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Cara Ue, reagisci come le colonie americane
L’Europa oggi è sottoposta da Trump a condizioni non troppo diverse da quelle che Londra riservò alle colonie. Su difesa, sicurezza, AI, terre rare ed energia è necessario costruire rapidamente operazioni rafforzate con chi sta dentro e fuori l’Ue

L’incontro tra Ursula von der Leyen e Donald Trump lo scorso anno all’Onu (LaPresse)
Tutti gli alleati tradizionali degli Stati Uniti hanno dovuto amaramente a proprie spese imparare a diffidare e temere l’Amministrazione Trump. Tutti senza eccezione, quelli in America e quelli in Europa, sino a tutte le monarchie del Golfo che confidavano nella difesa attiva da parte di Washington a cui avevano concesso molte basi militari, in cambio del loro impegno a contrastare l’Iran e le sue milizie proxies. E invece la monarchia saudita e gli Emirati si sono trovati esposti ai durissimi colpi iraniani e al cappio sul loro export energetico, mentre Washington era ed è sempre più esitante su come uscire da un conflitto che ha reso l’Iran non più debole ma più forte.
Per l’Europa, è un momento seminale. Sinora, l’offensiva di Trump su frontiere (Canada, Islanda, Groenlandia-Danimarca), dazi e decoupling militare è stata fronteggiata da una strategia ispirata alla limitazione del danno, accettando la pretesa americana di imporre dazi zero all’export Usa mentre l’export europeo da Washington viene tassato di più. Il pensiero dominante, più forte in alcuni governi europei come quello italiano, è che bisogna evitare il più possibile di usare verso Trump gli stessi toni ultimativi e coercitivi che riserva alla Ue, basta aspettare con pazienza che gli elettori americani tra elezioni del midterm e presidenziali facciano giustizia. Ma è un errore grave. La presidenza imperiale di Trump, che esplicitamente usa in primis verso i tradizionali alleati la minaccia daziaria e quella tecnologica come leve potenti al servizio della preminenza strategica degli interessi statunitensi, non dispiace a un numero crescente di oppositori democratici e grandi imprese Usa. Il focus dell’opposizione a Trump è contro il suo continuo tentativo di manomettere a proprio vantaggio – politico e finanziario – l’equilibrio tra poteri disegnato dalla Costituzione americana fino al reiterato tentativo di manomettere le elezioni e di mandare milizie armate fuori dai seggi per non far votare gli immigrati. Non è sulla politica estera, sul suo rapporto con Putin. Quindi i leader europei devono davvero pensare a una ridefinizione strategica del proprio rapporto con gli Usa, che duri anni e non sia esposta alla mercurialità degli inquilini della Casa Bianca. E per fare questo non servono rotture plateali, ma idee chiari e toni fermi. Esattamente quelli usati nel luminoso intervento del premier canadese Marck Carney sposando la proposta di rendere il suo paese partner associato della Ue: “Noi non proponiamo un terzo blocco per diventare rivali di una grande potenza. Non cerchiamo potere per dominare gli altri. Al contrario, perseguiamo la resilienza affinché nessuno possa controllare i nostri mercati aperti, compromettere la nostra sovranità, minacciare la nostra integrità territoriale, minare le nostre democrazie, il nostro stato di diritto. Noi vogliamo un’alleanza non definita da ciò cui si oppone, ma da ciò per ci si batte, libertà, solidarietà, prosperità, sostenibilità”. La domanda è: sono disposti i leader dei maggiori paesi Ue a parlare questa stessa lingua, a mettere mano a un piano serio che su queste basi duri anni?
Premessa storica
Non bisogna mai forzare le comparazioni storiche. Ma, per molti versi, i paesi Ue sono oggi in condizioni per alcuni versi analoghe a quelle in cui si trovavano le Tredici colonie americane della Gran Bretagna dal 1760 in poi. Quando, a casse svuotate dalla Guerra dei Sette Anni, i governi di Londra iniziarono ad adottare norme limitative dell’export delle Colonie coi dazi, e insieme aumenti della loro tassazione con norme come il Sugar Act del 1764 e lo Stamp Act del 1765, il lealismo verso Londra che mai era stato messo davvero in discussione nelle Colonie generò in poco tempo proteste popolari sempre più diffuse, e quelli che divennero poi i padri della Costituzione americana iniziarono subito a scrivere libelli prima riflessivi, ma poi sempre più accesi basati sul principio del no taxation without representation. Il re Giorgio III in realtà considerava eccessivo e forse illegittimo – lo abbiamo appreso solo quando Elisabetta II diede accesso all’immenso fondo degli scritti privati georgiani custoditi nella torre del castello di Windsor – voler pretendere insieme di applicare dazi e tasse aggiuntive alle Colonie. Ma, a differenza di Trump, Giorgio III fin da giovane era un sostenitore tenace dell’equilibrio tra poteri come pilastro delle istituzioni britanniche per impedire il ritorno a re assolutistici dopo la rivoluzione del 1688, ergo non se la sentì mai di contrastare frontalmente i governi che avessero maggioranza in parlamento. E questo determinò che, pur costretti ad abrogare lo Stamp Act, i governi londinesi divennero sempre più sordi e duri verso le Colonie che all’inizio cercarono civilmente un appeasement, per diventare a propria volta inflessibili sulla priorità di perseguire l’indipendenza battendo armi alla mano i britannici e i loro mercenari assiani, fino alla sconfitta definitiva britannica a Yorktown nel 1781. Come in tutte le guerre, l’indipendentismo ricorse a toni sempre più estremi. Le 28 accuse a Giorgio III che costituiscono la seconda parte della Dichiarazione di Indipendenza americana condivisa dalle Colonie il 4 luglio 1776, scritte da Thomas Jefferson, risultano oggi storicamente infondate. Giorgio III era l’esatto contrario della reincarnazione di Carlo I che aborriva, ma il suo rispetto di governi e parlamento lo spinsero a perdere l’America.
Perché questa premessa storica? Il motivo è che l’Europa è sottoposta da Trump a condizioni non troppo diverse da quelle che i governi di Londra riservarono alle colonie. Nel nostro caso non si tratta di ricorrere a un conflitto armato. Ma di costruire una nuova alleanza con paesi extra Ue, alleati degli Usa e sottoposti alle nostre stesse vessazioni, affinché si possa ripristinare un domani una partnership con gli Usa più paritaria e stabile. L’indipendenza degli Usa non ha impedito nella storia una successiva partnership strettissima con Londra, gli americani intervennero nella Prima come nella Seconda guerra mondiale e furono decisivi. E’ lo stesso obiettivo cui deve mirare oggi l’Europa. Anche facendo leva su un’altra condizione attuale che è senza precedenti storici: mai nell’intero secondo dopoguerra i mercati mondiali hanno tanto diffidato degli Usa come invece avviene oggi.
I mercati non si fidano di Trump
A quasi due anni dall’inizio del secondo mandato del presidente Trump, l’economia mondiale è sempre più alla ricerca di modi per prendere le distanze dall’America. Le preoccupazioni relative al peso di un debito di 40.000 miliardi di dollari, all’uso eccessivo delle sanzioni per risolvere i problemi di politica estera e alla propensione di Trump a spingersi oltre i limiti dello Stato di diritto stanno sollevando interrogativi sull’attrattiva degli Stati Uniti come rifugio per gli investimenti globali. Nonostante gli enormi impegni assunti da multinazionali, aziende e nazioni straniere di investire negli Stati Uniti per ingraziarsi la Casa Bianca, i capitali e gli investitori globali hanno iniziato a cercare destinazioni alternative. Guerre, impatti energetici e uso del dollaro come arma da parte degli Stati Uniti attraverso le sanzioni finanziarie stanno spingendo gli investitori istituzionali a cercare di diversificare i propri portafogli allontanandosi dagli asset in dollari. Certo, gli Usa non sono considerati ancora come un rischio ingestibile. Continuano ad affluire fiumi di denaro dall’estero nei mercati finanziari e nelle azioni americane, le infrastrutture per l’intelligenza artificiale sono in fortissima espansione. E il segretario al Tesoro Scott Bessent resta fiducioso nella credibilità del sistema finanziario statunitense, sostenendo che le aste obbligazionarie continuano a svolgersi con successo e che il dollaro è ancora fiorente.
Ma diverse crepe stanno cominciando a manifestarsi. I Treasuries decennali continuano nella crescita dei propri rendimenti per essere piazzati alle aste, si è superato il 5 per cento, il livello più elevato dal 2007. L’aumento dei tassi pochi giorni fa dalla Fed limitato a soli 25 punti base non è in grado di creare fiducia sulla capacità della Banca centrale di tenere sotto controllo l’inflazione e non ferma la turbolenza ulteriore sui mercati obbligazionari. Né lo fa il ritorno da parte del Tesoro ad acquisti di titoli pubblici a lungo termine, che appare come un’arma di ultima istanza che non smentisce gli allarmi ma li conferma. Con una condizione fiscale a lungo termine degli Stati Uniti instabile, non a caso il fondo sovrano norvegese, il più grande al mondo, ha dichiarato di voler ridurre le proprie partecipazioni in titoli del Tesoro statunitense, alla ricerca di rendimenti più elevati ma più sicuri altrove.
La quota di dollari detenuta nelle riserve delle banche centrali è in costante calo nell’ultimo decennio, alla fine del 2025 era pari al 56 per cento rispetto al 64 per cento del 2015. Se l’Europa fosse capace di decisioni economiche energiche, sarebbe un momento d’oro per l’euro. Più gli Stati Uniti intensificano il ricorso alle sanzioni per risolvere i conflitti globali, più la permanenza del dollaro come valuta di riserva mondiale viene messa in discussione. Quando ad agosto Bessent ad agosto ha annunciato l’operazione Economic Outcast, per strangolare l’economia iraniana minacciando sanzioni secondarie a chiunque mantenga legami economici con Teheran, lo stesso Bessent ha dovuto ammettere che, se Washington fosse costretta a mettere in atto tale minaccia, ciò potrebbe “far saltare in aria il sistema finanziario globale”.
Sotto gli occhi di tutti, Cina e la Russia lavorano instancabilmente a piattaforme di valuta digitale transfrontaliere con Paesi asiatici e arabi al di fuori di Swift e della sua tracciabilità e controllo per i pagamenti internazionali Aggirare il sistema-dollaro è tecnologicamente oggi assai meno caro e rischioso che in passato. Altro segnale della diffidenza verso gli Usa di Trump è che nel 2025 le riserve internazionali mondiali detenute in oro abbiano superato le disponibilità ufficiali estere in titoli del Tesoro statunitense. Questo mese, la Banca centrale dei Paesi Bassi ha dichiarato di aver trasferito gran parte delle sue 95 tonnellate di riserve auree nordamericane fuori dagli Stati Uniti, citando “le crescenti tensioni geopolitiche” e la necessità di essere preparati a una crisi. A marzo, la Banca di Francia ha dichiarato di aver ritirato 129 tonnellate d’oro dalla Federal Reserve Bank di New York per trasferirle a Parigi.
Europa, svegliati
Come reagisce l’Europa di fronte a tutto questo? La presidente della Bce Christine Lagarde una settimana fa a Vienna ha tristemente snocciolato una serie di dati sul persistente nanismo europeo. I capitali europei impegnati negli Hyperscalers americani dell’AI hanno raggiunto lo scorso giugno i 440 miliardi di euro. Gli europei continuano a detenere oltre 10 mila miliardi di euro sui conti bancari, l’80 per cento delle persone fisiche e famiglie non detiene azioni né obbligazioni né quote di fondi d’investimento. E i fondi europei ovviamente preferiscono investire nei giganti tecnologici Usa partecipando ai loro round di finanziamento tramite Ipo, o sottoscrivendo i loro bond che oggi non sono emessi solo in dollari ma anche in euro. Mentre qui in Europa, quando settimane fa la maggior impressa francese di AI, Mistral, è andata sui mercati per un round di finanziamento che ha raccolto 3 miliardi, nessun investitore retail ha potuto partecipare perché Mistral non ha titoli quotati. Dei 150 miliardi roboantemente annunciati a febbraio 2025 per finanziare l’AI Strategy della Ue – 50 miliardi di fondi comunitari e 100 da recuperare sui mercati – solo 6 miliardi risultavano a giugno scorso affidati a progetti concreti. Se continua così, ferma alle sue farraginose regole e all’ipernormativismo della Commissione – nel dicorso sullo Stato dell’Unione il rischio della desertificazione industriale non è stato toccato neanche una volta da von der Leyen – l’Europa non è in grado dei costruire una nuova piattaforma condivisa che ridefinisca la partnership politico-militare-commerciale euro-atlantica, e resta una nana economica e finanziaria senza giocarsi la partita della sfiducia crescente che si diffonde nel mondo verso gli States.
Dobbiamo condividere toni e proposte di Carney e costruire rapidamente operazioni rafforzate con chi ci sta dentro e fuori la Ue, su difesa, sicurezza, AI, terre rare, metalli nobili ed energia. Condividendo per la prima volta tra stati diversi emissioni pubbliche di debito a sostegno dei progetti comuni, visto che nell’Euroarea in quanto tale non c’è consenso per farlo. Ma abbiamo bisogno di padri neofondatori che sappiano scrivere e infiammare i popoli europei come nelle Colonie americane fecero Jefferson, Hamilton, Benjamin Franklin e Thomas Paine. Alle follie trumpiane si risponde inventando e costruendo, non con l’attendismo scodinzolante.
Mai nell’intero secondo dopoguerra i mercati mondiali hanno tanto diffidato degli Usa come avviene oggi. Nonostante gli enormi impegni assunti da multinazionali e nazioni straniere di investire negli Stati Uniti per ingraziarsi la Casa Bianca, i capitali e gli investitori globali hanno iniziato a cercare destinazioni alternative
Abbiamo bisogno di padri neofondatori che sappiano scrivere e infiammare i popoli europei come nelle colonie americane fecero Jefferson, Hamilton, Benjamin Franklin e Thomas Paine. Alle follie trumpiane si risponde inventando e costruendo, non con l’attendismo scodinzolante