No, il declino del calcio italiano non passa solo dalla Nazionale

Dai vivai abbandonati alla scuola dimenticata, passando per una federazione che governa senza visione: il fallimento è sistemico, non tecnico

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2 APR 26
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Gianluigi Donnarumma durante la partita contro la Bosnia Herzegovina (foto di Getty Images)

Esiste una differenza sottile, ma decisiva, tra una crisi e una resa. La mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali per la terza volta consecutiva non è più un incidente di percorso: è la certificazione di un sistema che ha smesso di funzionare. E, come spesso accade in Italia, il problema non è il talento. È l’organizzazione.
Basta guardare altrove. Il tennis italiano, con una base di tesserati pari a un quarto di quella calcistica, ha prodotto risultati straordinari negli ultimi anni. Il nuoto e le discipline olimpiche hanno costruito filiere efficienti, capaci di formare campioni con continuità. Il calcio no. Non perché manchino i numeri – oltre un milione di tesserati, decine di milioni di praticanti – ma perché manca ciò che dovrebbe organizzarli: una federazione capace di governare.
La FIGC è oggi il principale responsabile di questa debacle. Non tanto per le sconfitte, che sono parte del gioco, quanto per l’incapacità cronica di guidare un sistema complesso. Il calcio italiano vive una arretratezza istituzionale da età della pietra: sovrapposizioni di competenze, veti incrociati, conflitti endemici, dove il potere è diventato fine a sé stesso anziché strumento di sviluppo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: stadi fatiscenti, ricavi strutturalmente inferiori ai principali concorrenti europei, perdite consolidate, regole ossificate. Ma soprattutto: una frattura sempre più profonda tra la base del sistema e il suo vertice.
Il nodo più doloroso emerge dal tradimento dei vivai. Il calcio italiano ha progressivamente abbandonato i suoi settori giovanili, non per mancanza di risorse, ma di visione. Si è smesso di considerare il vivaio come il cuore pulsante del sistema, riducendolo a voce di costo da comprimere. Le seconde squadre sono arrivate tardi e in modo timido, sempre per resistenze della FIGC incapace di supportare Lega A e Lega Pro nel progetto; i centri sportivi sono pochi e spesso inadeguati; la formazione degli allenatori giovanili è frammentata e priva di standard condivisi; i bambini non tirano, non palleggiano, non affinano la tecnica, ma iniziano a subire lezioni di schemi in campo almeno due anni prima dei loro coetanei europei (ecco spiegato perché le nazionali giovanili italiane vincono, ben organizzate, ma poi dove finiscono quei giocatori?).
Altrove è accaduto l’opposto. La Germania, dopo il disastro di Euro 2000, ha imposto per norma l’investimento nei vivai e nel giro di un decennio ha vinto un Mondiale. La Spagna ha costruito una cultura tecnica capillare, che dalla Liga arriva fino ai campetti di quartiere: e nelle giovanili spagnole la tattica non si spiega in campo, ma nelle aule, perché il campo serve a giocare. L’Inghilterra ha trasformato le Academy in infrastrutture strategiche, luoghi dove si coltiva il talento con metodo scientifico. In Italia, invece, si continua a comprare ciò che non si forma. Del resto, le cause di questo declino sono state tutte messe nero su bianco anni fa, nel libro di Steven G. Mandis, What Happened to Serie A: The Rise, Fall and Signs of Revival (2018).
Roberto Baggio, nel suo dossier di cui non a caso si è parlato in questi giorni, lo aveva illustrato con lucidità: bisogna restituire centralità al bambino, al gioco, alla tecnica. Alessandro Del Piero ha ricordato che il talento non nasce per caso: va coltivato, giorno per giorno, campo per campo. Parole sagge, rimaste ai margini di un sistema sempre più concentrato sulle emergenze del presente e incapace di lavorare per le radici del futuro.
C’è però un nodo ancora più a monte, che nessuno vuole affrontare davvero: la scuola. In Francia, in Germania, in Olanda, l’educazione fisica e lo sport scolastico sono considerati parte integrante della formazione del cittadino e del potenziale atleta. In Italia, l’ora di educazione fisica è spesso l’ultima ruota del carro, sacrificata, depotenziata, affidata a strutture inadeguate. Il calcio nasce nei cortili e nelle palestre, non negli stadi. Se vogliamo ricostruire una cultura del gioco, dobbiamo partire da lì, da un patto serio tra la federazione, le società sportive e il Ministero dell’istruzione, che restituisca allo sport scolastico dignità, risorse e continuità. Non è un tema marginale: è il presupposto di tutto il resto.
A questo si aggiunge un errore di politica economica difficile da ignorare, ossia l’indebolimento del c.d. decreto crescita e del bonus fiscale per i campioni provenienti dall’estero. Quel regime fiscale, pur imperfetto nella sua costruzione, aveva restituito competitività alla Serie A, attirando talenti e investimenti internazionali e facilitando il rientro di italiani all’estero. E va dato atto al ministro Abodi di averlo difeso fino all’ultimo. Smantellarlo senza offrire alternative credibili ha prodotto un effetto immediato e misurabile: meno attrattività, meno qualità, meno risorse, con un costo aggiuntivo per le società di A pari nel complesso a oltre 100 milioni di euro. In un mercato globale, la neutralità fiscale è un’illusione: o si compete, o si arretra. E noi stiamo arretrando.
Il paradosso è che, mentre si penalizza la competitività, non si interviene sui nodi strutturali che davvero frenano la crescita. La Serie A ha smarrito identità anche nella forma. Lo “spezzatino” televisivo ha disperso pubblico e passione, polverizzando quel rito collettivo che è sempre stato il calcio della domenica. Ripartire dalla ritualità condivisa, dalla contemporaneità delle partite, dalla dimensione comunitaria non è nostalgia, ma è strategia industriale.
Senza una Lega Serie A realmente autonoma, però, ogni riforma è destinata a naufragare. Non si può costruire un’industria moderna dentro un sistema feudale. La FIGC deve fare un passo indietro, con meno controllo e più coordinamento. Perché le vere innovazioni, spesso, sono venute proprio dalle società. Dal Milan di Berlusconi e Galliani, che negli anni Ottanta ha reinventato il calcio come spettacolo globale, alla Juventus di Agnelli sino all’Atalanta dei Percassi o al Napoli di De Laurentiis, capace di coniugare sostenibilità e competitività in un contesto difficile. In mezzo, imprenditori come Lotito e Cairo, spesso bersagliati dalla critica, ma tra i pochi ad aver garantito stabilità, rigore gestionale e visione di lungo periodo.
Senza dimenticare le realtà di Empoli e Sassuolo che ancora oggi vivono con i loro settori giovanili, o gli importanti investimenti fatti da Arvedi a Cremona, da Stirpe a Frosinone, da Pozzo a Udine o dai compianti Commisso e Barone con il Viola Park. In un sistema fragile, questi imprenditori andrebbero tutti sostenuti, non delegittimati. Così come perfino gli investitori stranieri rischiano di risultare inefficaci se poi le loro risorse sono gestite all’“italiana” o catturate nei meandri della gestione imprenditoriale improvvisata che ancora contraddistingue le strutture della Lega Serie A.
Le soluzioni non mancano, a patto di avere il coraggio di metterle sul tavolo. La Serie A nel dicembre 2022 aveva presentato una serie di proposte, ma la FIGC le ha ignorate. Ripresentate e aggiornate dalla Lega nel 2024, la Federazione le ha poi riprese e fatte proprie almeno in parte. Ma non basta. Se il mercato globale ha creato squilibri insostenibili, l’UEFA riapra in Europa, a Bruxelles, il dossier Bosman nel segno dell’eccezione sportiva: il calcio non è una merce qualunque. Se il calcio è industria culturale, e lo è, con tutto il suo indotto economico e il suo peso identitario — lo Stato lo tratti come tale: incentivi fiscali strutturali per i vivai, investimenti infrastrutturali seri, semplificazione normativa e amministrativa reale. E, come detto, un accordo strategico con la scuola che rimetta il movimento fisico e il gioco collettivo al centro della formazione dei nostri ragazzi. Sono idee che Coni e Ministro dello Sport hanno prospettato, ma servono istituzioni pronte a sostenerle.
Negli anni passati la FIGC ha pensato quasi esclusivamente a esercitare potere, sugli arbitri, sulla giustizia, sulle leghe, opponendosi a qualsiasi ipotesi di riforma: basti citare il caso dell’emendamento c.d. Mulè, che nel luglio 2024 ha almeno rafforzato il settore professionistico, superando una resistenza feroce e illogica della FIGC. Non esiste dossier degli ultimi anni, dagli stadi ai giovani, che alla fine la Federazione non abbia bloccato o rallentato, salvo al limite appropriarsene per coprire le sue inerzie.
Ma più di tutto serve una nuova legittimazione culturale. Di fronte a questa arretratezza istituzionale, ci vuole anche un elemento carismatico capace di ridare senso alla missione. Figure come Del Piero, Maldini, Baggio non sono semplici ex campioni, bensì sono ponti tra generazioni, simboli credibili di un’Italia calcistica che ha saputo essere grande. Possono riportare i bambini nei campi e restituire credibilità a un sistema che l’ha perduta. Sono scelte che alcuni club hanno portato avanti con lungimiranza, se guardiamo l’Inter con Zanetti o la Juventus con Chiellini.
Il calcio italiano è sempre stato più di uno sport: è stato un rito civile, una lingua comune, uno specchio del Paese. La materia prima esiste, i bambini sognano sempre un pallone, ma la fine dei corpi intermedi ha colpito anche questo sport: senza parrocchie, senza campetti, senza una rete, la federazione ha mostrato tutti i propri limiti. Le scuole calcio costano. Le famiglie non sono sempre attrezzate. Il tasso di dispersione aumenta. Oggi il calcio rischia così di diventare soltanto un’arena di potere.
Per uscirne, bisogna ripartire da dove tutto è cominciato: dal gioco. Dai vivai, dalle scuole, dai cortili, dai parchi, dalle spiagge. Dalla tecnica, dal divertimento, dalla libertà di sbagliare senza che qualcuno lo trasformi in un dramma. Non dalle poltrone.
Il problema non è che l’Italia non va ai Mondiali. Il problema è che ha smesso di meritarseli e di far crescere campioni che potrebbero portarci di nuovo a giocarli. E finché non lo ammetteremo davvero, senza diplomazia, senza scuse, senza rinvii, continueremo a guardare il Mondiale degli altri in televisione.