Parte l’armata Brancaleone del ricorso anti-legge elettorale

La Rete del voto da Lucia Annunziata a Romano Prodi, passando (tra gli altri) per Massimo D'Alema, Pierluigi Bersani, Fausto Bertinotti, Rosy Bindi e Marisa Laurito: tutti pronti a ricorrere contro lo Stabilicum in contemporanea, il 26 ottobre

13 OTT 26
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Foto Ansa

Un’armata, più che un esercito, nata dalla precedente battaglia per il “No” al referendum per la giustizia: un’armata Brancaleone orgogliosa di esserlo, in nome della comune lotta contro lo Stabilicum o Melonellum, composta com’è da costituzionalisti, avvocati e cittadini comuni e non comuni nel ruolo di ricorrenti. I parlamentari che hanno combattuto in Parlamento, invece, “lasciano il testimone alla società civile, in una sorta di staffetta”, dice la deputata dem Simona Bonafé, capogruppo per il Pd in Commissione Affari Costituzionali: una corsa in 30 tribunali in contemporanea. Il tempismo è tutto: l’obiettivo, infatti, è arrivare a una pronuncia della Corte Costituzionale prima del voto (“se saremo fortunati”, scherzano i promotori). E dunque, coordinati dal trio tecnico composto dai costituzionalisti Roberto Zaccaria ed Enrico Grosso e dall’avvocato Pietro Adami (con una squadra di colleghi volontari in tutta Italia), si tengono pronti i suddetti 400 ricorrenti, protetti da un fund raising utile a coprire le eventuali spese legali da condanna. La data chiave è il 26 ottobre 2026, giorno di entrata in vigore della legge, l’ora X. Il concetto è: statisticamente, in uno dei trenta tribunali, si troverà un giudice che delibererà in tempi utili per una deliberazione della Corte pre-voto.
Eccoli, i protagonisti: tra gli altri, Lucia Annunziata, Pierluigi Bersani, Fausto Bertinotti, Rosy Bindi, Stefano Bonaga, Massimo D’Alema, Massimo Giannini, Monica Guerritore, Marisa Laurito, Gad Lerner, Mario Morcone, Tomaso Montanari, Stefano Passigli, Armando Spataro, Romano Prodi e Sandro Ruotolo (e sono soltanto pochi tra i molti “big”). Accanto a loro, Articolo 21 e la Fondazione Demo del deputato dem Gianni Cuperlo, più una galassia di associazioni e la Cgil come sostenitore esterno. Le criticità da sottoporre al giudice riguarderanno il premio di maggioranza, l’autonomia delle basi elettorali, il premio calcolato su base nazionale anche al Senato; la libertà di voto e la selezione degli eletti; la parità di accesso e di genere; l’indicazione obbligatoria del candidato presidente del Consiglio; l’accesso alla competizione elettorale (le famose-famigerate 6000 firme). “La legge”, dice Zaccaria a nome della Rete del voto libero e uguale, “è gravemente incostituzionale”. Lo Stabilicum, rincara Grosso, è un “sudoku”.
Per la capogruppo di Iv-Casa Riformista Maria Elena Boschi, “Meloni si è fatta una legge elettorale su misura per vincere le elezioni, senza un vero confronto con le opposizioni. E ha sacrificato anche le conquiste delle donne”. “Il Melonellum altera gli equilibri costituzionali”, dice il deputato m5s Alfonso Colucci. Riccardo Magi, leader di Più Europa reduce dallo sciopero della fame, ribadisce i motivi: la legge crea uno “sbarramento insormontabile” alle forze che vogliano presentarsi senza avere già un riferimento in Parlamento. “Così si inficia la rappresentanza reale”, dice Filiberto Zaratti da Avs. Ed ecco che un campo larghissimo anti -legge prende forma con facilità (“magari fosse così anche per il resto”, sospira un deputato dem).