I taxi del No

Alberto Brambilla

Roma. L’espressione “taxi del mare” l’ha coniata nel 2017 Luigi Di Maio, all’epoca vicepresidente della Camera e ora vicepremier e ministro dello Sviluppo economico, riferendosi alle navi delle organizzazioni non governative (ong) che soccorrono i migranti nel mediterraneo. Per Di Maio le ong erano definiti “taxi” non solo perché traghettavano materialmente i migranti dai loro natanti alla deriva alle coste italiane. Ma soprattutto perché esercitavano un “fattore di attrazione” per i migranti stessi che, sicuri di ricevere un passaggio, si decidevano a partire dai paesi di origine verso l’Europa prendendosi così un rischio, tutto sommato, ridimensionato. Lo stesso “fattore di attrazione”, o “pull factor”, l’ha esercitato il Movimento 5 stelle verso una fetta protestataria dell’elettorato sventolando per anni l’ostilità a progetti energetici, infrastrutturali e industriali. La protesta è diventata manifesto politico, al punto che tra il Movimento 5 stelle e i movimenti del No (No Tav, No Tap, No Grandi Navi, No Muos, No Ilva ecc.) c’era una simbiosi ideologica. Quelle istanze anti sviluppiste sono state una delle maggiori attrazioni per gli elettori allestite dal circo di Beppe Grillo per le elezioni del 4 marzo che hanno portato il M5s al governo.

    

Però l’illusione è durata poco, ed è stato proprio il ministro dello Sviluppo, Di Maio, a svelare l’inganno quando, venerdì 7 settembre, ha chiuso, in tre mesi di lavoro, la vertenza Ilva, durata oltre un lustro, dando la gestione dell’acciaieria al gruppo europeo ArcelorMittal a condizioni migliori rispetto a quelle prospettate dall’accordo intavolato dal suo predecessore Carlo Calenda. Arcelor si è impegnata ad assumere 10.700 lavoratori (contro i 10 mila del piano Calenda) e accelererà gli interventi per la salvaguardia dell’ambiente usando tecnologie più efficienti per aumentare la produzione di acciaio a parità di emissioni inquinanti. Sulla carta è un buon risultato, da attribuire soprattutto ai sindacati e ad Arcelor, che però scontenta l’elettorato grillino di Taranto, al quale era stata propagandata la chiusura del siderurgico, per anni considerato “killer” della popolazione per via delle emissioni inquinanti e, con lo stesso pregiudizio, posto sotto sequestro parziale dalla procura locale nel 2012.

   

Dopo una crescita dei consensi negli anni, il M5s è stato il primo partito votato alle politiche a Taranto con il 47,6 per cento delle preferenze alla Camera e il 47,8 al Senato. “Siamo stati traditi”, dicono ora in città. “Ci avevano promesso la chiusura e da oggi non andremo più a votare perché non crediamo più a nessuno. Siamo stanchi, arrabbiati, delusi, sfiduciati”. L’attore Michele Riondino, tarantino di nascita e sponsor mediatico della chiusura del siderurgico più grande d’Europa, ha chiesto le dimissioni dei sei parlamentari M5s eletti in città. Anche il presidente della Puglia Michele Emiliano del Pd condividerà il senso di frustrazione. Le attività politiche ed elettorali di Emiliano sono sempre state contigue a quelle del M5s (aveva offerto ai grillini l’assessorato all’Ambiente). Emiliano, più di tutti, si era opposto all’accordo con Arcelor e aveva avversato il piano Calenda, un ministro del suo partito quand’era al governo. Ora è il solo a parlare (al vento) di riconversione a gas dell’Ilva. L’accusa dei grillini tarantini a Di Maio è di essersi comportato come l’ex premier Matteo Renzi, leader del Pd, che voleva rilanciare l’Ilva e, al pari del ministro, aveva proposto in cambio di occuparsi della città bimare. Se Ilva fosse diventata un parco tecnologico, come vagheggiato in passato da Grillo, migliaia di lavoratori sarebbero finiti a spasso. Di Maio poteva fare altrimenti: il partner di governo, la Lega, cui gli imprenditori si sentono vicini, non può tollerare la chiusura di una industria e i sindacati avevano minacciato uno sciopero unitario. Allo stesso modo i sindacati Uilm-Uil, Fim-Cisl, Fiom, Usb (in ordine per numero di iscritti in Ilva) dovevano migliorare l’accordo precedente, che avevano rifiutato, altrimenti avrebbero avuto identica sorte del ministro. Ovvero proteste dei lavoratori e un dramma nazionale da gestire per la perdita di un asset che, a pieno regime, generava circa l’1 per cento del pil e riforniva la manifattura a buon mercato. E’ iniziato ieri il referendum sull’accordo tra i lavoratori (lo spoglio giovedì).

  

Lo stesso malcontento dei No Ilva lo si riscontra anche tra gli attivisti No Tav in Piemonte e quelli No Grandi Navi a Venezia che accusano il governo, in particolare il ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Danilo Toninelli, di immobilismo o comunque di non avere dato seguito alle rispettive battaglie. Il M5s aveva sposato i movimenti del No e dopo essere diventato il partito del “Nì”, può diventare quello del “Sì”. A suo rischio ma, forse, a beneficio dell’economia italiana.

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