Politica
Le strategie possibili •
Incubo proporzionale per il centrodestra: che fare?
Il discorso di Conte .e gli scenari futuri tra Conte "traballante", voto evocato e altre ipotesi. Intanto la Lega fantastica un governo

Roma. “Dopo il martedì c’è il mercoledì”. Non lo dice Matteo Salvini (che poi dirà, annunciando il no alla fiducia, “è un dovere mettere in discussione un governo che ha fallito su tutto”). Lo dice l’ex segretario pd e deputato di LeU Pierluigi Bersani. E però il mercoledì (oggi), giorno del voto sullo scostamento di bilancio, per il quale la maggioranza assoluta non è un optional, è la data cui si guardava, fin dal martedì, anche dal centrodestra, che ieri sera perdeva, causa voto di fiducia per Conte, due senatori di FI (Maria Rosaria Rossi e Andrea Causin).
E si guardava pure a giovedì e venerdì, dal centrodestra, e non senza ansia, specie ora che il proporzionale è piombato sul tavolo. Giuseppe Conte l’ha detto alla Camera e in Senato: si impegnerà perché una legge elettorale proporzionale veda la luce. Non è una cosa qualsiasi, e anzi per qualcuno può assumere i contorni dell’incubo, nell’incertezza del domani e nella non perfetta sovrapposizione di linea (anzi) tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Meloni l’ha ripetuto a ogni vertice, chiamando in causa una sorta di divina coerenza: al voto punto e basta.
E la Lega sembrava a un primo sguardo muoversi sul binario, con quei “la strada maestra sarebbe il voto” che ieri i parlamentari leghisti consegnavano ai cronisti, e però il binario a un certo punto virava, e non a caso gli stessi leghisti aggiungevano un “vediamo che cosa succede”, tanto più che Conte faceva capire che senza i numeri si andava a casa e tanto più che Salvini, nei giorni scorsi (ma in politica un giorno può ribaltare il quadro), era apparso concentrato su quella che, ieri, in una nota congiunta del centrodestra, veniva chiamata “l’alternativa”.
Quale e come, questo è il problema. Dalla parola “alternativa”, infatti, passano scenari diversi: addirittura, la settimana scorsa, dalle riunioni Lega-FI-Fdi, era emersa l’idea (indicibile?) di un assetto post-Conte raggiunto con l’aiuto di Renzi, ipotesi poi scomparsa dai ragionamenti, anche se ieri ne restava l’eco (c’era chi raccontava di un Renzi “che ormai parla più con la Lega che con il Pd”).
“Al lavoro per l’alternativa”, diceva dunque il centrodestra di fronte all’apertura di Conte al proporzionale che, tradotta in realtà, potrebbe far evaporare la coalizione (e se alla Lega non piace l’idea di una minore presa sugli alleati proporzionalizzati, da FI, conti alla mano, trapela inquietudine). C’è poi il discorso del “e se”: e se Conte risultasse – se non oggi, domani – molto traballante su numeri già risicati, sarebbe possibile ottenerli per il centrodestra, i numeri, per quello che il capogruppo leghista in Senato Massimiliano Romeo ieri evocava al grido di “un altro governo è possibile”, domandando a Conte se per caso non fosse lui il problema, e non i due Mattei?
Ma, tra l’invenzione di un’alternativa (difficile anche per Salvini) e il temporeggiare perché “non è il momento”, si inserivano piccole sfumature leghiste, in attesa delle parole del leader, che a sera rispondeva a Conte con un elenco caleidoscopico del tipo “da Che Guevara a Madre Teresa” ma ribaltato a destra, mettendo insieme sovranismo e papa Wojtyla, pace fiscale, esproprio proletario, studenti e insegnanti, Cina, Europa, Monte dei Paschi, poltrone e pensioni, famiglie e San Patrignano, suo modello per un’Italia “senza droghe libere”. C’era spazio pure per la rievocazione delle offese di Beppe Grillo ai senatori a vita.
Restava il problema dello scenario. Prima che parlasse Salvini, nel dibattito interno leghista, il senatore Stefano Candiani aveva sottolineato il gradimento per un eventuale governo di centrodestra ma non per un governo di altro tipo, e il deputato Massimiliano Capitanio aveva detto “il fatto nuovo è che persino alla Camera la maggioranza non è così solida”, e il senatore Toni Iwobi aveva denunciato “compromessi pericolosi per il paese”, mentre il deputato Edoardo Rixi aveva riflettuto sul Conte “Mr Magoo che cade da un lato e si risolleva dall’altro”, indicando la preferenza per il voto o per un governo di centrodestra, ma spingendosi oltre: “Se si dovesse aprire un dialogo serio su fondi europei e infrastrutture, ci si potrebbe sedere attorno a un tavolo, ma dipenderebbe con chi”.
Per un Claudio Durigon lapidario (“non ci possiamo permettere un governo di minoranza”), c’era un Massimo Garavaglia sibillino (“il Parlamento è sovrano”). Prima della conta, in FI, Antonio Tajani si mostrava fiducioso (con Berlusconi): “Non ci risultano defezioni”, e però poi c’era la sorpresa. E il portavoce dei parlamentari di FI Giorgio Mulè bocciava Conte (“propone il voto si scambio”). Calava la notte e il centrodestra si specchiava inelle sue inqu
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Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.




