Esteri
L'editoriale dell'elefantino •
Né Sparta né Atene: un governo di unità per Israele
Lo stato ebraico ha bisogno di un po’ di creatività politica all’italiana, cinica ma efficace. Netanyahu e Eisenkot non verranno mai perdonati se non riusciranno a ricostruire un’immagine solida, e al tempo stesso intelligente e disponibile, del loro paese e destino

Foto Ap via LaPresse
Un popolo, uno stato. E una sola faccia di Israele per il mondo, sicurezza e democrazia. Il disprezzo per Netanyahu, la voglia matta di vederlo perdere malamente le elezioni, di farlo finire in galera per corruzione, ma se questa trappola non scattasse allora ecco l’impulso di bollarlo come un criminale di guerra, tutto questo dannare chi guida da vent’anni Israele, chi fa la guerra ai nemici dopo il fallimento dei tentativi di una pace stabile e convincente, tutto questo sentimento grossolano e massiccio, tutto questo isterismo qualifica la bella gente che lo prova in occidente e si comprende, all’opposto, con la lotta politica ed elettorale a Tel Aviv e a Gerusalemme, due tra le città più litigiose del mondo. Io sono per un governo di coalizione e unità nazionale, mi fido di Netanyahu e anche di Eisenkot, festeggerei l’esclusione dal governo di piccoli partiti messianici ispirati più o meno al rabbino Kahane, la restituzione di un volto unito al mondo da parte dei cosiddetti sionisti, le nuove bestie nere degli antisemiti travestiti e di milioni di gonzi al loro seguito.
Sono tutti d’accordo, dal capo del Likud al capo della coalizione delle opposizioni Eisenkot: un popolo uno stato, almeno finché non si potranno avere due democrazie sicure e due popoli laicamente pacificati, senza il jihadismo e il nichilismo tra le balle, per ora vaste programme. E allora forza. I balbettamenti un po’ barbarici della campagna elettorale, Sparta o Atene, stanno per finire, con il voto libero di israeliani, ebrei e arabi, a milioni. Qualcuno dovrà pur preparare il terreno per una svolta, visto che andare al voto per la sesta volta dal 2019, in caso di stallo alla Knesset, pare un azzardo un po’ a tutti.
Israele ha bisogno di uno spirito d’avanguardia, di un po’ di creatività politica all’italiana, cinica, magari anche birbona, ma efficace. La sua posizione attuale nel mondo è intenibile. Ha fatto quel che doveva e poteva per respingere l’assalto del 7 ottobre e castigare duramente i sette fronti dell’accerchiamento, cautelandosi anche sotto il profilo della dissuasione nucleare, ma tutto è stato al costo di un isolamento progressivo dall’opinione pubblica americana, repubblicani e democratici insieme, per non parlare dell’Europa. Alla Corte penale internazionale sono prevalsi i criteri della giustizia zulu, con il contorno della spezia pakistana e del molle menefreghismo britannico in materia di ex mandato palestinese, così risulta criminale chi si difende e contrattacca, e il pogrom è derubricato a incidente resistenziale sotto occupazione militare. La stampa e le televisioni se la bevono, l’umanitarismo diventa un pugnale da affondare nella schiena del paese e del suo popolo e del suo esercito, le vittime del nazismo diventano i nuovi nazisti. Netanyahu e Eisenkot non verranno mai perdonati se non riusciranno a ricostruire un’immagine solida, granitica, e al tempo stesso intelligente e disponibile, del loro comune paese e destino. Israele non può oscillare tra grida spartane e minacce di emigrazione della buona borghesia colta, della start up nation, del ceto degli scrittori e degli intellettuali nevrotici, è un paese sottoposto a una prova che avrebbe stroncato chiunque, una terra di coraggiosi, di forti, di umanissimi e ambiziosi cittadini a tutto tondo, capaci di rispettare e rispettarsi ma facendosi rispettare. Serve decidere chi sarà alla guida, ma di un governo di unità.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
