Esteri
Discussioni in un pomeriggio pre elettorale •
Al confine con Gaza si viviseziona la parola “pace”, si cercano sinonimi e si sognano piani
Chi sta meglio propone la pace, ci dicono nel moshav vicino a Gaza. Secondo loro il 27 ottobre Israele ha bisogno di un cambiamento e di un primo ministro che ami il paese
22 OTT 26

Foto Ap via LaPresse
Ein Habesor, dalla nostra inviata. La contraddizione spaziotemporale stordisce ogni aspettativa e la parola “pace”, “shalom”, ha un senso politico che in Israele si scontra con la semantica. Si prende la parola e, per darle un senso, si viviseziona, il significato si cerca in ogni lettera: è quello che avviene nelle conversazioni private in queste settimane in cui gli israeliani non fanno altro che parlare di partiti, programmi, futuro o ipotesi di fuga. In Israele, più ci si immerge nel Negev, più le sabbie del deserto raccontano una storia tutta loro, distanziano questa parte sofferente e sofferta dal resto del paese. Qui sono state costruite le storie delle ultime paci e poi del grande massacro di Hamas e tutto si incrocia, si perde, si dissolve in domande che non riescono a trovare risposta. Fra il deserto crescono i vigneti e pure questa sembra un’assurdità, fino a quando non si conoscono le persone che abitano la terra e non si ascoltano le loro storie di determinazione. Poco più di quarant’anni fa Ein Habesor non esisteva, il deserto era il vero deserto, sabbia e dune, fino a quando una settantina di famiglie acconsentirono a lasciare il Sinai, dove si erano trasferite dopo la guerra dei Sei giorni, e cercarono qualcosa di nuovo da creare. Creare vuol dire ripartire da zero, con la difficoltà che ne consegue e pure con il lusso che il nulla regala: se qualcosa non c’è, puoi inventare come vuoi. Così è accaduto con Ein Habesor, un moshav che ha scelto la via economica consueta della privatizzazione e quella sociale del kibbutz. Qui si vive in comune, si parla in comune, si festeggia e pure si litiga in comune. Si fa anche campagna elettorale in comune e non ci sono dubbi che la maggior parte dei voti qui andranno ai Democratici di Yair Golan.
Chinaia è truccatissima, va in giro con la maglietta celeste del partito. “E’ la mia divisa”, dice soddisfatta e racconta di essere andata anche a Ofakim, una cittadina vicina, vestita in questo modo, per mostrare ai sostenitori del primo ministro Benjamin Netanyahu che in Israele la sinistra vive ancora. “Fossi stata un uomo forse mi avrebbero picchiata”, ride. Ha fatto picchetti e manifestazioni, non molla la politica, ci vive dentro. Sostiene che il 27 ottobre sarà un giorno di liberazione e appare chiaro che in questo paese ne esistono almeno altri due di paesi che si ignorano a vicenda. Ein Habesor è nato su un sacrificio fatto per la pace, chi andò nel Sinai lo trasformò e se ne dovette andare lasciando tutto. “Lo abbiamo fatto, non è stato semplice, ma era necessario. E oggi la pace con l’Egitto regge, è una pace fredda, ma va bene così. Non ho bisogno di andare in Egitto a visitare il Cairo, forse un giorno ci andrò, ma ora mi basta che quel fronte sia chiuso”, racconta Mina, la sua era una delle famiglie che lasciarono Sadot, nel Sinai, e guardandosi attorno crearono Ein Habesor. La sua storia personale è fatta di sopravvivenza, lei parla con sicurezza come chi sa che tutto va guadagnato e mostra ogni zona del moshav con orgoglio: lei l’ha fatto, dal nulla. Il salotto di casa di Mina si riempie di persone, gli israeliani sono appassionati quando parlano e fra gli epiteti contro il primo ministro e “i cinque fascisti” che vivono nel moshav – sono elettori di Itamar Ben-Gvir – si parla di tutto, con un’attenzione spossante per il rapporto con “gli altri”, i palestinesi di Gaza.
Ein Habesor ha sentito il 7 ottobre, i cancelli gialli che delimitano il moshav sono stati presi d’assalto, ma i terroristi non sono riusciti a entrare. E’ stata una questione di secondi, la sopravvivenza è spesso una casualità quando non fa in tempo a essere volontà. “Quel giorno ho pensato di non volerne più sapere di loro – dice Mina, parlando degli abitanti di Gaza – ora non è più così”. La pensano tutti come lei, anche Avivit, arrivata da Be’eri, uno dei kibbutz massacrati. Avivit ha una voce fioca, spesso, mentre cerca di parlare, viene sovrastata dagli altri. Nel suo racconto le responsabilità del governo hanno preso il sopravvento su quelle di chi da Gaza è arrivato per uccidere, forse ci crede, forse è una protezione. “La mia famiglia non ha subìto perdite. Ma quando sono uscita da mamad – la stanza rifugio – ho capito che stavo entrando in un mondo completamente diverso”, dice e apre la porta immaginaria di fronte a sé. Capelli grigi, lunghi, viso scavato, Avivit parla di pace come l’unica scelta, a volte forzata, ma che va cercata fino allo stremo delle forze, e lei sembra stremata.
Tutti i presenti convengono su un punto: il 27 ottobre Israele ha bisogno di un cambiamento e di un primo ministro che ami il paese. “Bibi si è messo al di sopra di Israele, non se ne prende cura. Il paese invece ha bisogno di cure, deve guarire”. Il primo ministro è lontano, da queste parti non ha nemmeno messo piede, i suoi manifesti elettorali non si vedono: si fermano alla rotonda vicino alla stazione di Sderot, non vanno molto oltre. Sull’assenza di cure di Bibi sono tutti d’accordo è sul senso della parola pace che ci si accapiglia con garbo: “Per fare la pace ci vogliono due parti e dobbiamo iniziare noi a proporci”, ad Avivit non interessa se assieme a Hamas nel suo kibbutz sono entrati anche dei civili, crede che se si cerca, se si indaga, qualcuno con cui parlare di pace si possa trovare anche a Gaza. “Qualcuno deve iniziare e da sempre è la parte che sta meglio a farlo”. Lo stare meglio a Ein Habesor è questione materiale e non mentale, gli israeliani sono più benestanti, hanno la democrazia, sono in posizione privilegiata, ma Mina solleva un dubbio: “E’ vero a Gaza sono oppressi da Hamas, ma non si sono nemmeno mai ribellati. Non sono l’unico popolo oppresso al mondo, gli iraniani hanno avuto il coraggio di protestare e morire per liberarsi dal regime”. Mina pensa a una questione più pratica, crede ci siano di mezzo i valori morali, che quindi devono portare qualsiasi israeliano a non rigettare l’idea di dialogo, e poi ci sono i risvolti esistenziali: tutti rimarranno su quel pezzo di terra, o si sceglie la guerra a oltranza o si tenta la pace.
Sono le questioni linguistiche che dividono questo gruppo, c’è chi dice “pace” mentre i più realisti lo chiamano “accordo”, “sì proprio come con l’Egitto”, dice Sara. Anche lei fa campagna per i Democratici, non indossa la maglietta ma l’ha portata con sé. C’è chi detesta il primo ministro a tal punto da prendersi ogni colpa di Israele e chi invece sceglie di ponderare ogni parola. Fra le sabbie del deserto le attese elettorali ribollono. Sempre con la maglietta celeste indosso arriva Moshe dal kibbutz Gevuot, è un signore con i capelli bianchissimi e la carnagione abbronzata, due occhi buoni e sognanti che sembrano avere la metà dei suoi anni. Ha la storia più pesante da raccontare: “Mia figlia Hagar è stata rapita a Kfar Aza assieme ai miei tre nipoti e alla figlia dei suoi vicini. Sono tornati tutti”. Prima del 7 ottobre Moshe andava a prendere i palestinesi di Gaza per portarli in ospedale quando ne avevano bisogno, “ho detto a mia figlia che non sapevo se sarei stato più capace di farlo e lei, che a noi non ha mai voluto raccontare quello che le è accaduto quel giorno e quello che ha vissuto in prigionia, mi ha detto che invece, quando sarebbe stato possibile, avrei dovuto ricominciare. Mi ha detto che anche mentre era in ostaggio non smetteva di provare pena per loro”, gli altri, i palestinesi di Gaza. A sentirla sembra un’illusione incurabile questa pace che tutti invocano a un passo dalla Striscia, sembra una felpa lavata troppe volte e ormai stinta e sformata, non si può più indossare tanto è complesso capire dove è il collo e dove le maniche, ma è l’unica possibile, dicono qui, e quindi è necessaria. “Accordo”, senza fronzoli, è forse il termine giusto da cui ripartire.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)
