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Quando se ne vanno? I fatti non bastano

Il caos italiano spiegato con il grasso del potere che legittima l’assurdo

Giuliano Ferrara

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ferrara@ilfoglio.it

24 Gennaio 2019 alle 06:00

Quando se ne vanno? I fatti non bastano

Milano, murale dell'artista TvBoy: "La guerra dei social" con Luigi Di Maio e Matteo Salvini (foto LaPresse)

La domanda delle domande, che corre sulla bocca di molti, è: quando se ne vanno? Un’alternativa politica e parlamentare non c’è, allo stato, quindi niente garantisce un esito positivo di un’eventuale crisi, che rovesci il peggio delle tendenze venute fuori con il voto del 4 di marzo del 2018 e la formazione avventurosa, con il contratto fra due minoranze faziose che fanno maggioranza, del governo del cambiamento. Tuttavia si insiste: quando se ne vanno, come si può continuare così in economia col ristagno e la diffusione di un confuso assistenzialismo clientelare di massa, in politica estera con l’isolamento e lo sfascio, in devastazione delle istituzioni come programma di ogni giorno, occupazione di tutti i luoghi di potere, esibizione di ruffianerie che superano perfino quelle del passato, mascheramenti, bullismi contro i tentativi di integrazione degli immigrati, proclami antisemiti, forconismi, complottismi, idiozie? C’è chi dice che la fiammella si sta consumando più velocemente del prevedibile, chi dice dopo le elezioni europee, ma è un si dice, un chissà balbuziente, si va a tentoni, a intuito, nessuno in verità sa niente, nemmeno gli autori della grande truffa.

   

Proviamo a individuare, per essere realisti, l’unico successo vero di questa classe demagogica e discutidora, esibizionista, velleitaria ma sbandieratrice. Sono riusciti, questo sembra il punto, a portare alle sue conseguenze di parata la fanfara della rottura di sistema senza però essere costretti a rompere il guscio di regole fondamentali, la gabbia, dell’Unione europea, dei suoi rapporti di solidarietà tra alleati e partner, della sua moneta senza la quale l’intero progetto del cambiamento, così perfettamente italiano, così volgarmente pittoresco, affonderebbe inesorabilmente. Stanno un po’ di qua e un po’ di là, con il piede in due staffe. Quando la Grecia raggiunse quel limite, in tutt’altro contesto, e si trovò obbligata a scegliere, sappiamo come è andata. L’Italia a quel punto è riuscita per adesso a non arrivare. Sono arrivati di rincalzo i gilet gialli, che lì tirano sassi e bloccano strade, qui fanno la stessa cosa ma al governo del paese. La Merkel fa quel che può e che obiettivamente, senza più al suo comando il partito di riferimento (Cdu e Csu) e con la crisi galoppante della socialdemocrazia, è poco. Per ogni dove, dalla Spagna alla Polonia alla lega anseatica dei super ricchi, da Londra a Budapest, tira un’aria di buriana più o meno sotto controllo, più o meno meteorologicamente prevedibile. Allignano l’espansionismo russo, il disimpegno caotico americano, le guerre commerciali. Che l’Italia sia incasinata come mai prima nella sua storia è considerato parte di una geografia generale del disordine, più che uno scandalo individualizzabile.

    

Così la governabilità ha cambiato di segno. Il tuìt e il post, lo spirito cazzaro, regnano incontrastati, i sondaggi registrano la nuova morfologia ferragnez della comunicazione politica, e chi si occupa delle cose sode, qualche presidente di regione, il sindaco di Milano, la Lega del nord imprenditoriale e bottegaia, residui di istituzioni, un pezzo dell’opposizione politica, associazioni e movimenti tra cui un sindacato che speriamo in ripresa, si ritrova per ora con un pugno di mosche in mano: è il fascio debole della politica, desolidarizzata, delegittimata, prostrata davanti alle tecniche di vendita all’incanto dell’antisistema che viaggia con le cautele del sistema e le protezioni del guscio di regole ancora teoricamente, virtualmente in vigore, contro il fascio forte dei pronunciamenti sconnessi, attivistici, vitalistici, gridati e fervorosi il giusto. Inoltre, e non è un particolare da poco, questi occupano tutto l’occupabile, è considerato non si dica decente ma inevitabile uno spoils system barbarico, privo di una qualunque razionalità, robe che mai nemmeno Craxi, Berlusconi o Renzi hanno osato pensare possibili. Asini che attaccano asini dove vogliono.

    

Quando se ne andranno a casa? Teniamo anche conto del piacere animalesco, giovanile e buzzurro, non professionale, tribale, di stare insieme, Truci e Balconari, uniti nel grasso del potere che legittima l’assurdo, e teniamoci stretti alle nostre incertezze previsionali.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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  • stearm

    24 Gennaio 2019 - 16:04

    Gli effetti dei governi sulla crescita nel breve periodo sono però relativamente limitati, perchè altre variabili giocano un ruolo più determinante. L'esistenza stessa di un cilco economico è da considerare una regolarità empirica (un pò come le maree). Per fare un esempio, Trump si trova da un anno e mezzo in una fase ascendente del ciclo iniziato prima che arrivasse al potere, probabile che, a prescindere dall'impatto delle politiche messe in atto nell'ultimo anno e mezzo, questo ciclo durerà ancora per un certo periodo prima che inizi una fase recessiva. Ed è probabile che le politiche dell'ultimo anno e mezzo influenzeranno l'intensità e la durata della prossima recessione. Lo stesso vale per le politiche di questo governo, ovvero che il rallentamento dell'economia italiana nel 2018 sia dipeso in prima linea da fattori fuori dal controllo del governo, ma che gli effetti delle politiche attuali influenzeranno più la durata e l'intensità della crisi nel medio periodo.

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  • eleonid

    24 Gennaio 2019 - 14:02

    Ben detto uniti nel grasso del potere! Ma la domanda è , su quanto grasso possono ancora contare. Perchè al momento questi signori stanno facendo la loro rivoluzione col grasso accumularo dai loro predecessori . E non mi riferisco ai politici, che gira e ti rigira ultimamente sono tutti fatti con lo stampino . Ma agli italiani che ci hanno preceduto e che ci hanno messo tutta la loro vita per farci crescere nel grasso . Durerà? E quanto durerà? Non credo che le elezioni europee che tutti aspettiamo con ansia potranno darci una risposta adeguata a tale domanda. Certo si potrà constatare quanto gli italiani viventi si siano resi conto del casino in cui ci stiamo cacciando. Ma la fanfara che costoro stanno suonando, facendo la parte in commedia di essere forza di governo e di opposizione, fino ad ora si sta trascinando dietro un sacco di gente speranzosa di raccogliere caramelle, dolci, soldi e chissà cos'altro ancora.

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    • stearm

      24 Gennaio 2019 - 20:08

      Durerà Eleonid. Hai mai visto un bambino dire alla mamma che ha mangiato troppe caramelle?

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  • carlo.trinchi

    24 Gennaio 2019 - 14:02

    Costruire un’alternativa, altrimenti saremo allo sfascio. Costruiamo credibilità altrimenti non vi è via di uscita alle chiacchiere. La ricostruzione è difficile da comprendere se viene da coloro che hanno spinto il popolo credulone a mandare questi al governo. Se malgrado le incongruenze da questi commesse gli stessi hanno consenso vuol dire che chi c’era prima di loro non si deve ripresentare ma vanno cercate facce e partiti nuovi. Il cosiddetto centro è un ago della bilancia e non una massa determinante, quindi la ricerca deve scendere a livelli di popolo che pur non grida vuole concretezza. Se così non si farà caro direttore aivoglia a spremersi le meningi su quello che è e non su quello che vorremmo avvenisse.

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  • stearm

    24 Gennaio 2019 - 14:02

    Una cosa sola manca in questa analisi, la divisione ormai netta a livello politico tra Nord e Sud. Capisco che la Lega in confronto al partito della redistribuzione senza crescita (del neo-sofista Grillo) può essere visto, ad essere molto ottimisti, come un argine e concediamo pure che gli amministratori leghisti siano amministratori discreti (ma qui più che ottimismo, bisogna rallegrarsi di rotonde e capannoni). Nonostante ciò, la contraddizione di fondo rimane, può la Lega aspirare a rappresentare gli interessi di tutto il Paese? E' da trent'anni ormai che a questa domanda si preferisce non rispondere, anzi si preferisce non porsela proprio. Il collante era Berlusconi, uno capace di parlare alla pancia di tutto il paese e amatissimo al Sud, ma è proprio al Sud che l'avanzata dei redistribuzionisti è inarrestabile o almeno lo è stata (con punte del 70% alle scorse elezioni). Non per essere catatrofista, ma il compromesso Lega-M5S può anche essere l'ultimo compromesso unitario.

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