Economia
L’inflazione di Trump •
I mercati temono che l’America monetizzi il suo debito record. La via d’uscita
Se necessario, Il nuovo Presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, alzerà i tassi. Che piaccia al presidente americano oppure no
22 AGO 26

Foto Epa via Ansa
Il dato statistico più rilevante pubblicato questa settimana riguarda gli oltre 40 trilioni di dollari del debito pubblico americano, il livello storicamente più elevato di sempre. Di per sé questo dato non è molto significativo, se non lo si parametra alla capacità del paese di sostenerne il costo nel tempo, che dipende in particolare dalla dinamica stessa del debito rispetto al prodotto interno lordo del paese e dagli oneri per il pagamento degli interessi. In rapporto al pil, il debito americano ha già raggiunto il 125 per cento. Il dato di fine anno sarà rivisto di almeno un paio di punti. L’onere del pagamento degli interessi sul debito rappresenta quasi il 20 per cento delle entrate fiscali americane, più del doppio rispetto al decennio precedente. Per fare un confronto internazionale, in Giappone, che ha il debito pubblico più elevato tra i paesi avanzati, l’onere del debito pesa per circa il 15 per cento delle entrate fiscali. In Italia è meno del 9 per cento.
La soluzione al problema statunitense appare abbastanza semplice: aumentare le entrate fiscali, anche perché queste sono relativamente basse rispetto alla media dei paesi avanzati (circa il 30 per cento del pil, contro la media del 36 per cento del G7). Tuttavia, nel contesto politico attuale non sembra esserci misura più difficile da mettere in atto – negli Stati Uniti, ma non solo. Lo si è verificato dopo la sentenza della Corte suprema che ha imposto all’Amministrazione americana di rimborsare i proventi ottenuti dai dazi illegali imposti lo scorso anno. Il rimborso verrà effettuato facendo ricorso a nuovo indebitamento, ossia un deficit e un debito pubblico più elevato, e non attraverso nuove tasse.
In vista delle elezioni di metà mandato dei primi di novembre, l’Amministrazione si è guardata bene dall’annunciare nuove imposte, se non la riedizione sotto forma diversa di dazi sulle importazioni, nell’illusione che i cittadini americani credano ancora che tali misure non abbiano un impatto diretto sul loro potere d’acquisto. Ma anche dopo novembre, appare improbabile che l’Amministrazione cerchi di ridurre il disavanzo pubblico, visto che si voterà di nuovo nel 2028 (in quel caso per le presidenziali).
Gli operatori finanziari hanno capito che il problema del debito pubblico americano è innanzitutto politico. L’aumento dei tassi d’interesse a lungo termine, connesso all’ondata di vendita di titoli a tasso fisso, riflette la preoccupazione che la soluzione continuerà ad essere rimandata e la questione non verrà affrontata fin quando non emergeranno serie tensioni sui mercati.
A rafforzare questa convinzione sono state le poco convincenti dichiarazioni del segretario al Tesoro Scott Bessent, secondo cui il problema del debito si risolverà attraverso la crescita. In realtà, il debito americano è raddoppiato negli ultimi 20 anni, nonostante la crescita sia stata in media superiore al 3 per cento.
Gli interventi straordinari sul mercato dei titoli di stato americani hanno ulteriormente contribuito a creare incertezza. Il Tesoro ha acquistato sul mercato titoli a lungo termine contro l’emissione di nuovi titoli a breve scadenza. L’operazione irrituale – che se fosse stata effettuata da un paese emergente sarebbe stata equiparata a una vera e propria ristrutturazione del debito – non ha prodotto gli effetti sperati. I tassi a lunga non sono scesi come sperato.
Un fallimento che segue di poco quello dell’intervento congiunto con il Tesoro giapponese, mirante a rafforzare lo yen, ma che ha avuto un effetto solo temporaneo.
Queste operazioni finanziarie hanno rafforzato l’impressione che l’Amministrazione non abbia una vera strategia per affrontare il problema e ristabilire la fiducia. Se non con i soliti attacchi alla Banca centrale americana, colpevole di non abbassare i tassi d’interesse.
Si diffonde in questo modo la convinzione degli operatori finanziari che l’unica soluzione alla dinamica sempre più insostenibile del debito americano sia la monetizzazione del debito attraverso l’inflazione. Una inflazione che rimane elevata, anche negli Stati Uniti, alimentata non solo dai prezzi delle materie prime ma anche dalla domanda interna sostenuta dal deficit pubblico. Più si alimenta questa interpretazione e più i tassi sui titoli di stato americani tenderanno a salire. Con effetti di contagio sui titoli obbligazionari degli altri paesi avanzati, visto il ruolo centrale del dollaro nel sistema internazionale.
La storia mostra che c’è una sola via d’uscita da questa spirale perversa di aspettative: un aumento drastico dei tassi d’interesse da parte della Banca centrale. Il nuovo presidente della Federal Reserve – Kevin Warsh – non è stato scelto per somministrare questa pillola amara all’economia statunitense. Ma come tutti i banchieri centrali, non vorrà certo passare alla storia per essere stato quello che ha monetizzato il debito pubblico e fatto aumentare l’inflazione.
Alla fine farà il necessario, che piaccia o meno a Donald Trump.