Jeeg Robot e il successo ai David: anatomia di un film italiano che non sembra italiano

La cinematografia italiana guarda al passato come a un’irripetibile età dell’oro – con risultati polverosi. A parte qualche rara eccezione. Il film di Gabriele Mainetti: supereroi contemporanei e una Roma senza la retorica da “Suburra”.
Jeeg Robot e il successo ai David: anatomia di un film italiano che non sembra italiano

Anatomia di un film originale e splendidamente riuscito, perla rara nel cinema italiano (per le proteste dei registi mai presi in considerazione nella categoria “da applauso” sappiate che si sta formando la fila: prendere il numeretto e attendere il proprio turno). Contemporaneo, anche: “Lo chiamavano Jeeg Robot” si fa notare in una cinematografia che guarda al passato come a un’irripetibile età dell’oro –  la commedia all’italiana! Federico Fellini! Sergio Leone! la divina Sofia! il divino Marcello! – e quando tenta di imitare i maestri produce film più polverosi degli originali. “La dolce vita” ai tempi suoi fu fischiato perché era avanti. “La grande bellezza” non ha nulla di altrettanto dirompente, a guardarlo senza pregiudizi positivi (la doppietta con “Youth” toglie ogni residuo dubbio).

 

Contemporaneo non vuol dire “attuale” – come nella frase cara ai conduttori di talk show “e adesso affrontiamo un tema molto attuale”. Vuol dire contemporaneo, come in “arte contemporanea”. Non nel senso di “questo lo farebbe anche il mio nipotino di tre anni”, ma nel senso che riconosce, per fare un esempio, l’esistenza di un signore che si chiama Banksy e dipinge sui muri. L’ultimo graffito conosciuto, sul muro del campo profughi di Calais, mostra Steve Jobs con un fagotto da profugo in spalla e un Macintosh 1984 in mano (si afferravano da sopra, ricordate?, per trasportarli comodamente, e mai si era neanche immaginata una cosa simile: le previsioni dei pionieri informatici parlavano di computer giganteschi, saldamente controllati dai governi).

 

Nel film di Gabriele Mainetti – classe 1976, quindi esposto all’influenza dei disegni animati giapponesi che alla fine degli anni 70 invasero la tv, oltre a Jeeg spopolavano tra i ragazzini Goldrake e Mazinga, gli adulti come al solito deploravano la decadenza dei consumi culturali  – un graffito Banksy-style celebra le imprese del più sorprendente tra i supereroi. Romano di borgata, solitario, il sacchetto della spesa piena di budini alla vaniglia e dvd porno, fuggendo dopo un furto finisce a mollo nel Tevere e invece di beccarsi la leptospirosi diventa fortissimo. Abbastanza per svellere a mani nude un bancomat dal muro, e in quella posa da forzuto viene immortalato dal graffitaro anonimo. (Meno eroico il seguito dell’impresa: i bancomat maltrattati fanno esplodere le bombette di inchiostro, il piccolo criminale scontroso pare l’unico a non saperlo, quindi lava e stende le banconote nel tugurio a Tor Bella Monaca).

 

Contemporaneo vuol dire che il film, oltre al supereroe suo malgrado – della gente non gli importa, gli amici sino tutti morti malamente, salvare il mondo è l’ultima delle sue preoccupazioni – vanta uno psicopatico riuscito. Insomma, non Claudio Amendola alias Samurai che davanti a un morto ammazzato sentenzia: “E’ stata Roma”. Neppure un Elio Germano che batte il record di velocità da bravo figlio di papà a crudele sterminatore, avendo come nemico una famigliona di zingari (entrambi in “Suburra”: film ricco di regia, grazie a Stefano Sollima, quanto scarso di sceneggiatura, colpa di Stefano Rulli e Sandro Petraglia che hanno adattato il romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo DeCataldo).

 



 

Pare facile inventarsi un criminale psicopatico, non lo è per niente. Bisogna dosare bene gli elementi: le isterie, i sogni di gloria, i piani, le vendette di un criminale a una sola dimensione sono poco interessanti. Il cattivo deve affascinare – nel senso di non riuscire a staccagli gli occhi di dosso – e tanto meglio se traspare un po’ di fragilità. Bisogna trovare un tic – per lo Zingaro, una remota partecipazione a “Buona Domenica”, che lascia al nostro la smania di aver successo come cantante. Poiché siamo nella contemporaneità non bisogna riempire le sale ma accumulare visualizzazioni su YouTube (siamo anche un po’ più avanti, nel tempo: Roma è scossa dagli attentati, il telegiornale accenna alla “destra oltranzista”). Bisogna alternare momenti di calma a momenti di furia, e saper lavorare in controtempo: la prima volta che esplode e sbraita è per motivi tutto sommato futili.
Con i suoi occhi spiritati, la catena sul petto, gli stivali con tacchetto (molto chiacchierati ai piedi del candidato Marco Rubio), Luca Marinelli è straordinario. Non pare neanche lo stesso attore che avevamo visto in “La solitudine dei numeri primi” di Saverio Costanzo. Vuole fare il colpo grosso (quello che dovrebbe svoltare la vita e al cinema è sempre foriero di guai). Canta, nella buona e nella cattiva sorte (“Un’emozione da poco” di Anna Oxa e “Ti stringerò” di Nada), spaccia, tenta un affare di cocaina con Nunzia la zoppa, a capo di una banda di napoletani.

 

E poi c’è la ragazza. Ragazze così convincenti, dal punto di vista narrativo, ne avevamo conosciute soltanto nel romanzo di Niccolò Ammaniti “Come Dio comanda”, le amiche adolescenti Fabiana e Marina. Questa si chiama Alessia, è scombinata assai, cresciuta nel corpo ma infantile nella mente, e legge il mondo attraverso le avventure e i personaggi di “Jeeg Robot d’acciaio”: i cattivi esistono – e si fanno vivi prestissimo anche con lei – ma confida in Jeeg Robot che salverà il mondo. Quando diciamo “legge il mondo” vuol dire che lo legge proprio: usa i personaggi per orientarsi in un mondo che appare confuso anche a ragazze più sveglie o esperte.

 

Vale come esempio la scena al centro commerciale, quando descrive i clienti ricollegandoli all’universo mitico di Hiroshi, del doppio maglio perforante, della gente che parla “turchese”. E dunque se ne esce con la frase (la trascrizione fonetica del romanesco di borgata è superiore alle nostre forze, chiediamo perdono): “Dormono in un letto pieno di fiori, ma mica perché son morti, perché sono felici”. Ilenia Pastorelli è l’attrice, proveniente dal Grande Fratello dodicesima edizione. Ha una svagatezza e una presenza che vendica tutte le femmine smaniose e nevrotiche – architette, psicoanaliste, scrittrici, in genere interpretate da Laura Morante o da Margherita Buy – sopportate in questi anni. (Prima o poi bisognerà riconoscere che i programmi tv rivelano più talenti dell’accademia d’arte drammatica).

 

Guardaroba limitato ma perfetto, addosso alla tenera e scombinata Alessia, con una preferenza per il rosa e il fucsia. Si apprezza anche il fatto che Claudio Santamaria sia ingrassato venti chili per la parte del supereroe suo malgrado. Prova i suoi poteri piegando a fisarmonica un termosifone, dopo aver notato che le ferite curate con il nastro adesivo a tener fermo uno straccetto non pulitissimo guariscono da sole.

 



 

Non è invece tanto buono a scegliersi le scarpe, gli fa notare Alessia e insomma, solo alla fine – cotè travestimento, ché nessun raddrizzatorti esce in borghese e senza cappuccio in testa – arriva una sorpresa che non ci sentiamo di rivelare. Diciamo solo che la panoramica conclusiva su Roma, classico punto di vista del supereroe, riprende l’inizio del film. E diciamo che in materia di supereroi casalinghi Gabriele Salvatores sta girando il sequel di “Il ragazzo fantasma” (diventa invisibile dopo aver comprato un costume dai cinesi). In materia di supereroi americani sta per arrivare “Deadpool” di Tim Miller: il primo vietato ai minori non accompagnati, troppo sesso e troppa brutalità.

 

Se c’è una pistola in un racconto la pistola sparerà – lo insegnano Cechov e Tarantino, in mezzo tutti i geniacci che sanno costruire storie, possente calamita per la nostra attenzione. Anche i ferri da calza hanno il loro bel momento, nella sceneggiatura di Nicola Guaglianone e Roberto Marchionni in arte Menotti. L’ottima trama e i dialoghi azzeccati fanno sì che anche lo spettatore meno interessato ai manga giapponesi (per sfasamento generazionale o per gusto personale, ne esistono) veda il film senza annoiarsi.

 

Lo stesso vale per lo spettatore che a sentir nominare Tor Bella Monaca teme di essere risucchiato in un universo pasoliniano fuori tempo massimo. Non lo era, a guardar bene, neppure “Non essere cattivo”, film postumo di Claudio Caligari: le buone sceneggiature tengono lontana l’ideologia come l’aglio i vampiri, e le periferie non sono un’esclusiva della Città Eterna. L’uno e l’altro spettatore sospettoso, e pure chi fatica a collocare Jeeg Robot, troverà nel film motivi per arrivare fino alla fine, oltre che per divertirsi. E per chiedersi: cosa aveva fatto Gabriele Mainetti prima che lo scoprissimo alla Festa di Roma?

 

Aveva lavorato come attore, al cinema e in tv, e aveva girato una serie di cortometraggi. L’ultimo si intitola “Tiger Boy” (anche questo scritto con Nicola Guaglianone): il pop invece di entrare con i manga entra con il wrestling, ma di un altro supereroe casalingo si tratta. Un ragazzino che non vuole togliersi il cappuccio tigrato del suo lottatore preferito, né a casa né quando dorme né a scuola (dove in effetti gli servirà, il pericolo si annida proprio dietro la cattedra).

 



 

“Lupin III” – siamo sempre nell’universo dei cartoni giapponesi – è al centro di un altro cortometraggio intitolato “Basette”, con Valerio Mastandrea. Ha una sua originalità nel panorama italiano, questa volta il modello potrebbe essere la mitica serie di telefilm “Ai confini della realtà”, un altro corto intitolato “L’ultima spiaggia”. Una casalinga con Dino Abbrescia per marito mentre lui guarda il film pornografici si infila nel frigorifero di cucina, sbarcando in una spiaggia da romanzo rosa. Tramonto, sempre Dino Abbrescia però elegantissimo (di là nella vita reale è sempre in pigiama), tanghi assassini.

 

“Non sembra un film italiano” è la frase che torna utile anche in questa occasione (e non è un buon segno per un cinema che oltre a un glorioso passato vorrebbe avere anche un futuro). Osservare per credere le scene di violenza, atroci e coreografiche, anche con un tocco di ironia quando serve (e un dito del piede mozzato che ricorda “Il Grande Lebowski” dei fratelli Joel e Ethan Coen). Oltre alla regia, Gabriele Mainetti firma le musiche. “Lo chiamavano Jeeg Robot” non sembra un film italiano, come non sembrava un film italiano “Gomorra” di Matteo Garrone. Esce nelle sale il 20 febbraio, lo potete constatare da voi. 

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