Dove guardano i giovani serbi che domenica sfidano Vucic

Una studentessa del movimento ci racconta una generazione che non vuole lasciare il paese e ha messo da parte le ideologie per una “ragione esistenziale”. Gli studenti lottano contro la corruzione, per la democrazia e lo stato di diritto. Le discussioni sulla politica estera e l’Ue sono rimandate, in un paese in cui “essere filoeuropei non paga”, ci dice il politologo Nikola Burazer

23 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 18:46
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Foto Lapresse

“Quando ho attraversato a piedi la Serbia, nella grande marcia del movimento studentesco, ho visto decine di villaggi morti. Luoghi da cui tutti vogliono scappare. Ho incontrato persone anziane che vivono di nulla, in case piccole e vecchissime. Ma tante di loro uscivano di casa per portarci l’acqua, le mele del giardino o un dolce. Sapevano quello che stavamo facendo”. E’ il racconto di Tatjana Gogic, studentessa di Ecologia all’università di Belgrado e militante del movimento studentesco. Quest’anno la grande marcia è iniziata da Novi Sad, dove quasi due anni fa, il 1 novembre 2024, il crollo di una pensilina nella stazione ferroviaria – appena ristrutturata – uccise sedici persone. Gli studenti sono arrivati a Belgrado, a pochi giorni dalle elezioni parlamentari che potrebbero mettere in discussione il potere detenuto per quattordici anni dal Partito progressista serbo (Sns) e dal suo leader Aleksandar Vucic, primo ministro e poi presidente della Serbia che ora, dopo le dimissioni e la convocazione di elezioni anticipate da tempo richieste dal movimento studentesco, aspira di nuovo a fare il primo ministro.
Tatjana spiega come e perché ha iniziato, lei che, prima di unirsi alle proteste, non aveva alcuna esperienza politica: “Ho sempre votato, non ho mai saltato un’elezione, ma prima ‘politica’ era una parola sporca per me. Era qualcosa a cui solo le persone egoiste, avide, corrotte, con forti ambizioni personali, potevano essere interessate. Questo è quello a cui io e i miei coetanei siamo sempre stati abituati. Ora penso che la politica sia un meccanismo per innescare cambiamenti positivi nella società”. Il movimento ha offerto un’idea diversa di futuro a una generazione di giovani per i quali l’orizzonte più probabile era quello di lasciare il paese e che domenica “con ogni probabilità voteranno in modo schiacciante per la lista studentesca”, spiega al Foglio Nikola Burazer, scienziato politico e direttore di programma del Center for Contemporary politics di Belgrado, “più alta sarà l’affluenza dei giovani, peggio sarà per il governo”. Secondo una ricerca pubblicata ad agosto dalla Koms, l’organizzazione ombrello dei giovani serbi, si prevede un’ampia, e inedita, partecipazione alle urne degli under 30 – circa l’89 per cento – e l’85 per cento di loro sostiene il movimento studentesco.
Tatjana racconta tutto dall’inizio: l’incidente di Novi Sad, le aggressioni di gruppi vicini al regime contro i ragazzi che si riunivano per osservare quindici minuti di silenzio in ricordo delle vittime, le violenze, gli arresti. La rassegnazione che diventa rabbia, le occupazioni, le facoltà bloccate. All’inizio gli studenti non avevano ambizioni politiche in senso istituzionale: “Non volevamo avere nulla a che fare neanche con i principali partiti di opposizione”, ma dopo un anno e mezzo di richieste rimaste inascoltate il movimento si è trasformato in qualcosa di diverso. “Volevamo che le nostre istanze si realizzassero, e avevamo bisogno di un day after, di un piano per il futuro”. Quel piano per il futuro oggi ha la forma di una lista elettorale “Studentska lista” – 250 candidati tra avvocati, professori, medici, scienziati, quasi tutti senza esperienza politica – e di un programma, entrambi discussi e votati dagli studenti organizzati in plenum, le assemblee delle facoltà – Tatjana lo chiama “un processo lungo e quasi tediante”, ma anche un esperimento riuscito di democrazia in un paese in cui gli spazi di libertà si restringono sempre di più. Il Bertelsmann Stiftung’s Transformation Index del 2026 classifica la Serbia come il peggior paese dei Balcani occidentali per qualità della democrazia, sottolinea come lo stato di diritto e la libertà di stampa siano ulteriormente peggiorati e definisce il paese una “autocrazia moderata”.
Al centro del programma della Studentska Lista ci sono la lotta alla corruzione, la riforma del sistema giudiziario, leggi per tutelare la trasparenza nell’uso dei fondi pubblici, oltre a più risorse per la scuola, l’università e per la sanità pubblica. Attorno all’ambizione di costruire un paese più libero, più equo, meno corrotto si sono unite persone altrimenti molto distanti per posizioni e idee politiche: “Tra di noi c’è gente di sinistra, di destra, liberali, conservatori, e tutto quel che c’è nel mezzo. Ma il motivo per cui la maggior parte dei giovani, inclusa me, è qui è una questione più esistenziale che ideologica. Non vogliamo lasciare la Serbia per andare altrove. L’ideologia è irrilevante se c’è in gioco la sopravvivenza”.
Ai temi più controversi è riservato meno spazio e infatti nel programma c’è pochissima politica estera. Un nodo irrisolto riguarda l’Unione europea: la Serbia faceva da “front runner” tra i paesi dei Balcani occidentali candidati all’adesione, ora è di fatto ferma e le relazioni tra Belgrado e Bruxelles sono tormentate. A settembre, di fronte alla glorificazione del “macellaio della Bosnia” Ratko Mladic, sepolto con onori militari e alla presenza di membri del governo, la commissaria all’Allargamento Marta Kos ha assunto una posizione ferma e annullato la visita istituzionale. Ma l’idea che gli studenti che si oppongono a un autocrate vicino al Cremlino e che ha di fatto congelato il processo di integrazione europea siano, di per sé, convintamente europeisti è una semplificazione sbagliata. Tatjana preferisce non parlare dell’adesione serba all’Ue: “decideranno i serbi in un referendum”. “C’è un euroscetticismo significativo nel paese”, spiega Burazer, “c’è un senso di frustrazione diffusa anche tra chi guarda all’Europa ma non è soddisfatto delle relazioni che l’Ue ha intrattenuto con il governo. L’Unione è percepita più come un’alleata di Vucic, su cui spesso ha scelto di non esercitare pressioni per preservare un’apparente ‘stabilità’. In questo senso, la scelta di dichiararsi apertamente filoeuropei potrebbe danneggiare la reputazione degli studenti. Al contempo, lottare per la democrazia e contro la corruzione significa lottare per i valori europei”. Un altro tema controverso sono le rivendicazioni serbe sul Kosovo, che gli studenti hanno dichiarato di appoggiare attraverso un Memorandum pubblicato lo scorso maggio, in cui si legge che la regione è “parte inalienabile della Serbia”, ma al contempo si auspica una soluzione nell’ambito della Costituzione serba e del quadro internazionale. “Credo che il Memorandum abbia ricevuto molta più risonanza fuori dalla Serbia che dentro”, commenta Burazer. “Il linguaggio utilizzato è problematico”, chiarisce, “ma il contenuto rispecchia perfettamente quello che in Serbia è considerato mainstream. Di fatto non indica nessun cambio di approccio”. Ora, però, la priorità è concentrarsi sulle lotte che uniscono, che trascinano i giovani nelle strade e nelle piazze – dove a lungo la politica è stata bandita, ma adesso “è diventata cool”.