Le sorprese di Abbas e Winter, i due politici da osservare per capire dove va Israele

Novità rilevanti a pochi giorni dalla chiusura delle liste: da una parte, l'alleanza del partito islamico con l'ufficiale di polizia Segalovitz, dall'altra il generale che mette in difficoltà Smotrich

3 SET 26
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Foto ANSA

Tel Aviv. A cinque giorni dalla chiusura delle liste, la partita in vista delle elezioni del 27 ottobre è ancora del tutto aperta. Questa campagna, percepita come esistenziale, si configura da tempo come un nono fronte bellico, quello interno, e continua a essere incentrata intorno allo schema bibisti contro ralabisti (acronimo di “rak lo Bibi”, tutto tranne Bibi). Anche se il principale sfidante di Netanyahu, l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, nella maggior parte dei sondaggi ormai sorpassa il Likud, nessuno dei due blocchi ancora raggiunge il minimo di 61 seggi richiesti per formare un governo, prospettando, salvo caduta di veti o uscite di scena sensazionali dell’ultimo minuto, due ipotesi da incubo per un paese in guerra: tornare all’ “Israele del 6 ottobre” – un modo di dire che si è fissato nel linguaggio comune per intendere la replica del clima quasi da guerra civile prima del disastro – ripetendo la saga di cinque tornate elettorali tra il 2019 e il 2022; o l’eventualità di un governo di minoranza, ossia con meno di 61 seggi, sostenuto da un labile salvagente esterno.
Quasi in corner rispetto alla chiusura delle liste e alla cristallizzazione delle alleanze, si sono registrati due eventi significativi, i più interessanti finora di questa campagna elettorale monotematica. Il primo riguarda l’insospettabile acquisto incassato da Mansour Abbas, leader del partito islamico Ra’am, di Yoav Segalovitz: classe 1959, ebreo ashkenazita, ufficiale di polizia di alto rango e lunga data, già parlamentare con il laicissimo Yesh Atid e vice ministro della Sicurezza Interna. E’ in questa veste che Segalovitz e Abbas hanno iniziato a forgiare l’alleanza più audace e originale di questa campagna elettorale all’insegna dell’AI e della polarizzazione. Da viceministro, Segalovitz aveva il mandato di contrastare la piaga della criminalità organizzata di stampo mafioso che affligge la comunità araba, il 21 per cento della popolazione d’Israele, e per questo collaborò strettamente con Abbas, che fece allora la storia aderendo al “governo del cambiamento” guidato da Bennett e Lapid, durato solo un anno. E’ questo il tema che più è sentito come urgente dall’elettorato arabo, ripete più volte Abbas ed è su questa agenda che dichiara di voler cercare i suoi voti, distaccandosi dall’alleanza formata dagli altri tre partiti arabi principali, Ta’al, Hadash e Balad, che si sono uniti di recente perché da soli lottavano contro la soglia di sbarramento (3,25 per cento). E che, dopo l’annuncio di Segalovitz, piazzato al secondo posto (ma indipendente) di Ra’am, hanno lanciato la loro stoccata: “Abbas ha preferito un fiero sionista al suo popolo”. Paradossalmente, è un politico riconducibile al modus operandi della galassia della Fratellanza musulmana ad avvicinare Israele per la prima volta a una delle visioni dell’ideologo del sionismo revisionista, Ze’ev Jabotinsky, che cento anni fa parlava di un futuro con un premier ebreo e un vicepremier musulmano. Abbas, 52 anni, mite, pragmatico e astuto dentista laureato alla Hebrew University di Gerusalemme, nonché imam certificato e raffinato predicatore che conosce a memoria il Corano, è ora oggetto di una campagna di delegittimazione incrociata, che lo porta a essere uno dei politici più sotto scorta d’Israele: da una parte gli ex suoi, che lo definiscono un traditore perché riconosce Israele come “stato ebraico” (non per amore, ma perché è un dato di fatto, spiega sempre), dall’altra le organizzazioni criminali che dichiara senza sosta di voler bastonare, e infine tutta la macchina del fango mastodontica scagliatali contro dall’attuale coalizione che lo bolla appunto come un membro occulto della Fratellanza e mente sapendo di mentire, dal momento che Abbas era a un pelo dall’alleanza tecnica con Netanhyau nel 2021 – si sono incontrati a quattr’occhi più volte – se non fosse stato per il veto di Smotrich. Tutti sembrano far finta di dimenticare che in quella stagione le città arabe erano costellate da cartelloni elettorali di Bibi in arabo che aveva adottato la kunya “Abu Yair”.
Nei sondaggi Abbas è dato intorno ai 5 seggi, come diversi partiti satellite che intendono porsi come ago della bilancia fondamentale nello stallo bibisti-ralabisti. Un Segalovitz on board gli serve per legittimarsi come potenziale alleato di governo, nonché per cercare di aumentare la presa sull’elettorato ebraico che si identifica nel messaggio che l’ex commissario capo – fondatore tra l’altro dell’unità 433 della polizia, nota come la Fbi israeliana – ha dichiarato con l’adesione alla strana alleanza: “L’affermazione secondo cui dopo il 7 ottobre è impossibile instaurare una partnership con i partiti arabi è infondata e falsa. Due sentimenti fondamentali spingono le persone all’azione: la paura e la speranza. Il sistema politico usa la paura per unire le persone; noi invece, vogliamo offrire speranza”.
Speculare a tutto questo è l’altra mossa interessante della settimana: “Winter has come”. Con quel cognome, è stato facile per il generale falco Ofer Winter intavolare una campagna a effetto con tanto di filmati AI sulla scia del Trono di Spade. Winter, classe ‘71, considerato un generale fuori dagli schemi, nato da famiglia laica, da tempo indossa la kippà, si è rafforzato religiosamente mentre studiava l’anno premilitare all’accademia di Eli, negli insediamenti, considerata nemica dell’establishment dell’Idf. Il 7 ottobre 2023, si è arrabattato per arrivare dal nord al Kibbutz Be’eri per combattere sul campo. Già comandante delle unità Givati e Duvdevani (quella di Fauda), stimato trasversalmente per l’eroismo sul campo, ha servito come segretario militare sotto Liberman, Netanyahu, Bennett e Gantz come ministri della Difesa. Nemico giurato della “Conzeptsia”, l’errore nel calcolare le intenzioni del nemico che ha portato ai fallimenti del 1973 e del 2023. A fine 2024, Winter ha lasciato l’Idf una volta capito che non sarebbe stato promosso. Da allora, è stato corteggiato da più o meno tutti. La settimana scorsa ha sciolto la riserva presentando il suo partito: una lista non settoriale, laici, membri di kibbutz, con al secondo posto l’attivista arabo-israeliano-cristiano Yousef Haddad, che ha servito nell’Idf. Cavalli di battaglia del suo “Amcha Israel”– uno slang per “popolo” che si potrebbe paragonare ai “deplorables” di Hillary Clinton – arruolamento per tutti arabi compresi, anche in forma di servizio civile; il piano dell’“emigrazione volontaria” dei palestinesi da Gaza; inchiesta accurata delle cause che hanno portato al massacro del 7 ottobre, sia nei ranghi politici sia militari. Nei sondaggi, Winter rasenta i 4 seggi e ora Bibi sembra molto arrabbiato con tutti i partitucoli a destra che si fagocitano l’un l’altro, mettendo a rischio l’ingresso nella prossima Knesset del ministro oltranzista Bezalel Smotrich. Ben-Gvir e Winter sostengono di non volersi allearsi con il leader del sionismo religioso, perché “settoriale”. Netanyahu ha ancora tre nomine a sua discrezione nella lista del Likud. Winter non è meno radicale di Smotrich, ma è una faccia nuova, forse quella faccia di cui Bibi ha bisogno per cercare di riabilitarsi con una Casa Bianca che ha tutte le intenzioni di portare avanti molti punti di Trump sui fronti Gaza e Libano. Con, o senza Bibi.