Il funerale di Mladic e la memoria dei vivi

La morte dell'ex capo dell'esercito jugoslavo non è premio né condanna. È quel che resta, il ricordo di Srebrenica, che conta. Alla cerimonia c’erano ministri, il patriarca e schiere di pope e di veterani, ma non il presidente Vučić
7 SET 26
Ultimo aggiornamento: 16:26
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Foto ANSA

Il presidente Aleksandar Vučić non c’era, “impegni pregressi”, la visita di stato di un ospite uzbeko. C’erano tre ministri, il patriarca Porfirije, sfilze di pope e di veterani, la banda armata di Banja-Luka, e tanta gente, gli eroi sono spesso vecchi e disgustosi. In Sassonia-Anhalt – piccola periferia, ma è lì che si sperimenta, che si misura la febbre – vincono, trionfano, quelli che vogliono liberarsi dalla memoria dell’Olocausto, e volete che la periferia serba non si liberi, in un funerale solo, della memoria di Srebrenica? Il contesto. Il contesto decide, è il giudizio universale. Vučić, già ministro del governo nazional-comunista di Milošević, ora presidente della Repubblica e candidato primo ministro nelle imminenti elezioni politiche in Serbia, nel ventennale di Srebrenica, 2015, decise che gli convenisse andarci, alla cerimonia commemorativa dell’11 luglio, nella troade inseminata di pietre bianche.
Il contesto non era maturo, dovette fuggire, riparato dalle guardie del corpo, sotto la gragnuola di sassi, scarpe, bottiglie, fischi e urli scagliati dai pellegrini. Oggi, undici anni dopo, non è andato di persona al grandioso funerale di Mladić ma ha potuto congratularsi delle insperate coincidenze, che trasformavano il suo imbarazzo con la salma di quel malvivente nella carta preziosa in mano a un doppiogiochista. Rimuovere il passato e intanto lasciare che “il popolo” lo celebrasse, tener testa a un governo europeo traballante, compiacersi del proprio legame incrollabile con la fraternità slavo-ortodossa e il Cremlino, e sentirsi al passo con la Casa Bianca e i suoi oligarchi maggiori. Del contesto fa parte anche la stretta affinità fra la guerra serbista alla Bosnia musulmana del ’92-’95, e quella russa all’Ucraina: la Grande Serbia e la Grande Russia – una prova generale. Del contesto fanno parte il 7 ottobre del 2023, e la vendetta su Gaza e la Cisgiordania.
La spoglia di Mladić, non so se abbiate avuto sentore della sua transustanziazione dei giorni scorsi. Il Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia, che già dal 2013 si era chiamato, miseria della nomenclatura burocratica, Meccanismo residuale internazionale per i Tribunali penali, lo aveva condannato all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra, sterminio, deportazioni, altri atti disumani quali trasferimenti forzati, omicidi, terrore, attacchi indiscriminati alla popolazione civile, sequestro di ostaggi, compreso il personale delle Nazioni Unite… Per questi crimini ha scontato in prigione 6 (sei) anni, perché dalla fine della “guerra”, nel 1995 al 2011, quando il governo serbo si rassegnò a catturarlo, aveva trascorso sedici anni da latitante, prima da bellimbusto mondano a Belgrado, poi da contadino malconcio in un villaggio. La Russia di Putin e di Lavrov non ha mai smesso di denunciare l’operato iniquo del Tribunale dell’Aia contro i serbi: antiveggente. Mladić è morto a 84 anni, dopo una quantità di malanni. Suo figlio Darko ha proclamato che è stato assassinato dai carcerieri. Vučić ha prudentemente accusato il Tribunale internazionale di disumanità per non averlo rimandato a morire a casa. Le ricostruzioni di questi giorni smentiscono sdegnosamente che sua figlia Ana – la prediletta, quella accanto alla quale è stato seppellito – si fosse suicidata (a 23 anni) vergognandosi di lui, e anche che si fosse suicidata: era stata uccisa dai suoi nemici, interni o esterni. Sicché Srebrenica, se mai fosse avvenuta, sarebbe stata lo sfogo di un padre impazzito dal dolore della perdita della sua bambina, la luce dei suoi occhi. 8.372 trucidati, fra i 12 e i 77 anni – finora – per lenire il lutto del povero padre. Lo hanno perfino paragonato, il vecchio farabutto, a Gavrilo Princip, il ventenne maestro dalle scarpe grosse e vergine di donna che non sapeva che cosa faceva, e “scatenò la guerra mondiale”.
Del contesto fanno parte i nostri che insorsero contro la guerra d’occidente a Belgrado, e si erano distratti dai quattro anni di assedio di Sarajevo. Ne fanno parte, penultimi arrivi, i black-bloc neri col crocifisso di Dover. Del contesto fa parte il terrorismo più impunito, protervo e misconosciuto del mondo, la carneficina di donne perpetrata dai loro strenui padroni, una per una, una per uno. Buttarne giù dal cavalcavia una per riaddomesticarne mille. La luce dei loro occhi.
Per Mladić, si trattò di stupri di bambine e di donne, autorizzati, incitati. Di massa: li si chiamò etnici, volgendo la quantità in qualità. Non voltatevi dall’altra parte, la sostanza non è così diversa. E’ morto e sepolto, onori militari e turiboli e tutto. La morte non è il castigo, né il premio. La morte non è. C’è il contesto e la memoria dei vivi: la partita si gioca là.