello basso del ranking mondiale delle università italiane e corruzione è invece molto più dubbia. In primo luogo, il sistema italiano era lo stesso – e forse peggiore – anche 30, 40 o 50 anni fa e i cervelli non fuggivano. C’era meno corruzione? No, c’erano più investimenti e l’università aveva soldi per assumere, e non c’era una globalizzazione di lingue, stili vita e saperi così avanzata come oggi. In secondo luogo, conoscendo molti colleghi italiani che insegnano all’estero, direi che la maggior parte di loro è mediamente allo stesso livello dei colleghi rimasti in patria, con esigue minoranze di eccellenze imperdibili e di mediocrità che sarebbe meglio perdere. Insomma, che i cervelli in fuga siano la causa della debolezza della ricerca italiana o della lenta crescita dell’Italia medesima è un’esagerazione che non corrisponde allo stile pacato e austero del dott. Cantone. Tuttavia, è vero che la fuga dei cervelli e la corrispettiva difficoltà di entrata di cervelli esteri segnalano che l’ascensore sociale universitario è quasi fermo e che ciò costituisce un problema serio per l’università italiana.

 

Ed è a questo proposito che occorrerebbe affrontare una questione culturale profonda. In Italia c’è la tradizione del sistema delle “scuole” di pensiero. E’ una tradizione che ha un senso preciso: quando un maestro produce un pensiero originale o una ricerca originale, occorre creare una filiera di studi e una fila di allievi che propongano, espandano, difendano quel pensiero. Certo, si creeranno gerarchie stringenti, ma si dovrebbero creare anche nuclei forti capaci di affermarsi internazionalmente. Solo che per seguire totalmente questo metodo, senza finzioni, occorrerebbe togliere i concorsi e passare alla cooptazione pura. La cooptazione corre il rischio di creare dei poteri assoluti e arbitrari ma espone i professori che fanno delle scelte a una responsabilità personale pubblica e trasparente.

 

Il modello opposto è quello del “merito”, tanto invocato ma poco capito. Quando la ricerca è di alto livello, in tutti i settori, il merito è difficilmente quantificabile, soprattutto negli studi fortemente teorici, ma in realtà è discutibile in tutti i campi. La valutazione nazionale della ricerca e tutte le obiezioni che sono state mosse a essa e al sistema di peer review hanno dimostrato quanto il merito sia poco oggettivabile. L’invocato “merito” delle università statunitensi non deriva dalla conformità a parametri oggettivi discutibili quanto a una norma, non scritta ma ferreamente rispettata, che impedisce di assumere in un’università le persone che vi abbiano svolto il dottorato.

 

Così le gare sono aperte, le lettere di raccomandazione sono esplicite e richieste e, sebbene vi siano le stesse spinte politiche delle università italiane, l’università cercherà il candidato “migliore” secondo vari parametri, tra cui quello della simpatia umana e dell’affidabilità che vengono provati facendo passare al candidato un paio di giorni nel dipartimento che ha aperto il bando. Risparmiando i lettori sul sistema dell’autonomia e del valore legale del titolo di studio che si legano a questo discorso, vorrei solo far notare che si tratta soprattutto di una logica opposta a quella della “scuola”. Il maestro non avrà mai gli allievi che lavorano insieme a lui, ma potrà al massimo avere allievi che si affermano in altri luoghi.

 

Sono due concezioni opposte per l’affermazione e la continuazione di un pensiero. Bisognerebbe andare decisamente verso l’una o verso l’altra, evitando le vie di mezzo, che sono quelle che creano la poca trasparenza del sistema. I professori universitari italiani – presi nella loro totalità – non sono migliori né peggiori dei colleghi stranieri, né dal punto di vista morale né da quello scientifico. Se l’autorità anticorruzione vuole davvero avere il ruolo “preventivo” che Cantone auspica, dovrà spingere affinché la politica, accademica e non, affronti questa profonda questione culturale e i precisi meccanismi che vi sono connessi, come quello della regola del cambiare università tra dottorato e assunzione. Non sono argomenti di facile decisione ma occorre sporcarsi le mani con le questioni tecniche che sono la “cucina” del sistema universitario e con le grandi decisioni sui modelli culturali che vogliamo perseguire. Data l’epoca di crisi, forse è giunta l’ora di occuparsene davvero.

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