Esteri
Dopo il voto •
La vittoria degli studenti in Serbia è un dilemma e un'occasione per l'Ue
Il movimento non ha una posizione netta sull'ingresso nell'Unione europea, ma le sue lotte possono rendere il paese più europeo e dare una svolta alle (tormentate) relazioni tra Belgrado e Bruxelles

Foto LaPresse
Il primo a dare la notizia della vittoria della Studentska Lista alle elezioni parlamentari di domenica in Serbia è stato proprio Aleksandar Vucic, ex presidente della Repubblica, sconfitto nel suo tentativo di restare aggrappato al potere – ininterrotto da quattordici anni – e tornare primo ministro. In questi quattordici anni il Partito progressista serbo (Sns) da lui fondato ha colonizzato le istituzioni attraverso un sistema clientelare e corrotto, e gli spazi di libertà si sono pericolosamente ristretti. E’ proprio attorno alla lotta contro la corruzione che gli studenti serbi, dopo aver riempito le piazze per due anni, hanno mobilitato un paese stanco e diffidente, e una generazione che vedeva nella politica uno sporco strumento per affaristi. Nelle elezioni con la più alta affluenza dal 1992, la lista studentesca, volutamente priva di un leader ufficiale (anche per evitare campagne denigratorie orchestrate dal Sns e dai media filogovernativi), ha ottenuto il 52 per cento dei consensi e circa 140 seggi su 250. Ora gli studenti e i loro eletti – di alto profilo ma quasi tutti senza esperienza politica – non dovranno solo smantellare un regime, ma anche fare i conti con le questioni divisive – e cruciali – messe da parte in nome dell’unità. Tra queste c’è l’Europa. “La Serbia ha fatto sentire la sua voce”, ha detto Marta Kos, la commissaria europea all’Allargamento, tra le prime a congratularsi con gli studenti: “La porta dell’Ue è aperta”. A Bruxelles la Serbia è stata a lungo considerata il paese cruciale tra i Balcani occidentali per la stabilità della regione. Ma la regressione della democrazia e dello stato di diritto, il disallineamento sulla politica estera – Belgrado rifiuta di applicare sanzioni alla Russia – e la mancata volontà di normalizzare le relazioni con il Kosovo hanno di fatto bloccato il processo di integrazione: lo scorso luglio la proposta della Commissione di aprire il terzo cluster negoziale si è scontrata con l’opposizione di diversi stati membri.
A settembre Kos ha annullato la visita in Serbia dopo aver condannato la partecipazione di esponenti del governo serbo al funerale di Ratko Mladic, morto all’Aia dove scontava l’ergastolo per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Vucic è stato un leader nazionalista, antieuropeo e filorusso, eppure sarebbe sbagliato considerare la grande mobilitazione culminata nella sua sconfitta elettorale come un fenomeno europeista. Gli studenti hanno evitato di prendere posizione sull’adesione all’Ue, sia per le diverse sensibilità che coesistono all’interno del movimento, sia perché non sarebbe stato utile a intercettare un ampio consenso elettorale: secondo l’Eurobarometro di maggio, la Serbia è l’unico tra i paesi dei Balcani occidentali candidati all’adesione in cui il consenso per l’Europa (circa il 36 per cento) è diminuito anziché aumentare. Secondo il politologo Nikola Burazer, direttore di programma del Center for Contemporary Politics di Belgrado, questo è anche il risultato degli errori commessi da Bruxelles in nome di una presunta stabilità: “L’Ue ha chiuso un occhio su sviluppi molto preoccupanti sull’autoritarismo in Serbia e non ha esercitato sufficiente pressione su Vucic”, spiega al Foglio.
Nel 2020 l’Ue si schierò contro il boicottaggio delle elezioni da parte dell’opposizione, che denunciava condizioni elettorali inique. Alla riforma costituzionale del 2022 o alle leggi sui media del 2023, giudicate inefficaci da molti osservatori, Bruxelles ha risposto con giudizi positivi e con l’apertura di nuovi capitoli negoziali. Un atteggiamento radicalmente diverso da quello adottato – fa notare il politologo – con la Macedonia del nord di Nikola Gruevski tra il 2015 e il 2016. Anche per questo in Serbia l’euroscetticismo ha trovato terreno fertile anche tra chi guardava con fiducia al processo di integrazione. Eppure qualcosa è cambiato, in primis negli ambienti europei più vicini a Vucic: il Partito popolare europeo, di cui l’Sns è membro da dieci anni, nel 2025 lo ha sottoposto a un monitoraggio in risposta allo scontro con gli studenti. Dopo i funerali di Mladic le distanze si sono allargate: molti popolari sostengono convintamente l’espulsione del partito, che ora è ancor più probabile. Anche nella Commissione c’è stata una svolta, “fondata soprattutto sul cambiamento di alcune personalità chiave, come Marta Kos”, spiega Burazer. Rispetto al suo predecessore – l’ungherese Olivér Várhelhy, un uomo di Viktor Orbán – la commissaria non solo ha assunto posizioni più nette sulle derive di Vucic, ma ha anche esplicitamente sostenuto il movimento degli studenti. A loro oggi ricorda che le porte dell’Unione sono aperte per chi, pur non dichiarandosi europeista, lotta contro la corruzione, per la democrazia e lo stato di diritto, e quindi per rendere la Serbia un po’ più vicina all’Europa.

