La statua del leone che dal deserto del Negev guarda verso la Striscia di Gaza (foto di Micol Flammini)
Nir Oz, dalla nostra inviata. Il leone ruggisce, è enorme e maestoso, si drizza dalla sabbia del deserto del Negev, dove è ben piazzato con le sue zampe e guarda Khan Younis. E’ possente, non sembra che abbia intenzione di scattare in avanti, la sua tensione muscolare è quella di chi si aggrappa al terreno, alla sabbia, a Israele, difende. La statua guarda dritta la Striscia di Gaza, si erge fra Nir Oz e Magen, due dei kibbutz colpiti il 7 ottobre e il leone rossiccio oggi è un messaggio: non può capitare di nuovo, questo è Israele. Il pacifismo qui è armato, come in Ucraina, è un sacrificio e non una fede e il leone di Nir Oz e Magen oggi vuole essere più forte di quelle barriere che non tennero tre anni fa, quando Hamas arrivò alle 6.29 del mattino con razzi e terroristi per sorprendere le comunità del confine nei loro letti. Oggi quelle comunità rinascono, ricostruiscono, cambiano abitanti. Restano dove sono sempre state e il leone è un simbolo di ripartenza, di forza. La rabbia non c’entra, non ha posto. E’ già stata consumata tutta e contro tutti. Nemmeno la vendetta ha posto, i kibbutz colpiti non hanno tempo. Il leone avverte, non distoglie lo sguardo, dice con semplicità ferina che da quelle sabbie non se ne andrà, è abbastanza grande per essere visto da lontano, anche da Khan Younis, la città in cui è nato Yahya Sinwar.
Khan Younis è anche la città in cui alcuni abitanti di Nir Oz sono stati portati in ostaggio, scalzi, mani legate, senza sapere nulla di quello che avevano lasciato indietro. Fra i rapiti quel giorno c’era Gadi Moses, un leone in miniatura. Mani enormi, pelle cotta dal sole, occhi che sembrano vedere e rivedere tutto, in continuazione. Gadi Moses è stato rapito il 7 ottobre e portato a Khan Younis, a nove chilometri da casa sua. Venne preso con la forza, messo su una motocicletta e rapito. Non vuole più raccontare quello che gli è accaduto non tanto per il dolore, il trauma, le perdite che poi in prigionia scoprì di aver subìto, ma perché quello è il passato, va ricordato ma anche superato e per questo lui è tornato a Nir Oz, a far rinascere il kibbutz. Il piccolo leone trascorre le sere al pub del kibbutz fra amici, vecchie presenze e nuovi arrivati. “Sai chi è lui?”, tutti lo indicano, lo guardano, vanno a salutarlo, chiedono consigli. Impossibile non sapere chi sia. Lui parla, dedica a tutti un momento, offre whisky e battute. Gadi Moses costruisce, ricostruisce, ha ottantadue anni e vive come se la vita l’avesse vissuta per meno della metà, è tutta davanti. “Non me la sento più di rilasciare interviste, mi mettono in bocca quello che non dico”, in tre anni anche sulle parole di un ostaggio si è speculato. C’è chi ha voluto renderlo il volto antigoverno, chi la faccia del perdono, chi il motore della possibile nuova convivenza. Gadi Moses non vuole una categoria, non può starci dentro, ha fatto la sua scelta che già è un atto di rivolta contro il piano di Hamas: tornare al kibbutz che lui ha costruito e ricostruirlo. Ha fatto la cosa più rivoluzionaria e ha osato dire “futuro”, dal giorno in cui è tornato. “Prima di liberarmi mi portarono davanti a una fossa già scavata”, Moses racconta quanto tentassero di sfasciargli l’anima, fino all’ultimo istante della prigionia, senza riuscirci. La lotta si fa ogni secondo, la resistenza è una tela che si tesse e lui ha resistito, cantava l’inno di Israele davanti ai suoi rapitori, è uscito a testa alta ed è tornato a casa sua. Un pioniere due volte, da Nir Oz non si muove, il dibattito oggi nel kibbutz è cosa lasciare di rotto, bruciato e spezzato per ricordare e ripartire. Forse qualche casa distrutta, forse qualche muro, ma il kibbutz non ha bisogno di vedere macerie per rivivere quel giorno. Tutti ce l’hanno davanti agli occhi, anche chi è arrivato da poco, per ripopolare. “Molte delle famiglie con bambini sono andate via e non vogliono più tornare”, racconta Tamar che invece è arrivata qui con il suo fidanzato per restarci. Si sposeranno a maggio e sono fra i volti nuovi che già si sentono a casa. Questa sera è arrivato Galid Kariv a salutare Gadi Moses e il kibbutz, è candidato fra i Democratici di Yair Golan, è un rabbino riformato, in questa parte del paese trova il suo pubblico e il suo ambiente naturale.
L’attesa per le elezioni è alta, si fa il conto alla rovescia. Il nipote di Gadi Moses che è tornato da poco dall’IndNegev, un festival nel bel mezzo del deserto in cui i ragazzi hanno cantato e ballato “Shir la Shalom”, la canzone per la pace, guarda verso il cielo mentre sussurra “ancora pochi giorni, pochi giorni, pochi giorni”, sorride fiducioso, luminoso. Nel gesto si affida a Dio, ma rettifica, “no, non sono religioso”. Il cambiamento continuo del kibbutz però è legato poco a quello che accadrà nelle urne il 27 ottobre, Nir Oz è rinato dal disastro, sta cancellando le tracce di morte per le strade ma le tiene tutte sotto la pelle. Non ha bisogno di rimuovere e non vuole neppure farlo, vive il voto come un passo verso il futuro, uno dei tanti che sta compiendo e compirà in ogni caso. Il pub pieno di gente, in cui si cammina scalzi, è vicino alla piscina da cui Moses è stato rapito. Tutto intorno ci sono lucine che lo fanno sembrare un villaggio di Natale. La verità è che tanta morte in comunità piene di vita non può sopravvivere e, mentre più lontano dalla Striscia una parte di Israele abita ancora nel trauma, qui invece si va avanti, per impeto, per decisione, non soltanto per necessità. E’ un’irrequietezza metodica quella di Nir Oz, è contagiosa, è uno slancio, è volontà, è forza, è il leone in tensione sulle sabbie del Negev. Questa parte del paese che tutti si sono catapultati a raccontare dopo il 7 ottobre, poi è stata dimenticata, abbandonata e usata. Eppure, è ancora la prima linea del paese, affacciata su Gaza. E’ rimasta qui con le sue convinzioni, solida, determinata. Non ha cambiato esempi: Gadi Moses è qui, è lui la storia, è lui il centro di tutto, fa attenzione a insegnare il futuro. “Oggi bisogna stare attenti quando si dice ‘pace’, la parola può essere travisata”. Si capisce che quando Moses dice di non odiare i suoi rapitori – è stato tenuto in ostaggio dal Jihad islamico che ha partecipato al pogrom di Hamas – non lo fa per ingenuità, per convinzione politica, per pacifismo disarmato, lo fa perché non ha tempo. E’ tutto un progetto: il voto è un progetto, Nir Oz è un progetto, il Negev è un progetto, lo è sempre stato. E per i progetti ci vuole tempo, il resto rimane fuori. Nel kibbutz si parla delle elezioni e c’è un’assenza che mostra quanto qui si ragioni in modo diverso: il nome del primo ministro Benjamin Netanyahu non viene mai pronunciato. Neppure per lui qui si ha tempo. Si parla invece della fiducia per l’esercito che si faticherà a ricostruire. Alcuni ragazzi, riservisti dopo il 7 ottobre, confermano che anche dall’interno questa fiducia è sfilacciata. Tema profondo, più della politica, non è semplice affrontarlo in Israele, il paese è un esercito intero, i soldati sono figli e figlie, ed è il grande non detto dietro alla domanda per la quale non c’è ancora risposta: dove era Tsahal il 7 ottobre? A Nir Oz, in realtà, una risposta c’è: non era qui.
Nei kibbutz dell’Otef Gaza, la zona attorno alla Striscia, il voto è un voto. Senza significato esistenziale. L’elezione affonda le sue radici anche in quello che le comunità hanno subìto in questi anni, ma non ha quel senso identitario che assume invece per Tel Aviv, la città delle manifestazioni continue, della lotta al governo, dello scontro vitale, che pure esiste, si sente, ha a che fare con il futuro del paese. Nel Negev sorgono qua e là accampamenti di persone determinate a entrare e andare a vivere nella Striscia, ma i kibbutz non ci badano, sono loro lo spirito del deserto e qui rimangono la grande maggioranza. Si somigliano un po’ tutti e stanno cambiando insieme.
“Siamo qui non perché lo dice la Bibbia, ma perché abbiamo curato ogni granello di sabbia”, dice Lital che è andata a vivere nel kibbutz Gevim, una comunità alle porte di Sderot, che i terroristi provarono ad assaltare, si fermarono ai cancelli gialli di ingresso pur uccidendo due abitanti. “Ci svegliamo la mattina e pensiamo alle nostre responsabilità, non riusciamo ad abbassare il volume della premura”. Lital non è nata a Gevim, non è nata in un kibbutz, ha scelto di viverci come la maggior parte delle persone giovani in questo posto. Lo ha fatto perché “qui c’è cura, c’è educazione. A volte mi chiedo se sia da buona madre restare dopo quello che è accaduto, ma rimango convinta che proprio perché viviamo tanto vicino al confine siamo sottoposti allo sforzo continuo di avere premura di tutto”. E Gevim sprizza cura, come accade spesso nei kibbutz. Il suo verde, le sue case fanno a botte con i palazzoni della vicina Sderot. Vicino a Lital c’è Tsila, una signora che sembra aver vissuto di tutto ma che pensi sia superfluo parlarne.
Le comunità al confine con Gaza rigettano l’idea che una parte della popolazione israeliana usi la violenza contro i palestinesi in Cisgiordania nel nome dello stesso Israele che viene difeso qui. Sono stati chiamati Giovani delle colline, in ebraico Noar HaGvaot, e c’è chi suggerisce di dargli un nome diverso, basta cambiare la g con la z: Noar HaZvaot, Giovani delle violenze
“Mio padre è stato ucciso durante la Guerra d’Indipendenza, sono cresciuta con l’idea che gli arabi fossero dei folli, oggi voto i Democratici perché ritengo siano il partito giusto per occuparsi di quella parte della popolazione”. Tsila è la storia di Gevim, dai tempi in cui si viveva nei kibbutz se sapevi fare lavori manuali, “ma io non ero portata”, dice sorridendo, guardando le sue mani, “poi ho trovato lavoro come insegnante”. I kibbutz sono un progetto e in un paese che è nato proprio come un progetto di vita ne rappresentano la cellula originaria. Vanno studiati, bisogna viverci dentro. Sono luoghi in cui le generazioni vecchie e nuove si mescolano, tutti lasciano la porta di casa aperta, nonostante il 7 ottobre. La fiducia nel progetto è incrollabile, neppure lo scetticismo nei confronti del governo può romperla.
Gevim si trova nella parte dell’Otef Gaza chiamata Sha’ar Negev, il cancello-porta del Negev. C’è un detto che recita: “Lo Sha’ar Negev è 95 per cento paradiso e 5 per cento inferno”. Lital dice: “Il 7 ottobre, quel 5 per cento di inferno è stato molto profondo”. Era naturale che l’attacco di Hamas cambiasse la zona, ma quello che sorprende è che proprio dove i terroristi sono arrivati e dove il trauma batte ancora sotto la sabbia, sembra che tutti abbiano fatto un passo avanti. Ci sono molti cambiamenti rispetto a tre anni fa, si nota anche l’assenza dei palestinesi. I gazawi che varcavano il confine venivano a lavorare da queste parti, facevano i muratori, si occupavano degli animali, e alcuni hanno poi fornito a Hamas la mappa dei kibbutz o hanno partecipato all’assalto. Anche a Gevim c’era un lavoratore di Gaza che era ormai parte della comunità. Su di lui è calato un velo di sospetto. “Gli avevamo dato un letto, partecipava ai nostri ritrovi, se la sua famiglia aveva bisogno di qualcosa, facevamo di tutto per aiutarlo”, racconta Sharon. “Quel giorno è scomparso. Non tornava mai a Gaza quando aveva un lavoro da finire”. Sharon è sempre stata di sinistra, “sono cresciuta pensando che fossimo tutti uguali, che bisognasse fidarsi di tutti. Ora non posso più. Credo che voterò Eisenkot e per una persona che ha guardato per anni alla sinistra più estrema è un cambiamento radicale”. Per lei il 7 ottobre è stato un tradimento. Non è cresciuta nel kibbutz, viverci per lei è stato una scelta, qui vuole rimanere. Le fa fatica ammettere il suo cambiamento, lo dice con sofferenza, quasi che la perdita di fiducia le provochi spossatezza e rimorso: “Una volta mi ha detto – dice, parlando del palestinese che lavorava a Gevim – ‘quando voi ci guardate negli occhi, si vede che avete paura. Questo è il nostro vantaggio’. Credo che avesse ragione e dobbiamo uscire da quella paura”. Le bombe su Gaza non l’hanno cancellata, ma il desiderio è di uscire, è di riprendersi il futuro, il Negev, e il voto vuol dire anche questo.
Avivit come Sharon è arrivata al kibbutz Gevim da fuori, per la famiglia, i figli, per costruire. La politica è un tema che non la appassiona, ma ha un’idea molto chiara su dove vuole andare: “La guerra non è una sala chirurgica. Prima credevo nella coesistenza, ci lavoravo, ora non dico sia impossibile, ma in questo momento non è realistico”. Prima bisogna curarsi dentro, poi si inizia a curare il rapporto con gli altri. “Dobbiamo tornare a essere la nazione delle startup, l’oasi che eravamo prima. Non dico che non lo siamo più, ma è diverso, sono cambiate molte cose, hanno iniziato a mutare da tempo”. Netanyahu non è un’ossessione qui, ma tutti su di lui hanno un’idea condivisa che Avivit riassume così: “Tutti gli uomini onesti, dopo il fallimento, si sono ritirati. Lui no”.
Israele è un’idea, tutti hanno in testa un progetto, come vorrebbero che fosse il paese. Tutti si sono spostati per il paese alla ricerca o rincorsa di quell’idea di Israele. Non soltanto per viverci dentro ma anche per costruirla. In Israele non si sceglie un posto per rimanerci, ci si sposta, si seguono linee di valori, si forma un futuro. Per quell’idea di futuro il paese ha sempre litigato, tutto è stato esistenziale, identitario. Zohran e sua moglie vivevano a Be’er Sheva e sono scappati dopo l’omicidio del primo ministro Yitzak Rabin. “All’improvviso sentivamo persone sostenere che fosse stato giusto, un bene. Allora siamo corsi via, abbiamo cercato un posto in cui stare, in cui costruire e siamo venuti a Gevim. Meglio avere Gaza vicino che sentire un pensiero simile”. Zohran non dice per chi voterà, ma “se avessi coraggio voterei Ra’am”, il partito arabo guidato dal dentista Mansour Abbas in cui è entrato l’ex capo della polizia Yoav Segalovitz. “Ma il coraggio mi manca, mi manca la convinzione. Però è da lì che passa tutto”. C’è uno strappo interno da curare. Ce ne sono molti a ben guardare. Questa parte di paese che non abbandona il confine con Gaza rigetta l’idea che una frangia della popolazione israeliana possa usare la violenza contro i palestinesi in Cisgiordania nel nome dello stesso Israele che viene difeso qui. I coloni violenti sono stati chiamati dalla stampa “Giovani delle colline” e a molti israeliani questo titolo infastidisce, ha un rimando bucolico che i violenti non meritano, offre spazio a una mitizzazione che invece rivela una parte del paese senza stato. In ebraico si chiamano Noar HaGvaot e c’è chi suggerisce che invece sarebbe giusto dargli un nome diverso, basta cambiare la g con la z: Noar HaZvaot, Giovani della violenza, degli orrori, dell’atrocità.
Dopo tre anni di guerre contro Hamas, contro Hezbollah, contro gli Houthi, contro la Repubblica islamica dell’Iran, il paese esprime un voto che spinge a guardare se stesso, a fissarsi l’ombelico. Nessuno in campagna elettorale ha parlato dei rapporti con i palestinesi, alcuni hanno invece parlato del rapporto con gli arabi di Israele, il venti per cento della popolazione. Per chi come Sharon a Gevim si è chiusa ogni speranza di dialogo con i palestinesi, gli arabi del paese sono invece un discorso diverso. Per questo Tsila, Zohar e altri votano pensando anche a loro. In città arabe come Lod, Ramla o a Giaffa, la parte vecchia di Tel Aviv, la campagna elettorale si svolge come nel resto del paese. Il voto arabo è prezioso e sebbene siano assenti i manifesti dei loro partiti, sono ben in vista quelli degli altri. Tutti puntano a questo venti per cento della popolazione che vota meno degli altri, si tiene in disparte, ma va tirata dentro. All’ingresso del mercato di Lod c’è un caffè che espone una grandissima bandiera israeliana e il ritratto di Rabin, dentro lavorano ebrei e musulmani, parlano ebraico e arabo, nella città la convivenza è tutt’altro che semplice ma in questo posto si trova l’equilibrio. A Giaffa invece si trovano i volantini di Yair Golan in arabo, i Democratici sono fra i pochi ad aprire a un governo con i partiti arabi basta che si dichiarino sionisti, il resto dell’opposizione è invece restio, o sa che dichiararlo non porta voti. Eppure, la cura per le ferite interne passa anche da qui.
Quello che è percepito come un voto sul 7 ottobre, come l’elezione del dramma, come il voto dal trauma, in realtà è la resa dei conti di uno scontro interno iniziato fra le manifestazioni per le strade di Tel Aviv contro il governo e la riforma della Corte suprema. Sono stati anni trascorsi a domandarsi dove andasse Israele, chi fosse Israele, cosa rimanesse del progetto, chi lo stesse scrivendo. E Tel Aviv continua a gridare, a organizzare manifestazioni, mostrando una necessità di protesta che non riesce a esaurire e di cui spera di liberarsi il 27 ottobre. Una protesta di rabbia e di inerzia che ha cambiato colori, significato, richieste e riadatta i vecchi slogan, cerca il compimento in un voto al quale assegna un valore salvifico. “Abbiamo bisogno della missione giusta”, dice un manifestante nella protesta di sabato scorso, l’ultima prima delle elezioni, organizzata a Piazza degli Ostaggi di Tel Aviv, che ogni tanto rivive, si riempie di nuovo, quasi che i telaviviani non riuscissero a farla scivolare nel passato assieme alle veglie per il rilascio degli israeliani rapiti da Hamas. C’è chi in quella veglia c’è rimasto. L’ultima protesta si svolge fra un fiume di bandiere israeliane, qualche nastro giallo degli ostaggi e simboli dei partiti dell’opposizione, per chiedere una commissione di inchiesta che dovrebbe stabilire le responsabilità del 7 ottobre. Tel Aviv ha vissuto di manifestazioni in questi anni, regolari, ordinate, ostinate. Ofir, il manifestante che chiede “una missione giusta” e tiene in mano un cartello con la scritta “non dimentichiamo il 7 ottobre”, spiega meglio cosa intende: “Abbiamo bisogno di qualcuno che guidi i nostri figli nelle cause che contano”. La causa, la missione, il progetto. Israele.
Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)