La maggioranza che manca. Una guida ai partiti arabi in Israele

Dalla Lista Comune agli islamisti di Mansour Abbas, una scheda sulle formazioni che rappresentano la minoranza araba, le loro priorità e le possibili alleanze. Diverse per ideologia e strategia, potrebbero essere decisive per la nascita del prossimo governo israeliano

26 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 15:50
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Yousef Jabareen, leader della "Lista Comune" (Foto Getty)

Per decenni il voto degli arabi israeliani è stato quasi invisibile nella politica nazionale che, pur garantendo un numero considerevole di deputati alla Knesset, raramente ha determinato chi avrebbe governato il paese.
Poi, nel 2021, quando Mansour Abbas ha inserito il suo partito Ra’am nel “governo del cambiamento” guidato da Naftali Bennett, per la prima volta nella storia di Israele un partito della minoranza araba è diventato parte integrante della maggioranza, segnando la svolta del ruolo dell’elettorato arabo alle urne.
Oggi il paese sta ancora ricucendo le ferite causate dal 7 ottobre e, nonostante la riluttanza ad allearsi con un partito arabo, per via dell’equazione matematica che richiede 61 seggi su 120 per creare un governo, il voto degli arabi potrebbe essere decisivo.
Gli arabi, infatti, rappresentano più di un quinto della popolazione: 2,157 milioni su 10,244 milioni, il 21,1 per cento del bacino elettorale.
Come spiega al Foglio il giornalista arabo-israeliano Ali Waked, la vera variabile delle prossime elezioni sta dunque non solo in quanti arabi andranno a votare, ma soprattutto in quale partito voteranno. Non necessariamente tra i soli partiti arabi: circa il 15 per cento della popolazione araba, infatti, vota per partiti di matrice ebraico-sionista.
Il loro universo politico, dunque, è tutt’altro che monolitico. Arik Rudnitzky, direttore del programma per la cooperazione ebraico-araba presso il Moshe Dayan Center dell’Università di Tel Aviv, lo descrive come un “mosaico”. Stando a un sondaggio da lui condotto, il 77 per cento degli arabi si dichiara favorevole a partecipare a una coalizione, indicando come temi prioritari né Gaza né la Cisgiordania, bensì la criminalità dilagante nelle comunità arabe, seguita dal timore per una nuova guerra regionale: “La dimensione palestinese rimane, ma convive sempre più con quella del cittadino israeliano che vuole sicurezza sotto casa, in patria e, soprattutto, sul piano economico”.

I quattro partiti arabi in corsa alla Knesset

La Lista Comune
Guidata da Yousef Jabareen, riunisce tre partiti con identità ideologiche differenti che, tuttavia, uniti, secondo i sondaggi odierni, raccoglierebbero tra gli 8 e i 9 seggi. Questi sono i tre partiti che la costituiscono:
1. Hadash – Fronte democratico per la pace e l'uguaglianza, la lista socialista arabo-ebraica
Fondato nel 1977, è un partito dall’orientamento socialista e laico, di matrice arabo-ebraica. Pur raccogliendo soprattutto consensi tra gli arabi israeliani, ha sempre incluso anche esponenti ebrei.
Il programma combina socialismo, giustizia sociale e la difesa dei diritti delle minoranze. Sostiene la fine dell'occupazione israeliana dei territori palestinesi, la nascita di uno stato palestinese e il riconoscimento della piena uguaglianza civile e nazionale dei cittadini arabi. Sul piano economico, promuove politiche redistributive, il rafforzamento dei servizi pubblici, la tutela dei lavoratori e maggiori investimenti nelle città arabe, soprattutto in istruzione, sanità, edilizia e infrastrutture.
Un tema centrale è anche la lotta alla criminalità organizzata nelle comunità arabe, accompagnata dalla richiesta di una maggiore responsabilità da parte delle istituzioni statali nella tutela della sicurezza.
2. Ta'al – Movimento arabo per il rinnovamento, il partito nazionalista laico e pragmatico
Fondato nel 1996 da Ahmad Tibi, ex consigliere politico del leader palestinese Yasser Arafat e, da allora, principale punto di riferimento e uno dei parlamentari arabi più longevi della Knesset.
Rispetto agli altri partiti presenta un'identità meno ideologica e più focalizzata sulla rappresentanza politica e istituzionale della minoranza araba. Si definisce laico e sostiene il diritto all'autodeterminazione dei palestinesi, la creazione di uno stato palestinese indipendente e una soluzione negoziata al conflitto israelo-palestinese.
Sul piano interno, le priorità riguardano l'uguaglianza tra cittadini arabi ed ebrei, la lotta alle discriminazioni, l'accesso alle risorse pubbliche e il miglioramento delle condizioni economiche e sociali delle comunità arabe. Particolare attenzione è riservata alla pianificazione urbanistica, alla sanità, all'istruzione e alla lotta alla criminalità.
La strategia politica del partito e del leader privilegia la negoziazione e la presenza nelle istituzioni.
3. Balad - Alleanza nazionale democratica, il partito nazionalista palestinese
Fondato nel 1995, è la formazione che esprime con maggiore chiarezza una concezione nazionale palestinese della cittadinanza araba in Israele, distinguendosi sia dal socialismo di Hadash sia dal pragmatismo di Ta'al.
Il principio fondamentale del suo programma è la trasformazione di Israele in uno "stato di tutti i suoi cittadini", in cui l'uguaglianza politica e giuridica non dipenda dall'appartenenza etnica o religiosa. Balad contesta quindi l'attuale definizione costituzionale di Israele come stato nazionale del popolo ebraico e propone un modello fondato sulla piena parità individuale e sul riconoscimento dei diritti collettivi della minoranza palestinese.
Tra le principali rivendicazioni figurano la tutela della lingua araba, l'autonomia culturale ed educativa, la separazione tra religione e Stato e una distribuzione più equa delle risorse pubbliche.
Sul piano israelo-palestinese, Balad sostiene la fine dell'occupazione, il diritto all'autodeterminazione palestinese e una soluzione alla questione dei profughi.
Il partito conservatore e ago della bilancia
4. Ra'am – La lista araba unita guidata da Mansour Abbas
Nasce nel 1996 e, a differenza delle altre principali formazioni arabe, la sua identità politica affonda le radici nell'islam politico e in una visione socialmente conservatrice, pur accompagnata da un crescente pragmatismo istituzionale.
Il momento decisivo arriva nel 2021, quando Mansour Abbas garantisce a Ra'am di diventare il primo partito arabo a entrare formalmente nella coalizione di governo guidata da Naftali Bennett.
Il suo programma pone al centro la lotta alla criminalità organizzata, lo sviluppo economico delle comunità arabe, l'edilizia abitativa, il riconoscimento dei villaggi beduini, il miglioramento delle infrastrutture e l’aumento dei finanziamenti per l’istruzione e i servizi pubblici.
Pur sostenendo il diritto dei palestinesi a uno stato indipendente, Ra'am ritiene che la partecipazione alle istituzioni israeliane possa produrre risultati concreti, senza attendere una soluzione complessiva del conflitto.
In vista delle elezioni del 2026, Abbas ha scelto di presentarsi separatamente dalla Lista Comune, mantenendo la possibilità di negoziare con schieramenti politici diversi. L’operazione politica più sorprendente è stata mettere al numero due del partito Yoav Segalovich: ebreo, ex comandante della polizia ed ex deputato di Yesh Atid, il partito centrista guidato dall’ex premier Yair Lapid. Un garante, nei confronti dei partiti ebraici, delle intenzioni di Ra’am, in quanto partner affidabile per la governabilità del Paese.
Conclusione
Oggi i sondaggi assegnano tra i 50 e i 55 seggi sia al blocco di Netanyahu sia all’opposizione, mentre i partiti arabi, uniti, conquisterebbero tra i 13 /15 seggi di cui 5, quasi per certo, andrebbero a Ra’am.
Ecco perché, anche in questa tornata, Abbas potrebbe risultare il kingmaker: poiché a Eisenkot potrebbero servire proprio quei 5 seggi - o anche solo il loro appoggio esterno - per formare un governo ad interim, in grado di isolare Netanyahu e portare a una possibile spaccatura del Likud e persino alla formazione di un governo di unità nazionale, senza l’attuale premier.
Nonostante Avigdor Liberman, leader del partito più a destra nella coalizione anti-Bibi, giuri che non sosterrà mai un esecutivo dipendente da deputati arabi, Abbas, ha già imposto il prezzo da pagare per un suo appoggio anche esterno: un piano radicale contro la criminalità nelle città arabe, il ripristino dei programmi per l’uguaglianza congelati dall’attuale esecutivo e la richiesta più provocatoria di tutte: Segalovich al ministero della Sicurezza, al posto di Itamar Ben-Gvir.
Il paradosso delle imminenti elezioni è dunque che, mentre quasi tutti i leader sionisti promettono agli elettori di non dipendere dalla minoranza araba, l’aritmetica potrebbe costringerli a fare esattamente il contrario. E Abbas sta scommettendo su questo: che, quando arriverà il momento di scegliere tra un altro governo Netanyahu o cinque deputati islamisti, saranno questi a determinare l’ago della bilancia. E, forse, la svolta politica del paese.