È morto all'Aia Ratko Mladic, il boia di Srebrenica

L'ex generale era stato condannato in via definitiva all'ergastolo per genocidio, crimini di guerra e contro l'umanità commessi durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina. Aveva 84 anni ed era sottoposto a cure palliative, nell'ospedale del centro di detenzione delle Nazioni Unite

27 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 14:20
Immagine di È morto all'Aia Ratko Mladic, il boia di Srebrenica

Foto ANSA

È morto oggi nel centro di detenzione delle Nazioni Unite all'Aia Ratko Mladic, ex comandante dell'Esercito della Repubblica Srpska (entità a maggioranza serba della Bosnia) noto come "il macellaio dei Balcani" o il "boia di Srebrenica". Era stato condannato all'ergastolo per genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra commessi durante il conflitto in Bosnia ed Erzegovina. Aveva 84 anni. 

La latitanza e la condanna

Mladic era stato comandante dello stato maggiore dell'esercito della Repubblica Srpska dal 1992 al 1995 e aveva guidato le forze serbo-bosniache durante alcune delle principali operazioni della guerra. Nel novembre 2017 il Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia lo aveva condannato all'ergastolo, riconoscendolo colpevole di dieci degli undici capi d'accusa contestati. Tra i reati per i quali era stato condannato figurano il genocidio di oltre ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi a Srebrenica nel luglio 1995, le persecuzioni, gli omicidi e le deportazioni della popolazione civile, la campagna di terrore contro Sarajevo durante l'assedio e la presa in ostaggio di personale delle Nazioni Unite.
Il giudice aveva dovuto allontanarlo dall'aula dopo che Mladic ha dato in escandescenze contro la corte, dopo avere tenuto un atteggiamento arrogante per tutto il processo. La decisione era stata confermata definitivamente in appello nel giugno 2021 dal Meccanismo residuale internazionale per i tribunali penali.
Di fronte all'incriminazione per genocidio del tribunale dell'Onu, nel 1996 Mladic cominciò i suoi anni di latitanza a Han Pijesak, un complesso militare della Bosnia orientale costruito per il leader comunista jugoslavo Josip Broz Tito e progettato per resistere a un attacco nucleare. Lì accudiva api e 23 capre che, si diceva, portavano i nomi delle personalità straniere che detestava, come Madeleine Albright, l'ex segretario di stato americano. Quando alla fine degli anni Novanta il terreno in Bosnia si fece troppo caldo, Mladic si trasferì con la famiglia in una villa nella periferia di Belgrado. Si faceva vedere alle partite di calcio, cenava in ristoranti di lusso, frequentava i caffè dell'élite, rifiutava le interviste e sorrideva con aria interrogativa quando veniva fotografato. Prima di entrare in clandestinità, nel 2002, fu visto spesso in pubblico, a volte con le sue guardie e a volte da solo, alla guida di una squadrata Yugo per le strade della capitale. Nell'ottobre del 2000 Milosevic era stato rovesciato e le nuove autorità democratiche jugoslave lasciarono intendere che avrebbero potuto consegnare Mladic al tribunale. Lui sparì del tutto dalla vista nel 2008 e fu infine arrestato nel maggio del 2011 in un villaggio vicino a Belgrado, dove si nascondeva nella modesta casa di un parente.

Le atrocità della guerra

Ex ufficiale comunista diventato signore della guerra nazionalista, Mladic è stato una delle figure più note di un conflitto che ha lasciato sul terreno più di centomila morti e oltre un milione di sfollati.
Guidò prima l'insurrezione serba in Croazia, poi prese il comando dell'esercito serbo-bosniaco, sostenuto dalla Serbia e dall'allora presidente Slobodan Milosevic, morto anche lui in custodia del tribunale dell'Aia, nel 2006, mentre era sotto processo per genocidio. Come altri protagonisti del conflitto jugoslavo, assorbì il nazionalismo dalla sorte toccata alla sua famiglia nella Seconda guerra mondiale: suo padre fu ucciso dai croati. Mladic era noto per l'ossessione per la storia della propria nazione. Vedeva la guerra di Bosnia come l'occasione di una vendetta per i cinquecento anni di occupazione ottomana della Serbia. Chiamava spesso "turchi" i musulmani di Bosnia e promise vendetta quando le sue truppe travolsero l'enclave protetta dall'Onu di Srebrenica. Trascinato dalla superiorità di fuoco dei serbi e dalla disattenzione internazionale, Mladic era convinto della vittoria finale. Ordinava ai suoi uomini di "bruciare il cervello" ai musulmani di Bosnia e si vantava di essere un "dio serbo".
Quando nel 1992 scoppiò la guerra etnica in Bosnia, Mladic assunse il comando delle truppe serbo-bosniache e prese il controllo di vaste porzioni del paese per dar vita a un mini-stato serbo. Le forze sotto il suo comando assediarono la capitale, Sarajevo, e altre città e villaggi, allestirono campi di concentramento per i civili non serbi e per i soldati nemici catturati, e uccisero sistematicamente i prigionieri. A Sarajevo nel 1995 le truppe serbe tennero la città isolata mentre i cecchini uccidevano i civili.
Le truppe di Mladic massacrarono più di ottomila uomini e ragazzi musulmani a Srebrenica: l'unico caso di genocidio in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Zona protetta dell'Onu per i musulmani, Srebrenica finì travolta dai serbi, che separarono gli uomini e i ragazzi, li costrinsero a spogliarsi, li uccisero e ne spinsero i corpi con i bulldozer dentro le fosse comuni, in una furia durata più di una settimana.

La morte nell'ospedale del carcere dell'Onu

Negli ultimi anni le sue condizioni di salute si erano progressivamente deteriorate: soffriva di gravi patologie cardiovascolari e neurologiche e aveva subito diversi ictus. Dal 2024 riceveva cure palliative presso l'ospedale del centro di detenzione delle Nazioni Unite. Nelle ultime settimane la famiglia e le autorità serbe avevano intensificato le richieste per consentirgli di trascorrere l'ultima fase della vita in Serbia. Il 22 agosto il Meccanismo dell'Aia aveva tuttavia respinto un'ulteriore istanza di rilascio anticipato per motivi umanitari, rilevando che l'imminenza della morte non costituiva di per sé una ragione sufficiente per la liberazione e sostenendo che Mladic ricevesse nei Paesi Bassi cure mediche e palliative adeguate. In altre parole, per l'Aia la qualità dell'unità detentiva e dell'ospedale carcerario era tale da garantire il massimo comfort possibile, senza che il contesto detentivo aggravi la situazione in modo da produrre un trattamento inumano o indegno. La gravità della condanna per genocidio, unita al regime di visite eccezionale già concesso alla famiglia, ha pesato quanto le condizioni cliniche. Il ministro della Giustizia serbo Nenad Vucic aveva riprovato martedì 25, offrendo il trasferimento all'Accademia medica militare di Belgrado con qualunque restrizione il tribunale avesse imposto.
Mladic non è mai stato trasferito in uno stato di esecuzione della pena, come invece era accaduto a Karadzic (mandato nel Regno Unito nel 2021). È rimasto nell'unità detentiva Onu di Scheveningen, dal 2024 nel reparto ospedaliero. Questo significa che ogni decisione sul suo destino dipendeva direttamente dalla presidente del Meccanismo, l'uruguaiana Graciela Gatti Santana. La liberazione anticipata per un ergastolo non è infatti un diritto che matura col tempo: è una misura discrezionale ed eccezionale, che richiede "circostanze imperative e straordinarie".
Nonostante la condanna, in parte della Serbia e della Repubblica Srpska la figura di Mladic ha continuato negli anni a essere celebrata come comandante militare e figura simbolica della causa serbo-bosniacaSul muro di una delle strade del centro della capitale della Serbia, Belgrado, fa bella mostra di sé un enorme murale di Mladic, insieme alla scritta "Generale, grazie a tua madre per averti dato alla luce". Il murale è diventato terreno di scontro tra chi vorrebbe cancellarlo e i militanti di estrema destra che (con la compiacenza della polizia, in teoria lì per evitare disordini) custodiscono con cura l’affresco. A Belgrado si contano oltre 250 tra murales e graffiti dedicati a Mladic, alcuni a pochi passi da piazza della Repubblica, in qualche caso con scritte che negano esplicitamente il genocidio di Srebrenica. Restituirlo alla Serbia perché vi morisse da martire avrebbe avuto un costo simbolico che il Meccanismo non era disposto a pagare.