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Attaccata dalla tv russa (Vannacci tace), Meloni si impunta sul dl Sicurezza. L’agonia della legge elettorale
Gli insulti del Cremlino oscurano lo scontro interno: i rilievi del Quirinale, l'emendamento contestato e una maggioranza divisa tra responsabilità e correzioni d’urgenza. Tremonti e Boccia: "La legge elettorale? Morta". Tra propaganda e pasticci, il governo è sotto assedio
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22 APR 26
Ultimo aggiornamento: 08:21 AM

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini alla Camera (LaPresse)
Insieme al gas tengono riserve di sudiciume. La propaganda russa, il conduttore Solovev, attacca Meloni. Le rovescia addosso la volgarità da caverna, la accusa di aver tradito Trump, stretto accordi con Zelensky, di essere “idiota patentata”, e “vergogna dalla razza umana”. Qualcuno vuole acquistare ancora gas da loro? La sporcizia putiniana spazza queste ore da diritto creativo sul decreto Sicurezza, il decreto che nasce e muore come le farfalle. Anche la legge elettorale sta morendo, lo dice Francesco Boccia, “è finita”, lo pensa Giulio Tremonti, anche solo per dare un vitale scossone, “mi sembra morta”. Soffia il vento dell’incidente e si strattona Mattarella. È stata Meloni a volere questo decreto, al punto da far sapere ai suoi: o così o lascio.
L’unico prodotto senza dazi è la monnezza. Meloni viene insozzata dal Cremlino e riceve la solidarietà di Mattarella, “indignato”, Conte, Schlein, Salvini, Bonelli, Fratoianni, Tajani convoca ovviamente l’ambasciatore. Vannacci tace. L’insulto russo sovrasta la cronaca del decreto sciagurato, il Sicurezza, con questo emendamento che è figlio di nessuno perché la madre sta a Chigi. Alla Camera, il ministro Piantedosi difende lo spirito della legge e si lega al banco tanto che c’è chi si domanda se si sia portato il pitale dietro o se evita, astuto, l’uscita e l’assedio.
L’emendamento, quel contributo da destinare agli avvocati che favoriscono i rimpatri volontari, è stato definito dai dotti di Mattarella una specie di “patrocinio infedele”. Forza Italia e il suo Beccaria, Enrico Costa, il nuovo capogruppo, non si fanno vedere in Aula, ma FdI ricorda che era firmato da quattro relatori al Senato (Lisei, Gelmini, Occhiuto, Pirovano) e che il Colle lo aveva ricevuto già a metà marzo. Perché non c’è stato nessun rilievo allora? Salvini insinua il dubbio: “Il rilievo del Colle? Ormai non mi stupisco di nulla”. Solo Maurizio Lupi ha la grandezza di dire che “abbiamo commesso un errore, ma che la soluzione trovata è una buona soluzione, immagino del segretario Zampetti e da Mantovano”.
In pratica, si approva il decreto fallato e in Cdm si scrive un altro decreto con i rilievi del Colle. Si raduna alla Camera un caminetto con Schlein, Boccia, Braga, Bonelli. Conte alla domanda del Foglio dice che la soluzione del governo mette “in imbarazzo Mattarella perché il decreto, incostituzionale, anche solo per pochi minuti, vivrà”. Si cerca l’autore dell’emendamento come i critici cercavano l’identità del pittore Banksy. La Lega con il suo Bof indica la rotta che porta ai capigruppo di FdI, Bignami e Malan, mentre FdI indica Nicola Molteni, il viceministro della Lega, il signor non ci sto perché “io non c’entro”. Quel capoverso lo ha voluto Meloni tanto che il testo sarebbe scivolato da Chigi al Viminale e la migliore conferma arriva da Meloni che a Milano, al Salone del mobile, rivendica: “Il decreto non è un pasticcio e trasformeremo quei rilievi in un provvedimento ad hoc”.
Angelo Bonelli che di machiavellerie ne ha viste si interroga: “Non sono più certo che Meloni voglia arrivare alla fine della legislatura”. Sono quegli incidenti che nascono per caso e non si sa dove portano. Un termovalorizzatore (che non voleva Conte) fece cadere Draghi e se ne potrebbero citare all’infinito come si può citare il futurista intervento di Rossano Sasso che propone Vannacci al Viminale e Andrea Crippa, della Lega replica: “Come no! Vannacci lo stavamo tenendo caldo al posto di Mattarella”. E’ una maggioranza ormai spelacchiata malgrado il “forti, uniti, andremo avanti”. E’ spelacchiata su Federico Freni che non si merita questo veleno che ogni giorno si sparge dai corridoi della Consob e si propaga lungo la retta Camera, Senato, Chigi, redazioni. Per non farlo arrivare lì dove lo voleva Meloni (va ricordato), si mettono in circolo pareri contro e a favore. Oggi in Cdm il suo nome rischia di non esserci mentre si attende quello di Barelli, pronto a essere nominato viceministro per i Rapporti con il Parlamento, la ricompensa per le pulizie di primavera di Marina e Pier Silvio Berlusconi.
Anche i ministeri sono spelacchiati. Il ministero di Nordio avrebbe avvisato Chigi che quella parte del decreto sicurezza sugli avvocati era da matita blu ed è andata peggio quando si è proposta la soluzione: lo estendiamo a tutti. Alla Ragioneria, dove abita il Cigno di stato, Daria Perrotta, si sono messi le mani nei capelli e chiesto: e dove li troviamo i soldi? Giuseppina Di Foggia rinuncia ai suoi 7 milioni di euro (sceglie Eni). Rischiano di stare sopra il tre per cento, oggi finalmente si saprà, e di buttare a mare per un pugno di euro quel racconto sui conti in ordine e la verità è che sono contenti se accade perché potranno fare debito in libertà (che dirà Giorgetti?). Tremonti che del Mef resta ancora il Re Sole ricorda: “Quando si è al limite del tre per cento una soluzione si trova sempre. Il problema è che la Ragioneria è contro la Ragioniera e l’Istat è contro tutti”. Adesso si vedono solo manovre, manine e chissà cosa si nasconde…
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Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio