Un viaggio con "Platone nella Silicon Valley"

Nel libro, l'autore Simone Regazzoni cerca di andare al cuore della questione, ossia se AI e pensiero potranno essere sovrapponibili, o se, invece, sono inevitabilmente e per sempre separati

di
16 MAY 26
Immagine di Un viaggio con "Platone nella Silicon Valley"

Foto Wikipedia Commons

L’intelligenza artificiale non è una tecnologia come le altre, è uno stravolgimento radicale del modo di essere nel mondo perché può modificare il rapporto tra uomo e pensiero. L’AI è, infatti, in grado di generare contenuti simbolici, ovvero di pensiero, spesso indistinguibili da quelli di un essere umano. E’ necessario, quindi, porsi almeno una domanda: cosa divide davvero, e in maniera insuperabile, l’intelligenza umana da quella artificiale? Secondo il filosofo Simone Regazzoni la differenza sta precisamente in ciò che l’AI non potrà mai avere: il corpo.
Nel libro Platone nella Silicon Valley (Ponte alle Grazie), Regazzoni cerca di andare al cuore della questione, ossia se AI e pensiero potranno essere sovrapponibili, o se, invece, sono inevitabilmente e per sempre separati. Platone, il filosofo della palestra, fa da perfetta sponda per questa riflessione. Per il grande greco, la filosofia era di per sé una attività agonistica in cui ne andava dell’intera persona, anima e corpo. Senza corpo, infatti, come è piuttosto evidente, non possiamo pensare. Pensiamo attraverso il corpo, con il corpo, con i muscoli, con la forza, e, soprattutto, con la fatica, con il dolore.
La scelta del dialogo, per Platone, riflette questa modalità agonistica di fare filosofia, questa sfida anche fisica, come pugili su un ring. Pensare è di per sé una sfida, uno scontro. Chi si ferma a pensare si rende perfettamente conto di come ogni attività di pensiero sia una fatica per venire a capo di qualcosa. Una sfida con altri o, comunque, sempre almeno con sé stessi.
Regazzoni si pone una domanda che può apparire stravagante: “Siamo ancora degni di pensare?”. Ma lo fa a ragion veduta perché spiega come la filosofia abbia a che fare con la “filoponia”, ossia con l’amore per la fatica. Pensare, come allenarsi, richiede sforzo, fatica. Hegel parlava della “fatica del concetto”, per esplicitare il percorso duro, pieno di sentieri interrotti, vicoli ciechi e muri all’apparenza insuperabili dinanzi a cui si trova il processo che ci permette di tentare di dare ragione del mondo, di comprenderlo.
Se l’AI fornisce l’illusione del risultato del pensiero senza la fatica necessaria a maturarlo, ecco che ciò che si trova a rischio è proprio il pensiero stesso, che non può maturare senza la fatica necessaria a formularlo. Il pensiero è, infatti, per sua stessa natura attività, e bisogna allenarsi per poter pensare. Il pensiero, come i muscoli, può svanire. Perciò è necessario dimostrarsi degni di poter pensare. Occorre prepararsi per farlo, allenarsi. Una macchina non può e non potrà mai farlo al posto nostro perché pensare ed esistere sono tutt’uno. Non può esistere un pensiero che non sia incarnato, visto che pensare ed essere nel mondo sono due facce di un medesimo movimento esistenziale.
Il pensiero non è semplice ricerca di efficienza. Non è, per dirla in termini semplici, un mero processo di massimizzazione dell’utilità o di minimizzazione del dolore. Regazzoni definisce, la nostra, “società dell’aponia”, in cui si cerca in ogni modo di evitare qualsiasi forma di sforzo, di fatica, tanto fisica quanto psicologica, di eliminare “ogni attrito con il reale”. Ma è proprio da questo confronto con il mondo dentro cui siamo che nasce ogni sfida del pensiero.
L’AI è imprescindibile. Le grandi tecnologie quando compaiono hanno il carattere della necessità, arrivano e non si può rinunciarvi. Proprio per questo, e a maggior ragione in questo caso, siamo però chiamati a riflettere su di esse. “Il pensiero dell’AI è strutturalmente un pensiero senza fatica: che conosce la fatica perché non ne fa esperienza e che ci permette di pensare senza fare esperienza della fatica”. Su questo bisogna vigilare perché vi è il rischio che l’AI possa diventare non solo un potenziamento delle capacità dell’umano ma una “sostituzione disattivante del corpo vivente”, fino a giungere a pensare per noi. Tuttavia, ciò non sarebbe più pensiero ma una sua mera, vuota, imitazione, pura potenza ri-combinatoria di ciò che è già stato. Un elenco di best practices per massimizzare l’utilità e minimizzare il dolore. In tal modo, l’AI appare davvero come la tecnica perfetta della società dell’aponia.
Per Regazzoni è necessario tornare a sentire la necessità del corpo, della cura di sé intesa nel senso più integrale di pensiero e corpo, di anima come principio vivente che è anche principio di movimento, di forza, di dynamis. Tutto è movimento. Lo sappiamo attraverso il nostro corpo. Servono individui forti, saldi, per poter dialogare con la potenza dell’AI. Individui che si ricordino di avere un corpo e che esso segna la distanza incolmabile tra quella forza vivente che esiste e che è in grado di generare, ossia noi, e quella forza in grado di ri-combinare i dati della nostra esistenza, l’AI.