I “calci” di Meloni: Urso, Gravina, il 3 per cento. Il “caso” Piantedosi

Vuole le dimissioni del presidente Figc, ha il guaio del ministro delle Imprese, deve sforare il 3 per cento con l'Ue se vuole trovare risorse. E ora c'è pure il caso che riguarda il ministro dell'Interno

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2 APR 26
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ANSA/ANGELO CARCONI

La stabilità di Meloni è al tre per cento come il Patto (che si deve sforare). Vuole le dimissioni del presidente della Figc, Gravina (attese per oggi), ha il problema Urso e si aggiunge... Chi diceva “meglio tirare a campare, che tirare le cuoia” non conosceva il ministro “strategicamente straordinario”. E’ Urso una foglia di questa maledetta primavera. Promette miliardi che non ha, immagina un mondo che non c’è. L’unico ministro che Meloni vorrebbe sostituire, e vuole, lo deve tenere, e un altro che non vuole sostituire, Piantedosi, diventa un caso per una relazione sentimentale (presunta). Salvini sogna ancora: al Viminale, al Viminale!
Giorgetti non si presenta al tavolo di Urso con gli industriali e ci manda il vice Leo, l’ex sottosegretario Delmastro viene censurato all’unanimità dal Parlamento e gira una battuta feroce di Enzo Amendola, ex ministro del Pd: “Faceva beneficenza ai Carroccia? A questo punto poteva scaricarla dalle tasse”. C’è inflazione perfino di richieste di dimissioni. Non si contano quelle che Lega, FdI, Abodi, inoltrano al presidente della Figc, Gravina per la mancate qualificazione dell’Italia al Mondiale (Gravina si dovrebbe dimettere oggi) ed è una contesa anche la nuova nomina. E’ Meloni a spingere Abodi a uscire, a chiedere la testa (ancora una) di Gravina perché “la situazione è insostenibile”, a dire il vero se le attendeva già ieri notte. Al posto di Gravina si dice Malagò (ma la Lega?) o Alberto Zangrillo, il medico del Cavaliere, ex presidente del Genoa. Nei ministeri si aggirano monatti che annusano odore di carcassa. I funzionari iniziano a dubitare della permanenza dei loro ministri. Alla riunione di Urso e gli industriali per Transizione 5.0 la soluzione è stata trovata da Daria Perrotta e Federico Eichberg, il capogabinetto di Urso, che fa già benissimo il lavoro di Urso, basta solo promuoverlo. Sono loro due, Perrotta ed Eichberg, ad aver individuato i 200 milioni ulteriori per accontentare Confindustria, ma deve essere tanto bassa la fiducia che hanno gli industriali in Urso se Paola Carron, presidente di Confindustria Veneto Est, avvisa: “Accogliamo favorevolmente l’esito del tavolo. Confidiamo, nell’arrivo, al più presto, del decreto attuativo”. Al più presto. C’è una scena favolosa, durante il question time, sempre di Urso, a cui non si può chiedere di salvare l’Ilva ma solo se stesso (e ci sta provando). Il capogruppo di Italia viva, Davide Faraone, prende la parola e propone un minuto di silenzio per le aziende fallite e quando dice: “Lei, caro ministro vive su Marte, ha costruito un labirinto di norme”, si sente rispondere da Urso che il ministero “è riuscito di aumentare”. Vanno trovate le risorse per il taglio delle accise ma denaro non ce n’è e presto vedrete (lo si comincia a dire sottovoce in Lega) Trump potrebbe prendersi un altro “no” sull’aumento della spesa militare Nato. Per la Lega “sarebbe un grande problema”. Sarà una necessità sforare il tre per cento, quel patto di stabilità che è il tormento di Giorgetti e Meloni. Dice Marco Osnato, il presidente della Commissione Finanze di FdI: “Il tre per cento è un obiettivo che abbiamo, e manteniamo, e che ci permette di avere spazi fiscali, adeguati, ma detto questo, l’Europa potrebbe ragionare, in un momento così difficile, e avere un atteggiamento meno restrittivo, soprattutto su energia e catene di approvvigionamento”. Domani in Cdm verrà prorogato, fino a fine mese, il taglio delle accise. Vale mezzo miliardo e verranno mantenute le stesse tariffe, viene aggiunta una misura a favore di pesca e agricoltura, gasolio agricolo. Si lavora a una misura da salario, contro il lavoro povero, a favore dei rider, con Calderone, in vista del primo maggio. La strada è lastricata di buone intenzioni, come lo sghignazzo. Una storia personale, intima, una relazione (presunta) fra il ministro Piantedosi e Claudia Conte, che lavora in Rai, che conosce benissimo la Lega, viene rivelata dalla giornalista con una frase: “Non lo posso negare, però sono molto riservata”. Lo fa in un’intervista a Money.it concessa a Marco Gaetani, giornalista che ha lavorato a Radio Atreju di FdI. Si alza il venticello, la manina. FdI la allontana, la Lega risponde: “Non scherziamo. E’ stato il capo di gabinetto di Salvini”. Edoardo Ziello, il vicegenerale di Vannacci, pensa: “Può essere che ci sia una manovra della Lega per indebolire Piantedosi”. Salvini lo riceve al ministero, per gli auguri di Pasqua, Avs dice già il “ministro deve chiarire”. Dal momento Sigonella (a proposito, Crosetto viene a riferire in Aula il 7 aprile) siamo già passati al momento “un’ora sola ti vorrei”. Piantedosi è un prefetto, non ha mai esibito la forza, è stato sempre impeccabile nelle uscite. Sempre. Non parla. Attende di vedere chi scriverà oggi che lui abbia favorito qualcuno o qualcosa. Si è sempre chiamato “tirare a campare” ma Meloni così non campa.