Dentro la Corte Costituzionale. Può decidere già a gennaio sul Melonellum senza stravolgerlo. Pitruzzella possibile relatore

La destra e Meloni temono i giudici, gli apparati come l’istat, ma in realtà la Consulta “moderata” può accelerare il percorso della premier. La non ostilità dei “sacerdoti”, i precedenti, e le tre insidie

30 OTT 26
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La Sala delle udienze della Corte Costituzionale a Palazzo della Consulta - foto Ansa

La sinistra che prende tempo lo sta solo perdendo. Le date e l’esito giocano a favore di Meloni. La sentenza della Corte Costituzionale può arrivare già a gennaio e l’orientamento è tutt’altro che ostile al Melonellum. Il 16 dicembre, al tribunale di Trento, ci sarà la prima udienza sul ricorso e subito dopo l’ordinanza verrà spedita ai presidenti di Camera e Senato. A quel punto il giudizio passa alla Corte Costituzionale, un monastero abitato da quindici giudici, quindici sacerdoti che adesso segnano l’ora delle prossime elezioni. La Corte non è l’Istat, quell’apparato che Meloni sta criticando, perché “più severo delle agenzie di rating”. Il neopresidente della Corte, Francesco Viganò, potrebbe affidare l’estensione della sentenza ai due relatori, i due costituzionalisti: Giovanni Pitruzzella e Massimo Luciani. Pitruzzella è il pupillo di Sergio Mattarella, mentre Luciani è il professore caro alla sinistra. Sbaglia chi teme, e lo teme la destra, il sabotaggio, i droni di Dario Franceschini, il “partito del potere”.
Puntare sulla Corte, su una sentenza che demolisca il Melonellum, e faccia la cortesia alla sinistra, le regali tempo, rischia di rivelarsi un clamoroso errore. Ha spiegato Sabino Cassese, ex giudice della Corte, nel suo “Dentro la Corte. Diario di un giudice costituzionale” (il Mulino) che “la sentenza è un esercizio logico intorno al precedente”. E i precedenti fanno suggerire ai costituzionalisti che l’impianto della nuova legge reggerà, e che le vere insidie sono due, del resto già note. La prima è la raccolta firme per i partiti, alta, troppo alta, di trecentomila, che potrebbe scendere a 75 mila. La seconda insidia riguarda l’alternanza di genere che può essere imposta anche per i capilista. Immaginare la Corte come un collettivo della procura di Milano è una stupidaggine. Racconta chi frequenta quelle stanze, e che può dare un colore alla tavolozza delle carriere, che la Corte si può oggi definire “tendenzialmente moderata”.
Il neopresidente Viganò ha un profilo di centro-sinistra, come l’ex presidente Marta Cartabia, ex ministro del governo Draghi. Viene dall’esperienza con Draghi anche Marco D’Alberti, che era suo consigliere giuridico. Oltre a Luciani e Pitruzzella, i più noti sono Luca Antonini, il vicepresidente della Corte, professore amato e voluto dalla Lega (non si perde una presentazione dei libri di Zaia), e c’è poi Filippo Patroni Griffi, ex presidente del Consiglio di stato, ex ministro del governo Monti. Ancora uno, in verità, e qui si arriva al cuore del governo Meloni, è Francesco Saverio Marini, che ha lavorato al fianco di Meloni, anche lui, come D’Alberti con Draghi, come consigliere giuridico. E’ una Corte che, vale ripetere, non è agitata da furori ideologici, che non vuole fare la Terza Camera del paese. Perfino Luciani, un professore che meritava già vent’anni fa la nomina a giudice costituzionale (era il Philip Roth della sinistra, il Nobel mancato) ha pubblicato un libro orizzonte dal titolo: “Ogni cosa al suo posto”.
La volontà della Corte è fare presto. Dopo l’ordinanza del Tribunale di Trento potrebbero passare “solo” quaranta giorni. In teoria si potrebbe arrivare a una sentenza già a fine gennaio. Quando Franceschini si interroga su Meloni e dice: “Sicuri che non voglia anticipare?”, vuole lanciare un allarme: attenti, Meloni avrà la possibilità di dimettersi e andare prestissimo al voto. La dissimulazione, a destra, fa parte del gioco. Hanno sentito dire a Salvini, Meloni e Tajani: “Da quelle parti, dalle parti della Corte, non ci hanno mai amati”. Si riferiscono a quegli apparati, procure, Istat, boiardi, Corte, che certo non hanno mai tifato destra. Potevate trovarli tutti seduti, alla Camera, alla presentazione del rapporto “Le leve della crescita” di Roberto Garofoli, il 27 ottobre, la Woodstock dei capi di gabinetto.
Un geniale Claudio Mancini, l’acatapano di Roma, l’amico di Roberto Gualtieri, lo ha chiamato “il partito che non c’è” e aggiunto: “Metteteli in fila, Manfredi, Garofoli, Franco Gabrielli e Salvo Nastasi. Sono tutti possibili ministri, le personalità più alte che abbiamo”. Questa volta, il “da quelle parti non ci amano” è scaramanzia. Meloni già a febbraio può dimettersi. Che lo faccia oppure no è quasi meno importante della sinistra disarmata, una sinistra che sta regalando lo ius soli ai nuovi Turigliatto, un vagone di Lenin dove manca solo il diritto di tribuna per Askatasuna. Ogni giorno salgono su quel treno, il Freccia Lenin, personalità che al primo voto di governo, decisivo, possono farlo cadere. La Consulta sceglierà in base al precedente. Rischia di farlo anche chi vota.