Uno show democratico chiamato Israele

Giornali liberi, giudici indipendenti, diritto di protesta, arabi che possono votare ed elezioni più incerte che mai. Ragioni minime per non chiudere gli occhi di fronte all'eccezionalità di una democrazia vera nel malconcio medio oriente, oggi al voto
27 OTT 26
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Un manifesto elettorale in Israele con Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar, a destra e il primo ministro Benjamin Netanyahu, a sinistra - foto via Getty Images

Ci sono democrazie che fanno notizia per essere ancora vive nonostante le robuste iniezioni di illiberalismo, come l’Ungheria. Ci sono democrazie che fanno notizia per essere ancora toniche nonostante gli istinti liberticidi dei padroni della filiera, come gli Stati Uniti. Ci sono democrazie che riescono ancora a sorprendere, nonostante i ripetuti tentativi di rendere più fragili i meccanismi democratici, come la Serbia. Ci sono poi democrazie che meriterebbero di far notizia per essere in grado di smentire con i fatti, con i numeri e con la politica tutti coloro che tentano di dimostrare, con la propaganda, che in realtà, quella democrazia, è finta, è malata, è finita, è farlocca ed è addirittura antidemocratica. Le elezioni legislative che si svolgeranno oggi in Israele fanno parte di quest’ultimo capitolo e anche coloro che farebbero carte false pur di non vedere più Benjamin Netanyahu alla guida di Israele dovrebbero fare i conti con uno spettacolo incredibile che coincide con l’eccezionalità di Israele: il suo essere, come direbbe qualcuno, non testardamente unitario, ma testardamente democratico. Delle guerre difensive, e atroci combattute da Israele in questi anni si può pensare quel che si crede. Ma quando in Israele si vota bisognerebbe ricordare almeno per un istante che difenderlo da chi lo vuole cancellare non significa astrattamente difendere il diritto dello stato ebraico a esistere ma significa nel concreto difendere una democrazia autenticamente competitiva, con istituzioni indipendenti, in quel quadrante del mondo.
In Israele si vota e la democrazia è così forte che le elezioni possono essere incerte e imprevedibili come lo sono oggi (tra aprile 2019 e marzo 2021 Israele votò quattro volte in meno di due anni, perché nessuno riusciva a ottenere una maggioranza politica stabile). In Israele si vota e i cittadini arabi, in larga parte palestinesi, possono liberamente andare alle urne a decidere il futuro politico del paese in cui abitano (secondo i dati diffusi il 21 ottobre dall’Ufficio centrale di statistica israeliano i cittadini arabi con diritto di voto in Israele sono il 18 per cento degli aventi diritto residenti nel paese, per un totale di 1.159.000 elettori). In Israele si vota e la democrazia è così forte da aver garantito anche in questi anni di guerra la presenza all’interno del paese di una robusta componente di dissenso manifestato contro il governo.
C’è la guerra, ma si vota. C’è da difendersi, ma si protesta. Ci sono conflitti da governare su sette fronti, ma si va comunque in piazza per manifestare contro Netanyahu (solo nel 2026, secondo i dati Acled, tra il primo gennaio e il 16 ottobre si sono svolte 415 manifestazioni contro Netanyahu o per chiedere un’indagine indipendente sul 7 ottobre). E in questo quadro, oltre le elezioni, nella cosiddetta non democrazia israeliana succede tutto questo. Succede che ci siano giornali liberi che, pur tra mille pressioni e difficoltà, possono criticare il governo, arrivando persino a pubblicare inchieste clamorose, e acrobatiche, come quella secondo cui Netanyahu sarebbe stato consapevole della minaccia di Hamas prima del 7 ottobre senza informarne i responsabili della sicurezza (avete presente Haaretz?). Succede che ci sia una Corte suprema, libera e indipendente, che arriva ad annullare all’unanimità l’esclusione dalle elezioni di due partiti arabi, Ra’am e Lista unita, che era stata decisa dalla commissione elettorale. Succede che sia possibile registrare scene come quelle che si sono verificate pochi giorni fa, quando a Tel Aviv sopravvissuti, ex ostaggi e famigliari delle vittime del 7 ottobre hanno manifestato per chiedere una commissione statale d’inchiesta sulle responsabilità del pogrom e quando un giudice ha respinto la richiesta fatta poco prima della manifestazione dal Likud, il partito di Netanyahu, di impedire la trasmissione in diretta degli interventi sulle principali televisioni, sostenendo che si trattasse di propaganda elettorale (la manifestazione è andata in diretta tv).
Non sappiamo chi vincerà le elezioni, non sappiamo cosa farà Israele dopo le elezioni, non sappiamo se esista davvero qualcuno che potrebbe rinunciare a difendere Israele dalle minacce esistenziali che esistono ai suoi confini da ben prima del 7 ottobre. Ma il solo fatto di non sapere chi vincerà le elezioni, in una regione del mondo dominata dal terrore, dal terrorismo, dagli autoritarismi ed esperimenti democratici conclusi, come a Gaza, con la vittoria elettorale di Hamas nel 2006 e la successiva conquista del potere con la forza nel 2007, dovrebbe offrire una ragione, anche per chi odia l’attuale primo ministro, per celebrare uno spettacolo unico per il medio oriente che non ha nulla a che fare con la religione ma ha a che fare con la libertà. La libertà di votare, di criticare, di contestare, di scendere in piazza, di avere giudici liberi. Chi vincerà sarà importante, per il futuro del medio oriente. Ricordarci di celebrare le democrazie che funzionano, a prescindere dall’esito delle elezioni, dovrebbe essere una priorità per tutti coloro che quando pensano al medio oriente sognano di avere un po’ meno orrore e un po’ più libertà.