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Contro i social si leva un coro d’indignazione che grida all’Apocalisse antropologica. Un rito plurisecolare
L’invenzione della stampa fu accolta come un attentato. I romanzi? Intrattenimento volgare. Il treno? Una disgrazia. Da Gutenberg alla televisione, fino al cinema, ogni nuova tecnologia ha scatenato il panico morale dei custodi della civiltà. Prima di condannare i social, vale la pena ricordare che ci siamo già passati. E ogni volta avevamo torto
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13 APR 26

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Diamolo per assodato: i social sono brutti, cattivi e incitano alla delinquenza. Degradano la comune umanità. Scatenano la violenza e aizzano la sopraffazione di branco, manipolano i giovani, avvicinano la fine della civiltà, attentano alla democrazia, vellicano i peggiori istinti. E’ assodato, incontestabile. Partano le denunce: mettere alla sbarra il web, chiudere tutto, vietare, impedire. Però, occhio, evitiamo il rito plurisecolare delle lamentazioni sulla “fine della civiltà”, dell’allarme sui costumi smarriti “d’una volta”. Il coro dell’indignazione contro questi nuovi tempi di disfatta civile e di apocalisse antropologica. Cerchiamo di arginare il panico morale che da sempre accompagna l’irrompere di novità che allentano il controllo e favoriscono la “democrazia culturale”, gli individui solitari che ignorano le sane indicazioni - e le intimazioni - di chi si è sempre ritenuto depositario della verità e del gusto, direttore delle anime, sacerdote della Cultura e della Tradizione. Mettiamo a tacere il reazionario con il parruccone che sonnecchia in noi. Non diventiamo la parodia di quel tipo umano fulminato da Baldassar Castiglione, uno che di corti e cortigiani si intendeva molto: “Gli anziani quasi tutti laudano i tempi passati e biasimano i presenti”. E infatti, ecco una breve antologia, semiseria ma anche semicomica, di ciò che dovremmo evitare di ripetere.
Si cominciò con Johannes Gutenberg, uno dei benefattori dell’umanità. Agli inizi accolto invece come un grande corruttore di anime, un devastatore del vecchio mondo. Con la sua invenzione della stampa a caratteri mobili stava spezzando un monopolio, attentando alla supremazia dell’autorità consacrata. Persino la lettura diretta della Bibbia indeboliva l’autorità clericale abilitata al controllo delle coscienze. Si osava leggere i testi sacri senza il filtro delle mediazioni sacerdotali e tra i più fanatici inquisitori si intimò la censura della stessa Bibbia stampata, pericoloso “pomo della discordia”. Il frate predicatore Filippo della Strada si diceva sicuro che una medesima frase fosse “virgo haec penna, meretrix est stampificata”, pura se con la penna, meretrice se a stampa. Tutto era diventato pericoloso e sospetto. Con la nascita dell’industria culturale, la maggiore alfabetizzazione e la nascita di un pubblico femminile di lettrici che leggendo scoprivano orizzonti inconcepibili, persino gli autori dei romanzi erano vituperati come dei poco di buono, sabotatori della nostra civiltà. Nel suo monumentale La cultura degli europei Donald Sassoon racconta come il romanzo agli inizi sia stato “considerato un genere inferiore”. “Ogni passo avanti nella divulgazione, ogni rivoluzione tecnologica, ogni innovazione sono accompagnati da crisi di panico per l’imminente crollo della civiltà”, commenta Sassoon e “all’inizio dell’Ottocento molti guardavano con preoccupazione alla crescente passione per i romanzi nelle famiglie borghesi, temendone i possibili effetti sui soggetti più ‘impressionabili’ ”, che poi erano le donne e i bambini. Si sprecavano invettive contro un “intrattenimento volgare e dozzinale”, saturo di storie “futili e sciocche” che avrebbero compromesso per sempre la nobiltà della Grande Letteratura. I Dolori del giovane Werther di Goethe, la prima grande moda culturale dell’èra moderna (Napoleone diceva di averlo letto sette volte), scatenarono un’epidemia di suicidi, e tra i difensori dell’ordine infranto si invocarono le fiamme con cui bruciare quello “scritto vergognoso e pericoloso per tutti i lettori immaturi”: ricorda qualcosa? Un giorno lo stesso Goethe ricevette una lettera della signora Hohenhausen, madre di un ragazzo suicida, in cui si malediceva l’autore di quel romanzo sulfureo: “Un giorno Dio chiederà conto dell’uso pernicioso del vostro talento”. Del resto l’inquisitore che voleva mettere al bando Madame Bovary tuonava contro questa “seduzione dei sensi e della coscienza” fomentata nei lettori, e soprattutto nelle lettrici suggestionabili e vulnerabili. E infatti lo stesso Flaubert, che con Madame Bovary ha descritto le conseguenze rovinose della lettura di storie sentimentali nella mente “impressionabile” dei nuovi lettori, ha voluto sarcasticamente scolpire nel “Dizionario dei luoghi comuni” la massima simbolo di tutti i detrattori della democrazia culturale: “i romanzi corrompono le masse”.
Tutto era fonte di pericolo. Il giornalismo, che oggi rimpiangiamo come una forma tanto nobile di comunicazione culturale, veniva svilito come una fabbrica di “pettegolezzi”, sensazionalismo e maldicenza. Il treno, questa potenza che accorcia le distanze (Guicciardini scrisse che per arrivare a Burgos in Spagna da Firenze aveva dovuto affrontare un viaggio di cinquantadue giorni) e permette all’umanità di muoversi e di conoscere il mondo? Una disgrazia, perché come lamentò Thomas de Quincey, era più dolce lo scalpiccio della vecchia diligenza e più amara la terribile perdita che la meccanizzazione del trasporto avrebbe inflitto a un’umanità privata della lentezza con cui gustare il senso del paesaggio e della natura: “Questa velocità non era il prodotto di forze cieche e insensibili, in disarmonia con noi, ma viveva negli occhi infocati del più nobile tra gli animali, nelle sue froge dilatate , nel gioco dei suoi muscoli, negli zoccoli tonanti”. E mentre i letterati più raffinati manifestavano il loro malinconico disgusto, un editore geniale come Louis Hachette ideò a metà dell’Ottocento la “Bibliothéque des Chemins de Fer” da vendere nelle stazioni ferroviarie: figlio di una lavandaia, Hachette morì ricchissimo. Ma con la crescita dell’industria culturale proprio questa commistione di Arte e vile denaro venne subito vista come l’irruzione dei mercanti nel Tempio. Matthew Arnold si amareggiava per una “letteratura scadente” concepita per gente “con infimi criteri di gusto, alla stessa stregua di tutti gli altri oggetti destinati ai ceti medi”. Lo stesso Tocqueville deplorava che “il numero sempre crescente dei lettori assicura lo smercio di un libro anche se scarsamente stimato”. Nella bohème letteraria si maledicevano così gli avidi editori: “Sguazzate nel sangue e nel cervello degli editori”.
Nel campo musicale l’allarme sulla Fine della Civiltà connessa all’invenzione di nuove forme di spettacolo popolare ha raggiunto il parossismo. Si arrivò a scomunicare l’invenzione del pianoforte (che all’inizio era chiamato “fortepiano”), perché avrebbe profanato la sacralità della musica d’organo. Poi se ne fecero una ragione, ma il lamento con l’invenzione del pianoforte a muro, versione involgarita da stipare nelle case borghesi più anguste e meno spaziose dei saloni aristocratici, di quello a coda. Il violoncello, del resto, era considerato diabolico e comunque proibito alle donne perché si suonava abbracciando lo strumento con le gambe. Poi se la presero con il fonografo, che avrebbe distrutto, grazie alla “riproducibilità tecnica”, ogni “aura” artistica con cui venerare la musica dei tempi che furono. Ma se l’erano presa con i teatri dell’opera lirica e del melodramma, e anche le sale da concerto che ospitavano musica “commerciale” rompendo insieme il monopolio ecclesiastico, quello delle corti e quello dei salotti nobiliari dove si eseguiva la più composta musica da camera. E la Scala di Milano di cui tanto andiamo orgogliosi? Un posto, si scrisse, dove il pubblico era composto da “cuoche ed erbivendole”.
Si aveva paura di tutto, come le monache ospedaliere che ancora nell’Ottocento si battevano perché nelle facoltà di medicina (riservate ai maschi) si impartissero lezioni di ostetricia, o come la corporazione dei medici che perseguitò il dottor Semmelweis raccontato da Céline che per evitare la strage di partorienti esortava gli ostetrici a disinfettarsi le mani e a operare in ambienti asettici. Con la nascita della fotografia si gridò alla fine dell’Arte, con la nascita del cinema si gridò alla fine del Teatro. Con la televisione alla fine del Cinema, con Internet alla fine di tutto. A cavallo tra Otto e Novecento, ha scoperto Leonardo Colombati nel suo romanzo Non vi è più notte, le autorità sanitarie inglesi e la National Telephone Company avviarono una ricerca per rispondere all’allarme lanciato da chi denunciava il telefono avrebbe favorito la diffusione di malattie infettive, della tubercolosi e della difterite. Persino l’invenzione della penna a biro suscitò struggenti nostalgie per i pennini di una volta. Un giornalista francese descriveva così l’avvento delle moderne tecnologie dell’industria culturale: “Questa Francia ha più assassini, ladri, debosciati e vagabondi che non mezzo secolo fa”.
Con l’arrivo delle nuove tecnologie di riproduzione della musica l’allarme divenne l’annuncio di un’apocalisse suprema. Il grammofono fu accolto come uno strumento diabolico entrato di soppiatto in tutte le case per diffondere il suo messaggio infernale. Nei primi anni del Novecento, scrive il critico musicale del New York Times Alex Ross, “il compositore e direttore di banda John Philip Sousa ammoniva che la tecnologia della registrazione avrebbe distrutto la musica”, “fino al punto che non ci resterà neanche una corda vocale”. E ancora non erano stati inventati i microfoni, i nastri magnetici, gli Lp, la stereofonia, il transistor, il suono digitale, i Cd e l’Mp3 e chissà quanto altro ancora. Ovviamente non ci si poteva risparmiare nemmeno l’orrore per la potenza demoniaca della radio, la nostra cara radio, questo oggetto di inconsolabile nostalgia. La sua nascita venne salutata da Bruce Lenthall come la responsabile di nefaste “influenze omogeneizzanti” che avrebbero inesorabilmente minacciato “l’originalità del pensiero, la creatività e l’identità personale”. Secondo Ernesto Rossi, sulle colonne di un periodico laico e illuminista come Il Mondo, “la radio tende a convincere facendo appello ai sentimenti più elementari”, e faceva spavento la marcia trionfale del numero sempre crescente di abbonati radio. Era solo l’antipasto di invettive per la grande inquisizione contro la televisione colpevole di ogni nefandezza. La tv sopprime il contenuto delle idee miseramente sbaragliato dall’ “interesse visivo” tanto da costituire, indovinate, “un pericolo per la democrazia”, sosteneva il sociologo Neil Postman. Ugo La Malfa, in compagnia del Pci ovviamente, era fieramente contro la tv a colori perché quella nociva trovata da baraccone avrebbe diffuso nelle masse sprovvedute “spirito di imitazione e piatto conformismo”. Persino Federico Fellini non si sottrasse al coro denunciando “il Niagara televisivo, la cascata senza fine di immagini triturate, coriandolizzate e vomitate”. E Giovanni Sartori si scagliava contro il mostro del “video-potere” che fabbrica un uomo nuovo, destinato a soppiantare l’homo sapiens, l’homo videns frutto di un potere che “atrofizza la nostra capacità di capire”, fino a diventare uno strumento, testuale, “antropogenetico”, il laboratorio di un nuovo essere umano.
Il cinema, poi, era il male assoluto. Il film (anzi “la” film, come si diceva all’epoca) veniva visto come una minaccia mortale alla cultura tradizionale. Una forma di prostituzione. Un modo per “scaricare le basse voglie del volgo”. Gli intellettuali che al suo esordio se ne abbeveravano, incassavano molto denaro, vergognandosene oltremodo. In Italia Giovanni Verga si rivolgeva con questa supplica all’amica contessa Dina di Sordevolo a cui regalava, offrendole il ruolo di prestanome, i soggetti di molte sue garantendosi l’anonimato: “Ma tenetemi il segreto, vi scongiuro, di questa mia collaborazione cinematografica. Vi prego di non dire mai che io abbia messo le mani in questa manipolazione delle cose mie, non voglio confessarmi autore di simili contraffazioni artistiche”. E intanto dava indicazioni precise: “Se combinate per la ‘Storia di una capinera’, che è popolarissima, non dovete cederla a meno di 1000 lire”. E Guido Gozzano: “Il cinematografo oggi ha invaso talmente il campo e ha bisogno di soggetti e temi coi quali abbrutire il pubblico e accecare la gente”. Esemplare la novella di Luigi Pirandello I quaderni di Serafino Gubbio, operatore, dove il cinema è la metafora della disumana modernità industriale che trasforma tutto in merce, e Serafino si sente ridotto a semplice “mano che gira la manovella”. Nel giro di pochi anni Pirandello si esibirà nella scomunica del sonoro: non si fa che rimpiangere ciò che si era deplorato fino al giorno prima. Elémire Zolla, l’Adorno delle nostre contrade, non smetteva mai di deplorare. L’orrendo transistor “che trasmette singulti di schizofrenici, segno di nitida morte”. Ma soprattutto il cinema, veicolo di degrado antropologico, dove “la vertigine delle allusioni ultrarapide ha l’effetto di una droga, che deve essere comminata in dosi giuste a seconda del grado di assuefazione; il pubblico dei paesi fortemente industrializzati è giunto di norma a misure assai violente, e un dosaggio minore lo irrita”, a causa della “rapidità dei movimenti convulsi”.
Certo, il web e i social per molti aspetti fanno un po’ orrore. Ma le geremiadi sulla perenne Fine della Civiltà non fanno anche un po’ sorridere?