editoriali
La crisi del petrolio sta peggiorando
I sauditi cancellano carichi imminenti per l’Europa, la Libia chiude tre giacimenti
16 SET 26

Foto ANSA
L’Arabia Saudita ieri ha cancellato alcune forniture di petrolio all’Europa previste per fine settembre, dopo che un attacco della scorsa settimana, attribuito dalle autorità saudite alle milizie sciite irachene sostenute dall’Iran, ha costretto a fermare l’oleodotto East-West che alimenta il porto di Yanbu, sul Mar Rosso a metà tra il canale di Suez e lo Stretto di Bab el Mandeb (da dove una quota della produzione parte per entrare nel Mediterraneo, aggirando lo stretto di Hormuz). La notizia diffusa da Reuters della sospensione di carico nel porto saudita, insieme a quella del blocco di tre giacimenti libici causato dalle proteste delle guardie degli impianti petroliferi e a quella degli attacchi houthi di lunedì contro l’Arabia Saudita, ha sostenuto ieri un ulteriore rialzo di circa 3 dollari del Brent, che ha toccato quota 109 dollari al barile. L’oleodotto saudita era stato uno dei principali cuscinetti contro l’urto della crisi in Medio oriente, dato che può trasportare fra i 4 e i 5 milioni di barili di petrolio al giorno (il 5 per cento dei consumi mondiali e il 25 per cento di quanto transitava per lo stretto di Hormuz prima della guerra).
Ieri il segretario americano all’Energia, Chris Wright, ha detto alla Cnbc di aspettarsi la riapertura dell’oleodotto saudita entro pochi giorni, senza indicare però alcuna stima sui danni. Le immagini satellitari dell’oleodotto, diffuse negli ultimi giorni, mostrano una stazione di pompaggio visibilmente danneggiata dall’incendio che è continuato dopo gli attacchi. Le fonti sentite da Reuters dissentono da Wright sulle tempistiche, seppur la confusione sembra regnare sovrana: una fonte avrebbe stimato 5-6 settimane per le riparazioni, mentre un’altra riterrebbe possibile riprendere prima, seppur non a pieno regime. Per la sicurezza energetica dell’Europa la questione è però urgente: lo choc può portare in tempi brevi il greggio a 120 dollari al barile, aggravando una crisi energetica che può propagarsi al resto dei prezzi dell’Eurozona.