Che cos'è stato Sora?

Cosa ci dice la chiusura (inattesa?) dell'app/social network di OpenAI per creare e condividere video generati con le AI, e perché Hollywood non è per questo più al sicuro di prima. Anzi. Quel che è certo è che la società di Sam Altman ha deciso di cambiare strategia, finalmente

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28 MAR 26
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Sam Altman (foto ANSA)

Quindici milioni di dollari al giorno: è quanto spendeva OpenAI, secondo alcune stime, per far funzionare Sora, la sua app per generare e condividere brevi video verticali. Basta questo dato per capire cosa abbia spinto l’azienda a chiuderla, questa settimana, dopo che per alcune settimane, alla fine del 2025, sembrava che Sora dovesse sconvolgere il settore televisivo e cinematografico, permettendo la generazione di video sempre migliori.
All’epoca, infatti, Sora ispirò discussioni tra l’apocalittico e il mistico sul futuro dell’intrattenimento. L’app, del resto, fu un successo immediato: raggiunse i 100mila download dall’App Store nel primo giorno e il milione in un tempo inferiore a quello impiegato a suo tempo da ChatGPT, che aveva fissato un record. Nella stessa settimana, anche Meta mise online un prodotto simile, Vibes, che non reggeva il confronto con la concorrenza ma contribuì a far sembrare questo futuro inevitabile.
Hollywood e gli studios ne furono terrorizzati perché l’app sembrava essere destinata ad automatizzare tutto – dai video verticali alle produzioni più grandi – ed era la perfetta rappresentazione del pericolo estinzione che viene paventato da molti influencer e startupper del settore AI. L’idea che, in futuro, avremmo guardato film e serie tv generate in tempo reale, cucite su misura sui nostri gusti: uno scenario che oggi appare ancora lontano.
Il periodo d’oro di Sora, infatti, non è durato a lungo. Già a gennaio, Techcrunch riportava un calo dei download del 32% rispetto al mese precedente, un segnale piuttosto grave visto che il periodo natalizio è di solito caldissimo, con milioni di persone che ricevono per regalo un nuovo smartphone e vogliono testarlo con le app del momento. Sora non era tra queste.
L’ultimo momento di gloria per l’app è arrivato a dicembre, quando Disney ha annunciato un investimento da un miliardo di dollari in OpenAI e la possibilità di usare in licenza i suoi personaggi per generare video con Sora. La chiusura dell’app ha portato anche alla fine di questo accordo, liberando da una parte Disney (e il suo nuovo CEO, che è entrato in carica in questi giorni) e dall’altra OpenAI.
La quale, come dicevamo la scorsa settimana, sta drasticamente rivedendo le sue priorità e abbandonando le “side quest” aperte dal suo capo Sam Altman in questi anni. Probabilmente, invece di parlare di “superintelligenza”, di investimenti da migliaia di miliardi di dollari e di nuovi dispositivi da sviluppare con l’ex Apple Jony Ive, OpenAI ha preferito fermarsi e guardarsi attorno.
Perché nei tre anni che ci separano dal lancio di ChatGPT il settore è cambiato, e molto, e la concorrente Anthropic (peraltro fondata da ex di OpenAI dopo una rottura con Altman stesso) ha creato prodotti di successo, specie tra i professionisti. Per non parlare dell’ascesa di Google Gemini, che rischia di rubare preziose fasce di mercato a ChatGPT.
La svolta “corporate” di OpenAI è stata quindi brusca e imprevista, specie per un’azienda che, alla fine 2025, aveva annunciato di voler permettere ai suoi utenti di avere conversazioni intime o erotiche con il chatbot. Una scelta controversa con cui OpenAI sembrava aver preso una direzione ben diversa, immaginando ChatGPT come un compagno di vita, un’AI da evocare per parlare di qualunque cosa, in qualunque momento. Come nel film “Her” di Spike Jonze, spesso citato da Altman.
Una mossa che si è rivelata sbagliata e soprattutto non sostenibile economicamente. A OpenAI servono utenti professionisti disposti a pagare per servizi concreti e utili: le fidanzate AI verranno in seguito – se proprio devono arrivare. Un’altra nota di interesse sul caso Sora è quello delle condizioni d’uso. La primissima versione dell’app, infatti, non aveva limiti di sorta e gli utenti potevano creare video con personaggi famosi o temi scabrosi. Il rischio di grane legali convinse OpenAI a tornare sui suoi passi, introducendo i cosiddetti “guardrail”, dei limiti e delle regole da seguire nell’utilizzo di queste AI. Furono anche queste a ridurre drasticamente l’utenza, rendendo Sora il villaggio fantasma che era diventato negli ultimi mesi.
Forse uno dei problemi dell’app era proprio questo: gli utenti non la percepivano come la nuova Hollywood ma solo come uno strumento con cui fare video scemi, offensivi o di natura sessuale. E quando questo non è stato più possibile, sono andati altrove. Dove? Su Grok, ad esempio, che nel nome della libertà d’espressione rende possibile tutto.
E poi c’è il tempismo: la fine di Sora è arrivata una settimana dopo l’annuncio della chiusura del metaverso da parte di Meta, a dimostrazione di come sia raro che un prodotto annunciato come inevitabile lo sia davvero.