Benvenuti nel paese di Balconaro e Cialtronaro

Claudio Cerasa

Il caso Carige ci dice che i pozzi dell’Italia sono stati avvelenati da un virus chiamato sfiducia

Un’opposizione con la testa sulle spalle, piuttosto che trasformare il caso Carige nella dimostrazione plastica delle contraddizioni del governo rispetto al rapporto tra la politica e le banche (avete-fatto-come-noi non è esattamente un messaggio fulminante per creare un’alternativa), avrebbe dovuto cogliere l’occasione dell’approvazione del decreto legge sulle “disposizioni urgenti per la tutela del risparmio nel settore creditizio” per spiegare agli elettori che il vero tema del caso Carige non è l’incoerenza del populismo ma l’ingresso del nostro paese e del nostro governo in una fase politica in cui i populisti iniziano a raccogliere ciò che hanno seminato.

 

Il collasso di Carige non è solo una storia che ci racconta cosa significhi per una banca essere amministrati da una governance non capace, ma è prima di tutto una storia che ci dice qualcosa di importante su quali siano per un paese i rischi di essere guidati da un governo incapace di creare fiducia. Può sembrare una questione tecnica, ma la necessità da parte del governo di dare la possibilità a Carige di attivare una garanzia statale sull’emissione di obbligazioni è lo specchio perfetto dello stato in cui si trova non soltanto il sistema bancario ma l’intero paese.

 

Carige non paga solo lo scotto di una cattiva amministrazione ma prima di tutto il prezzo di un impossibile ricorso al mercato causato da un contesto economico carico di sfiducia che ha reso impraticabile la strada delle emissioni di obbligazioni per finanziarsi sul mercato libero. E che dallo scorso agosto a oggi nessuna banca italiana abbia fatto più ricorso all’emissione di obbligazioni sul mercato libero (l’ultima ad averlo fatto è stata Intesa, dopo lo ha fatto anche Unicredit ma rivolgendosi a un unico investitore, Pimco, e ottenendo tra l’altro un finanziamento a un tasso di interesse molto alto, 7,8 per cento) non è un caso ma è un dato che si spiega in un modo lineare: l’instabilità e l’incertezza prodotte dall’inaffidabile governo italiano hanno generato un clima di sfiducia tale da aver reso più difficile e più oneroso tanto l’emissione di un titolo di stato quanto l’emissione di un bond di un’azienda.

 

Rispetto all’accelerazione della crisi di Carige è una buona notizia il fatto che il governo, tradendo i suoi ideali, abbia deciso di non essere indifferente di fronte al possibile collasso di una banca, ma non è una buona notizia invece una circostanza ancora più importante che dovrebbe risaltare a un occhio attento: i pozzi dell’economia italiana sono stati avvelenati da un virus letale chiamato sfiducia e il dramma dell’Italia è che ci sono alcuni problemi che si possono risolvere attraverso un decreto mentre altri problemi purtroppo per decreto non si possono risolvere. E rispetto allo scenario dell’anno che si è appena aperto, accelerare la crisi di una banca potrebbe essere persino l’ultimo dei problemi prendendo in considerazione il vero terreno sul quale il collasso della fiducia rischia di avere un effetto mortale per l’economia italiana: la recessione del nostro paese.

 

Se la prossima settimana l’Istat certificherà il segno meno del pil anche nel quarto trimestre del 2018, dopo il meno 0,2 per cento già registrato nel terzo trimestre, l’Italia sarà a un passo da una recessione che non soltanto ha contribuito a determinare ma di fronte alla quale si presenterà senza avere gli strumenti per provare a dominarla. Da una parte c’è una legge di Bilancio che, aumentando la pressione fiscale invece che abbassarla (più 0,4) e sacrificando gli investimenti pubblici piuttosto che valorizzarli (solo 300 milioni aggiuntivi rispetto all’ultima manovra), è espansiva nelle forme ma recessiva nella sostanza, come ha notato anche l’Ufficio parlamentare di bilancio bollando la manovra come “chiaramente recessiva almeno per il biennio 2020-2021”. Dall’altra parte c’è invece una totale e irresponsabile superficialità del governo che, pur essendo consapevole della possibile e imminente recessione, non si rende conto che avere evitato la procedura di infrazione è stato sì necessario per non intaccare ancora la fiducia del paese, ma non è stato sufficiente (lo spread oggi, 8 gennaio, ha chiuso a quota 273, in rialzo). Il caso Carige ci ricorda tutto questo e ci dice in modo chiaro che i problemi della settima potenza industriale del mondo non sono legati a questioni esogene ma a questioni endogene autoindotte dalla politica di Balconaro e Cialtronaro che hanno permesso al nostro paese di essere quello che quasi nessuno è disposto ad ammettere: il vero e forse unico malato d’Europa. Si scrive Carige, ma si legge Italia.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.