L’alleanza che apre il muro di ferro: l’ex Idf Segalovitz e l’islamista Abbas

Il fondatore dell'Fbi di Israele ha deciso di concorrere come numero due del partito islamico Ra’am. "Dopo il 7 ottobre si è risvegliata una paura atavica, ora servono razionalità e leadership"

26 SET 26
Immagine di L’alleanza che apre il muro di ferro: l’ex Idf Segalovitz e l’islamista Abbas

Foto ANSA

Tel Aviv. “Questa è un’azione per salvare il paese”. Così Yoav Segalovitz descrive il senso profondo della mossa più audace di questa campagna elettorale israeliana, di cui è il coprotagonista. In questa intervista con il Foglio, dalla sua casa nel centro di Tel Aviv, l’ex commissario di polizia con una carriera nella lotta ai crimini dei colletti bianchi spiega il significato della decisione di concorrere come numero due del partito islamico Ra’am di Mansour Abbas. Quando si dice la strana coppia: due figure che più agli antipodi non potrebbero essere. Da un lato, Segalovitz: ex alto funzionario di polizia, già ufficiale dell’Idf, fondatore dell’unità 433 – la Fbi d’Israele – laico, sionista, già viceministro per il centrista Yesh Atid di Yair Lapid. E’ stato tra chi portò alle manette l’ex premier Ehud Olmert e l’ex presidente Katzav, e indagò Avigdor Liberman, con cui nel 2021 sedette al governo. Dall’altro, Abbas: dentista e imam che riconosce l’identità ebraica dello stato d’Israele come una realtà di fatto e si concentra a rivendicare i diritti della società araba, capendo che il modo migliore per farlo è smettere di guardare il gioco dai banchi dell’opposizione. Lo fa da leader di Ra’am, l’emanazione politica del Movimento islamico del Sud d’Israele, una realtà che in molti riconducono al modus operandi della Fratellanza musulmana, che nel 2021 fece la storia sostenendo il governo Bennett-Lapid e che ora ambisce a fare il bis. Un azzardo molto più complesso nell’Israele post 7 ottobre.
La complessità si è materializzata questa settimana, quando il comitato elettorale centrale ha squalificato Ra’am e la Lista Araba Unita, oltre ai deputati Ofer Cassif e Sami Abu Shehadeh, escludendo di fatto tutti i principali partiti arabi dalla corsa. Non si tratta di una novità: negli ultimi vent’anni il comitato, organo politico, ha in ogni tornata elettorale invalidato diversi partiti, ma la Corte suprema ha sempre ribaltato le decisioni, con un’eccezione nel 2019 in cui venne confermata la squalifica solo del deputato di estrema destra Michael Ben Ari, per incitamento al razzismo. Anche in questo caso, confermano anche dal team di Segalovitz, viene dato per scontato il ribaltamento della decisione da parte della Corte, che si pronuncerà nei prossimi giorni, per quanto riguarda Ra’am, la Lista Unita e Cassif; mentre il caso di Abu Shehadeh, l’unico sostenuto anche dalla Procura generale, per un articolo pubblicato il 7 ottobre 2023 interpretato come sostegno alla lotta armata contro Israele, appare più a rischio di essere confermato facendo la doppietta con il precedente di Ben Ari.
Parlando con Segalovitz, 67 anni, la percezione è che si stia immolando per un esperimento che va ben oltre i potenziali cinque seggi che i sondaggi attribuiscono a questa unione. “Non possiamo andare avanti senza che il 21 per cento della società si senta pienamente parte delle istituzioni israeliane. C’è in questa azione un atto dovuto rispetto allo spirito della dichiarazione di indipendenza su cui venne fondato lo stato nel 1948. E c’è in questa alleanza un potenziale di crescita enorme, economica, culturale e sociale, oltre al fatto che gli arabi d’Israele rappresentano un ponte verso il mondo arabo”, dice Segalovitz, parlando di un’alleanza che rispecchia lo spirito degli Accordi di Abramo che hanno visto Israele integrarsi maggiormente nel quartiere mediorientale negli ultimi sei anni, nonostante gli innumerevoli fronti di guerra ancora in corso. Il succo: in parallelo alle normalizzazioni mediorientali urge per Israele normalizzare la convivenza tra ebrei e musulmani dentro il paese.
“Dopo il 7 ottobre 2023, il massacro più brutale contro ebrei dai tempi della Shoah, si è risvegliata nella società israeliana una paura atavica”, dice Segalovitz. “Ma serve razionalità e leadership e questo passo va nella direzione di abbattere le barriere della paura. Specie che non si tratta di una paura con fondamenti radicati, come ci dimostra il nostro quotidiano, in cui vediamo cooperazione tra ebrei e musulmani in tutti i settori della società: siamo insieme in farmacia, all’università, al ristorante, in banca, negli ospedali. Chi deve subire un intervento non chiede al chirurgo se si identifica con i Fratelli musulmani, cerca il migliore. L’unico posto dove non è così è la politica, perché è il luogo dove si fomenta la polarizzazione”. I suoi obiettivi, sostiene Segalovitz, sono “strategici più che politici: non possiamo vivere in questa area senza una forte connessione con la nostra società araba. Parte della mia missione è rompere il muro della paura nella società ebraica, e lo posso fare proprio perché io rappresento il mainstream della società israeliana: patriota, ebreo, sionista, ufficiale degli apparati di sicurezza, laico, fuoriuscito da un partito centrista. Mansour è un leader arabo conservatore. Siamo diversi, ma siamo tutti israeliani”.
I dati dell’Israel Democracy Institute, che seguono i sentimenti del 21 per cento della popolazione del paese divisa tra identità israeliana e palestinese, gli danno ragione. Il trend di “israelianizzazione” – ossia quanti “si sentano parte dello stato di Israele e dei suoi problemi”, per come viene formulato il quesito – è in crescita costante e in aumento inaspettato anche dopo il 7 ottobre. Oggi si aggira intorno al 60 per cento, rispetto al 48 per cento del giugno 2023; con un picco del 70 per cento registrato nei mesi successivi all’attacco di Hamas. Tre su quattro appoggiano il contributo dei giovani arabi allo stato attraverso forme di servizio civile, non militare (al momento sono esonerati da entrambi). E soprattutto – dato che Abbas ha studiato bene negli ultimi mesi e che lo porta a incassare da solo nei sondaggi 5 seggi a fronte dei 7 di altri tre partiti arabi che si oppongono a questa politica – il 77 per cento sostiene l’ingresso di un partito arabo nel governo dopo le elezioni.
Nello stato ebraico, in cui il nome di neonato più popolare, secondo l’ultimo censimento, è sempre Mohammad, non ci sono alternative e Segalovitz guarda in faccia la realtà a differenza di chi pensa di poter distogliere lo sguardo. “I grandi cambiamenti spesso partono da iniziative personali, per questo non ho portato con me un gruppo. Mi assumo questo rischio. Ma non c’è possibilità che non ci riusciamo”. Con “riusciamo” intende, nella migliore delle ipotesi, l’ingresso di questa formazione nel futuro governo che dovrebbe emergere dalle urne del 27 ottobre. Nella mappa attuale dei seggi, i sondaggi certificano lo stallo per cui nessuna parte politica riesce a raggiungere il minimo sindacale di 61 e per questo 4 o 5 mandati sono critici, un ago della bilancia che può determinare chi governerà. Tuttavia, nell’Israele post 7 ottobre, anche l’attuale opposizione, formata in buona parte dagli ex alleati di Abbas nel “governo del cambiamento” Bennett-Lapid del 2021, è renitente a parlare di una coalizione che dipenda dall’alleanza con partiti musulmani e c’è chi legge l’inserimento in lista di Segalovitz come una foglia di fico volta ad agevolare questa opzione. Altri sostengono che l’ex commissario, consapevole di non trovare un posto sicuro con Lapid – in caduta libera nei sondaggi – se ne sia assicurato uno per poi, al momento utile, fare un salto della quaglia e assicurare la maggioranza a Eizenkot lasciando indietro i nuovi alleati. Lui respinge questa contestazione e garantisce che, se qualsivoglia futuro governo non garantisse l’ingresso all’intera lista di Ra’am, non volterà la gabbana e rimarrà all’opposizione con i cugini musulmani. Ad ogni modo, per Segalovitz si tratta solo dell’inizio di un percorso che vede prioritario per i prossimi vent’anni, e che non si ridurrà alla sola cadenza parlamentare in arrivo.
La collaborazione tra Segalovitz e la società araba non nasce oggi. Nel 2013 termina il servizio in polizia, si iscrive a Yesh Atid e nel 2019 viene eletto. Da deputato, comincia subito a seguire le preoccupazioni di questo settore della multiforme società israeliana, dopo un invito a un convegno a Kfar Qassem sulla piaga della criminalità. “In quel frangente realizzo un paradosso: nel dibattito mainstream, il tema caldo era la necessità di abolire la legge fondamentale su Israele come stato nazione del popolo ebraico. Lì mi rendo conto che non è l’argomento prioritario della società araba, che invece è tutta incentrata sulla questione della criminalità dilagante. Ho cominciato a girare per le città e i villaggi arabi, a studiare il problema in maniera approfondita”. La gente e gli amministratori locali erano affamati di collaborazione, racconta, e in particolare proprio con un profilo “di sicurezza” come il suo.
Il programma concreto dell’alleanza è infatti costruito attorno al tema che più mobilita gli elettori arabi: la criminalità organizzata che, solo dall’inizio del 2026, ha mietuto 173 vittime nella società araba, prevalentemente a causa di regolamenti di conti tra bande criminali, secondo la ong Abraham Initiatives. Il piano di Segalovitz punta ad abbattere per prima cosa le risorse economiche della criminalità attraverso il contrasto al mercato nero e l’appropriazione indebita degli appalti pubblici, anche se il fenomeno è molto più ampio e ostacolato da una diffusa cultura omertosa. Nel suo anno da viceministro della Sicurezza interna nel governo Bennett-Lapid, si registrò un calo del 16 per cento degli omicidi nella società araba, per la prima volta dal 2014.
Netanyahu “Abu Yair”, che nel 2021 era a un passo da un’alleanza con lo stesso Mansour Abbas – in quella che avrebbe davvero rappresentato, cent’anni dopo, la concretizzazione della visione formulata dall’ideologo del sionismo revisionista Ze’ev Jabotinsky nel testo “Il muro di ferro” – oggi incentra la sua campagna sulla delegittimazione del leader di Ra’am come membro occulto della Fratellanza musulmana. Come la vede il laico Segalovitz? Fratellanza o meno, parliamo sempre di un partito islamico che fino al mese scorso – quando ha adottato una riforma preludio all’ingresso del candidato ebreo – era condizionato nelle proprie scelte dalla volontà del Consiglio islamico della Shura. “Tendiamo a fare di tutti i musulmani un monolite, ma come tra gli ebrei, ci sono molte differenze. E vado oltre, se anche fosse? Sono comunque una minoranza, e finché Israele può mantenere la sua definizione di stato ebraico e democratico, questa questione non è rilevante”, afferma, sostenendo che “il Likud di oggi si è allontanato dalla visione jabotinskiana, ha perso la bussola”.
Anche rispetto alle questioni più spinose, come la diatriba sul Monte del Tempio/Spianata delle Moschee, o prospettive di risoluzione del conflitto con i palestinesi, Segalovitz rimanda il problema. “Nel nostro quotidiano la questione dei territori palestinesi è arginata a un 5 per cento del dibattito pubblico. Le questioni impellenti, anche all’interno della società araba, sono la criminalità, l’istruzione, il welfare, il lavoro. Non siamo in mezzo a negoziati con l’Autorità di Ramallah per creare uno stato palestinese, non si sta discutendo di dividere Gerusalemme. E’ probabile che quando arriveremo a quei momenti, la penseremo diversamente con Mansour. Ma ora non siamo lì”. Questo rimane il grande tallone d’Achille che rende scettica la maggior parte dell’elettorato ebraico. “Se questa mossa fa impazzire così tanto gli estremisti, e nel contempo dà speranza alle persone di buonsenso, mi sento che ho fatto la decisione giusta. Noi offriamo un cambio di paradigma”, dice Segalovitz rispetto alle critiche e al sostegno, che arriva, a suo dire, anche da figure degli apparati di sicurezza. “Sono consapevole della complessità, ma identifico un enorme cambiamento nella volontà di integrazione degli arabi nella società israeliana, anche dopo il 7 ottobre, per cui affermare che sia impossibile instaurare una partnership con i partiti arabi è falso. Il sistema politico usa la paura per unire le persone; noi invece vogliamo offrire speranza”. Cent’anni dopo, è arrivato il momento di aprire uno spiraglio nel muro di ferro.