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Zemmour è pronto a candidarsi, la sua squadra un po' meno

Mauro Zanon

È innegabile che lo scrittore sovranista, in tre mesi, sia riuscito a creare una dinamica sorprendente. Ma per diventare presidente, trasformando i suoi moltissimi lettori in elettori, c’è bisogno soprattutto di una struttura

C’è finalmente una data per tutti i sostenitori di Éric Zemmour. Domenica 5 dicembre, allo Zenith di Parigi, sala congressi situata a nord-est della capitale, lo scrittore sovranista annuncerà la sua candidatura alle presidenziali francesi, dopo quattro mesi di precampagna in giro per la Francia per presentare il suo ultimo libro, “La France n’a pas dit son dernier mot” (Rubempré), ma anche per tastare il polso del paese e testare la sua force de frappe elettorale. “La Croisée des chemins (nome dato al tour di precampagna, ma anche al sito che accompagnerà il suo percorso da qui ad aprile, ndr) giunge a conclusione: il 5 dicembre, allo Zenith di Parigi, avrà inizio il seguito della storia”, ha twittato venerdì l’ex giornalista del Figaro.

 

La data, che circolava da alcune settimane, è stata scelta con l’obiettivo di guastare la festa dei Républicains, il partito gollista francese, che il 4 dicembre designerà il cavallo su cui puntare per conquistare l’Eliseo (con pochissime speranze, visto che nessuno dei candidati alle primarie interne è mai stato indicato come possibile finalista delle presidenziali dai sondaggi e c’è il solito clima litigioso che non lascia intravedere un futuro rassemblement attorno a chi la spunterà). Alcuni membri del team zemmouriano, tuttavia, speravano in un annuncio anticipato, già a metà novembre, o comunque non nella settimana che va dal 29 novembre al 5 dicembre, già parecchio trafficata, e durante la quale l’attenzione dei francesi sarà molto sollecitata. Oltre al congresso dei Républicains e agli inevitabili interventi serali dei vari candidati per difendere il loro progetto davanti agli elettori, il 30 novembre ci sarà infatti la panthéonizzazione della ballerina e attivista per i diritti umani Jospéhine Baker, con relativo discorso del presidente Macron, e due giorni dopo, l’inquilino dell’Eliseo renderà omaggio anche all’ex capo dello stato Valéry Giscard d’Estaing, a un anno esatto dalla morte. “Non dobbiamo essere precipitosi in termini di tempistiche, mostrando invece che manteniamo la rotta”, è la linea stabilita mercoledì scorso dall’entourage di Zemmour, al termine di una riunione nel quartier generale, a rue Goujon, nell’Ottavo arrondissement.

 

Calma, dunque, un passo alla volta. Ma i mugugni di alcuni militanti impegnati in prima linea nell’organizzazione della campagna iniziano a sentirsi. Perché fra cinque mesi si terrà il primo turno delle presidenziali e non sanno ancora quale sarà il loro ruolo nella campagna che verrà. Secondo le informazioni di Politico Europe, i dettagli dell’organigramma dovevano essere presentati entro la fine di novembre: saranno invece resi pubblici non prima della fine dell’anno. Zemmour non è un “homme pressé”, insomma, le cose vanno fatte con ordine. Ma intanto, approfittando di una trasferta a Londra per incontrare la comunità francese che lavora nella City, ha assicurato alla stampa britannica che il prossimo anno Boris Johnson avrà un altro interlocutore all’Eliseo. “Macron ha fatto il suo tempo, ora è arrivato il mio turno”, ha dichiarato al Telegraph nel weekend, bollando l’attuale presidente come un “globalista che erode la sovranità nazionale”. Poi, con l’aria di chi è convinto di essere il nuovo Napoleone, ha aggiunto: “È soltanto l’inizio. Nessuno nella storia è riuscito a fare quello che ho fatto io negli ultimi mesi”. È innegabile che Zemmour, in tre mesi, sia riuscito a creare una dinamica sorprendente, sfruttando i media da eccellente comunicatore e polemista quale è sempre stato, insidiando Marine Le Pen nel ruolo di leader del sovranismo francese e imponendo i suoi temi prediletti, le tre i: islam, immigrazione, identità. Ma è anche vero che per diventare presidente, trasformando i moltissimi lettori che leggono i suoi libri incendiari in elettori, c’è bisogno di ben altro, e soprattutto di una struttura. Geoffroy Lejeune, direttore di Valeurs Actulles, il settimanale della destra identitaria francese ormai diventato il giardino di casa di Éric Zemmour, ha garantito poche settimane fa che alcuni “pesi massimi” dei Républicains abbandoneranno il carro gollista per salire sul carro zemmouriano subito dopo il congresso del 4 dicembre.

 

Sarà. Per ora, tuttavia, al di fuori dell’enarca Sarah Knafo, stratega e eminenza grigia del quasi candidato, dei giovani del fan club Génération Z, dell’esperto di comunicazione preferito della destra francese Olivier Ubéda, dell’ex prefetto Gilbert Payet, e del banchiere liberal-conservatore Charles Gave, non c’è molto altro. Di certo, non c’è (ancora) quella macchina da guerra capace di garantire il radicamento locale di un potenziale candidato più noto nelle città e nelle zone periurbane che nella Francia rurale: capace di portarlo all’Eliseo la prossima primavera. Per alcuni osservatori, lo storytelling secondo cui il dispositivo zemmouriano è pronto, è ben oliato e si sta dispiegando discretamente in ogni angolo del territorio francese corrisponderebbe assai poco alla realtà. L’attuale delirio mediatico attorno alla discesa in campo del polemista, sarebbe più un merito del talento comunicativo di Sarah Knafo, abile nel far uscire depistaggi e rumors, come accaduto con l’ex direttore della campagna elettorale di Jacques Chirac ed ex membro del Consiglio di stato Patrick Stefanini, il cui nome era apparso sui giornali come potenziale grande organizzatore della manovra verso l’Eliseo di Zemmour. L’unica certezza, attualmente, è l’aria di fasciosfera che regna nella galassia zemmouriana. Il sulfureo trentatreenne Samuel Lafont, definito da Libération un “pilastro della fasciosfera”, è il responsabile della comunicazione social di Zemmour. Assieme a lui, secondo le informazioni di Libération, un altro habitué di quel milieu è stato chiamato dallo scrittore sovranista per la raccolta fondi: il bretone Tristan Mordrelle, 63 anni, fondatore della libreria parigina Ogmios, specializzata nella letteratura di estrema destra.

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