L'età imputabile. Il “manifesto” del ragazzino di Trescore e le scappatoie inutili dell’algoritmo pedagogico

La Weltanschauung criminale del tredicenne potrebbe essere una scopiazzatura dai tanti format precompilati che rigurgitano sulle piattaforme. Sulla potenza degli algoritmi la battaglia è aperta, ma ciò che rimane fuori, soprattutto dai discorsi educativi fatti con l’algoritmo pure quelli, è il concetto di responsabilità

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28 MAR 26
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Una insegnante di 57 anni è stata trasportata stamani in condizioni gravi in ospedale a Bergamo dopo essere stata accoltellata da uno studente fuori dall'istituto comprensivo di via Damiano Chiesa di Trescore Balneario (Bergamo), 25 marzo 2026. ANSA/MICHELE MARAVIGLIA

Spiegano i social-ogici che il cosiddetto “manifesto” con cui il tredicenne di Trescore Balneario ha rivendicato il tentativo di omicidio della sua prof. (“la scelta non è casuale, è mirata”), se anche non è stato generato da un programma di AI, è comunque ispirato, scopiazzato, dai tanti format precompilati che rigurgitano sulle piattaforme o nel dark web (c’è sempre un “dark” web per esorcizzare lo spavento) frequentati da aspiranti e addict del mass shooting in cerca della versione paranoica più somigliante al proprio profilo. Il fenomeno è noto, questi precompilati “manifesti di violenza mirata” sono oggetto di studi accademici e dell’Fbi da almeno un decennio. Le analisi contenutistiche convergono tutte su alcune immagini, “sopravvivenza dell’ego e vendetta”, “persecuzione, annientamento, invidia”, ma pure “senso di diritto”. La Weltanschauung criminale del nostro potrebbe quindi essere una scopiazzatura, compresa la frase cruciale: “L’età minima per la responsabilità penale è 14 anni, quindi non posso nemmeno essere processato”.
Se non è un format precompilato, il tredicenne di Trescore ha la lucidità di un praticante d’avvocatura: “Dato che apparentemente i ‘bambini’ non sanno distinguere cosa è giusto e cosa no, userò questa cosa a mio favore. Non posso essere incarcerato”. Ci sono interi discount online per nutrire queste paranoie, c’è pure un’estetica fatta di magliette, messaggi ed emulazioni. Un’estetica di violenza dalla quale i tredicenni impunibili si sentono attirati. Basterebbe questo, per dover riconoscere che l’apocalittica idea di abbassare l’età imputabile al di sotto dei 14 anni non è poi così apocalittica. Del resto, se una giovane americana può farsi dare 3 milioni perché a sei anni era già così stordita da dipendere dai social, perché un accoltellatore tredicenne non dovrebbe sapere o potere rispondere di quello che fa? Ma lasciamo l’imputabilità penale dove sta, almeno finché qualcuno, giurista o pedagogista, vorrà ammettere che il problema esiste.
Ciò che è invece platealmente imputabile, agli adulti, è quel flusso di immagini senza realtà, tanto da sembrare uscito in automatico dalle piattaforme frequentate dagli addict dell’education e della psicoterapia, che a ogni smentita dei fatti si sforza di riproporsi come soluzione, ma è invece problema. Le eterne giustificazioni fatte a macchina. Per prenderne una autorevole, Massimo Ammaniti, “psichiatra, psicoanalista, da tutta la vita in ascolto dei bambini e dei ragazzi più fragili”. A Repubblica ha detto: “Sono ragazzi, inutile trattarli da criminali. Impariamo ad ascoltarli”. Punirli? Macché, “anche se c’è chi invoca il carcere sotto i 14 anni”, inorridisce lo psichiatra. Oppure l’altra faccia della stessa medaglia, l’accusa confinata alla dipendenza deleteria dai social (il “design persuasivo”, il “rifugio emotivo”). I veri colpevoli. Tutto molto giusto. Sulla potenza degli algoritmi la battaglia è aperta; la sentenza di Kaley è il caso del giorno, ma da anni il tema non è solo nell’allarme degli educatori e nell’allarmismo dei politici. Zuckerberg si era scusato nel 2024, in un’audizione al Senato degli Stati Uniti, ammettendo la pericolosità dei social. Una recente risoluzione del Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione di fissare l’età minima di 16 anni per l’acceso alle piattaforme. L’Australia lo ha già fatto. Tutto bene, forse anche l’età di accesso ai social (ma il dark web chi lo controlla? E l’accesso alla cameretta per verificare che non ci siano armi sarà regolamentato?).
Ciò che però non tiene è il considerare soltanto i social imputabili per tutti i fenomeni di devianza, violenza, o patologia comportamentale. Perché quel che rimane fuori, soprattutto dai discorsi educativi fatti con l’algoritmo pure quelli, è il concetto di responsabilità. Responsabilità personale, che viene prima della imputabilità penale. Ancora Ammanniti: “Trovare un’alleanza tra adulti e intervenire prima che la violenza si strutturi nella testa degli adolescenti”. Ma quando sia già ampiamente strutturata, davvero la colpa è solo di altri? Si metta agli atti, almeno, l’imputabilità morale (fermiamoci qui) dei genitori, prima ancora della solita scuola. Gli adulti che “smettono di educare e cominciano soltanto a reagire”, ha detto un educatore. Paolo Tartaglione, pedagogista e presidente della Cooperativa Arimo che accoglie adolescenti inviati dall’autorità giudiziaria, intervistato dal Vita.it, dice: “Si tratta di far capire loro che quello che fanno incide sul loro futuro e che il futuro non è necessariamente buio”. Esattamente la loro imputabilità, la loro responsabilità.