Conte, Salvini e il piano del gas per tornare dipendenti dalla Russia

I due ex soci del “governo del cambiamento” non hanno cambiato l’agenda filo Putin del 2018. Ma riaprire i gasdotti russi chiusi da Polonia e Ucraina è impossibile e non ha senso economico e politico  

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21 APR 26
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Giuseppe Conte e Matteo Salvini sono tornati ai tempi del “governo del cambiamento”, quello del “contratto” tra Lega e M5s che in politica estera prevedeva “una apertura alla Russia, da percepirsi non come una minaccia ma quale partner economico e commerciale potenzialmente sempre più rilevante”. Il governo dell’Avvocato del popolo puntava al “ritiro delle sanzioni imposte alla Russia” nel 2014 per l’occupazione della Crimea dato che i gialloverdi, con grande lungimiranza, ritenevano che Putin non costituisse “una minaccia, ma un potenziale partner per la Nato e per l’Ue”. Per i due ex contraenti del cambiamento non è cambiato nulla dopo l’invasione dell’Ucraina, quattro anni di bombardamenti, di aggressioni e ricatti energetici all’Europa. Bisogna comprare il gas da Vladimir Putin, dicono. “Facciamo subito un negoziato, arriviamo subito a una soluzione perché dobbiamo comprare il gas russo”, dice Conte. “Piuttosto che chiudere fabbriche, scuole e ospedali torniamo a prendere gas e petrolio da tutto il mondo, Russia compresa”, conferma Salvini.
A dare la stura al tema del gas russo è stato l’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, che proprio alla scuola di formazione politica del Carroccio aveva fatto una riflessione sulla necessità di “sospendere il bando, che scatterà il primo gennaio 2027, sui 20 miliardi di metri cubi di Gnl che vengono dalla Russia”. Nella confusione politica e mentale del dibattito pubblico italiano, la linea di Descalzi è stata strumentalmente fatta propria da Conte & Salvini per dire: “Torniamo a comprare il gas di Putin”. Eppure si tratta di due posizioni molto differenti, sia dal punto di vista politico sia da quello pratico. In primo luogo, andare avanti più lentamente sulla strada dell’abbandono del gas russo è diverso dal tornare indietro sui passi già percorsi. Inoltre, dal punto di vista tecnico, non è affatto chiaro come Conte e Salvini pensino di poter tornare a comprare gas da Mosca. 
L’allarme di Descalzi parte da una considerazione di fatto. La guerra in Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz hanno prodotto uno choc senza precedenti, che ha fatto sparire dal mercato globale il 20-25 per cento di oil & gas. Inoltre, per quanto riguarda il gas, l’impatto è destinato a durare anche se il negoziato dovesse liberare il traffico nel Golfo persico, dato che l’Iran ha danneggiato pesantemente l’impianto di liquefazione di Ras Laffan in Qatar, uno dei grandi esportatori di Gnl, che ora necessita di vari anni di lavori per tornare alla piena capacità produttiva. Questo nuovo contesto è il punto di vista di Descalzi ed è molto diverso da quello che aveva portato l’Europa, lo scorso dicembre, a decidere la progressiva eliminazione di ogni molecola di metano da Mosca entro il 2027: se allora si prevedeva di dover rimpiazzare nel 2026 circa 10 miliardi di metri cubi (bcm), 3 da gasdotto e 7 di Gnl, sui circa 33 bcm totali di gas russo ancora importato, adesso bisogna trovare altri 6-7 bcm di Gnl che mancano dal Qatar. In un mercato molto corto, con gli stoccaggi europei più vuoti del solito, l’impatto sui prezzi può essere importante. Pertanto, la proposta di Descalzi – bocciata anche dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni – è di sospendere o comunque rinviare l’entrata in vigore del ban europeo.
Tutto questo, su cui si può discutere dal punto di vista politico ed economico, è una questione completamente diversa dal ripristino delle forniture via gasdotto dalla Russia come accadeva prima dell’invasione dell’Ucraina. Un tema completamente assente nel dibattito politico europeo, eppure centrale in quello italiano. L’Europa ha ridotto del 90 per cento le importazioni di gas da pipeline e nessuno dei paesi che si sono emancipati da Mosca, molti come la Cechia o la Lituania con un tasso di dipendenza del 100 per cento, è intenzionato a tornare indietro. Se nel 2019 dai tubi russi in Europa arrivavano 179 bcm di gas, nel 2025 ne sono arrivati appena 17,5 che forniscono i paesi dell’Europa centrale più isolati (oltre che politicamente vicini al Cremlino) come Slovacchia e Ungheria. Ma se un ipotetico nuovo “governo del cambiamento”, guidato da Conte e Salvini, fregandosene dell’Ucraina volesse seguire la linea dei governi amici di Putin e volesse tornare a comprare gas russo potrebbe farlo?
Formalmente l’Europa, fino a pochi mesi fa, non ha mai sanzionato il gas russo: chiunque poteva continuare a importarlo. E’ stato Putin che, usando il gas come un’arma di ricatto nei confronti dell’Europa, ha iniziato a tagliare le forniture già nel 2021 – prima della sua programmata “operazione militare” – e soprattutto nel 2022 dopo l’invasione dell’Ucraina. Mosca ha progressivamente ridotto, fino ad azzerarlo, il flusso dai gasdotti Yamal che passa per la Polonia e dal Nord Stream che arriva in Germania. Poi ha unilateralmente cambiato le condizioni contrattuali nei confronti dei paesi europei, chiudendo i rubinetti a chi non si è adeguato. Ora, su quattro gasdotti russi, è attivo solo il Turkstream che arriva nell’Europa centrale, mentre gli altri tre sono chiusi: il Nord Stream è inutilizzabile dopo il sabotaggio del 2022 (e la Germania non ha intenzione di ripristinarlo), la Polonia ha interrotto nel 2022 il contratto con Mosca per il transito del gas attraverso Yamal e l’Ucraina ha fatto lo stesso a partire dal 2025 per il gasdotto che transita sul suo territorio. In sostanza, se pure Conte e Salvini firmassero un nuovo contratto con Gazprom, non potrebbero ricevere il gas senza che prima Varsavia e Kyiv non siglino un nuovo accordo con Putin. Un’ipotesi attualmente più che remota. Ciò significa che la proposta di Lega e M5s di “tornare a comprare gas russo” è inattuabile e quindi completamente inutile a risolvere il problema nel breve termine. Forse potrebbe avere senso in un ipotetico futuro, che tutti si augurano, se mai ci sarà un accordo per una pace giusta che comporterà garanzie di integrità e sicurezza per l’Ucraina, ma è di là da venire e in ogni caso, con la capacità produttiva globale di Gnl prevista in aumento di 345 bcm entro il 2030, la scarsità di gas e il rimpiazzo di 20 bcm di Gnl russo non saranno più un problema. Tra l’altro, proprio l’Eni sta contribuendo a realizzare questo scenario di totale autonomia da Mosca con i suoi investimenti in altri quadranti del mondo, in Asia e America latina, dove il rischio geopolitico è più basso (sono di ieri le notizie della scoperta di un nuovo giacimento di gas in Indonesia e di un accordo per raddoppiare la produzione in Venezuela, mentre è di due mesi fa l’accordo d’investimento con Ypf in Argentina per due impianti di Gnl).
C’è infine un altro punto che Lega e M5s ignorano più o meno consapevolmente. E’ vero che ora l’Europa paga sul Ttf il gas a 40 euro/MWh perché fatica a sostituire il gas russo, ma nel 2021 – nei mesi precedenti l’invasione dell’Ucraina – il gas era arrivato a 100 euro/MWh perché Putin usava il taglio delle forniture come un’arma di ricatto politico. Allora l’Europa pagava il costo della dipendenza dalla Russia, ora paga il prezzo per l’autonomia. Tornare indietro, come vogliono Conte e Salvini, sarebbe per l’Europa un suicidio economico e politico.