Viaggio nell'università di George Soros

Paola Peduzzi

Come si fa a non perdere l'Europa? Lo scontro Orbán-Soros sull'università di Budapest dimostra che la difesa ideologica dell'interesse nazionale spesso diventa il suo contrario: il boicottaggio dell'interesse dei cittadini. Reportage 

La password del wi-fi per gli ospiti della Central European University è “Budapest1991”, che è l’anno di fondazione di questa università ma è anche una dichiarazione identitaria e un tuffo nel passato – e quando dici passato, a Budapest, ognuno ha un dolore che da qualche parte si riacutizza. La CEU è l’università voluta, fondata e finanziata da George Soros, un centro d’eccellenza che offre corsi post laurea, Master e Phd, che accoglie studenti da tutto il mondo – soprattutto dall’Ungheria: non è un dettaglio irrilevante, questo – e che è al centro di una contesa con il premier Viktor Orbán, che è uno che va in battaglia soltanto per vincere, ed è quel che sta facendo anche con la CEU.

 

Nel marzo del 2017, il governo di Budapest ha presentato una legge per regolamentare le università internazionali che di fatto era destinata a ridimensionare, se non ad annichilire, le attività di questo ateneo che, come racconta Masha Gessen del New Yorker, “si fonda in gran parte sulla buona volontà”. Buona volontà degli studenti, degli insegnanti, di Soros che elargisce borse di studio generosissime, ma anche, purtroppo, del governo di Budapest: fin da subito infatti, fin dall’inizio degli anni Novanta, quando questo progetto educativo e culturale prende forma nella testa di Soros e diventa in fretta – lui è così: vorace – un luogo fisico in cui formare l’élite post sovietica, si apre un contenzioso con l’esecutivo ungherese sull’utilizzo del termine “università”.

 

La CEU non era accreditata come università in Ungheria, il governo chiuse un occhio, poi fece pesare l’eccezione, poi richiuse un occhio e via così, per anni, e a ben vedere lo scontro di oggi formalmente ha ancora a che fare con quell’accredito. La CEU è accreditata negli Stati Uniti, il governo di Orbán ha chiesto di dare prova delle proprie attività nel paese d’origine, la CEU ha organizzato corsi al Bard College di New York spostando (e sponsorizzando) studenti da Budapest, il governo non ha ritenuto sufficiente la prova e così, dal primo gennaio del 2019, la CEU è tecnicamente in fase di trasloco: destinazione Vienna.

 

La CEU, l’università di Soros, sta preparando il trasloco a Vienna, con i guai logistici ed “emotivi” e con molte incertezze

Il rettore della CEU, Michael Ignatieff, saggista, storico ed ex leader dei Liberali canadesi, ha annunciato che parte dei corsi sarà spostata in Austria, visto che le prove presentate non sono state accolte e visto che il governo ungherese non ha firmato l’accordo bilaterale con la città di New York che servirebbe alla CEU per mantenere alcuni insegnamenti. Éva Fodor, numero due di Ignatieff, esperta di Studi di genere e vicerettrice della facoltà di Scienze sociali della CEU, spiega che a partire dal primo gennaio “non possiamo più accettare nuovi studenti per il prossimo anno accademico: questo – che si conclude con la sessione estiva – sarà l’ultimo anno accademico completo a Budapest”. “Possiamo portare alla fine dei corsi gli studenti che sono già iscritti, ma non tutti qui a Budapest”, continua la Fodor, con il suo sorriso volitivo e contagioso che occupa tutto l’ufficio.

 

La vicerettrice della facoltà di Scienze sociali della CEU, Eva Fodor (Credito CEU)


 

Alla CEU ci sono attualmente 1.435 studenti, provenienti da 118 paesi, in gran parte iscritti al Master, il restante nei programmi di ricerca Phd. Più di trecento studenti sono ungheresi, così come il corpo docente è per lo più formato da ungheresi: siamo una istituzione ungherese, ripetono molti nel campus, e non lo fanno certo per ostentare orgoglio nazionalista. Vogliono semmai dimostrare che la difesa stretta e ideologica del cosiddetto interesse nazionale – di cui Orbán è un campione e un esportatore – spesso si scontra con la realtà, e diventa il suo contrario: un boicottaggio dell’interesse dei propri cittadini.

 

La CEU è una realtà piccola, ma ha creato un indotto di cui ha beneficiato soprattutto Budapest, in termini economici – non soltanto per le tasse versate: gli studenti hanno bisogno di un posto dove dormire, di cibo e di divertimenti; per gli standard dell’ovest il costo della vita nella capitale non è alto, uno stimolo per gli stranieri – ma anche in termini culturali. L’università organizza molti eventi, dai concerti ai seminari, ha creato una rete di collaborazione con gli altri atenei ungheresi, mette a disposizione la sua biblioteca che è un patrimonio per tutta la regione: contiene la più grande collezione di saggi in lingua inglese sulle scienze sociali di tutta l’Europa centrale.

 

Ed è proprio camminando nella biblioteca – affollata e silenziosa, con grandi vetrate sulla città che regalerebbero ispirazione anche ai più svogliati – che la CEU appare per quello che è, nuda e bellissima: un’opportunità culturale piazzata nel cuore di Budapest per alimentare la contaminazione tra est e ovest, per farla crescere e per farla fruttare. E’ un’opportunità per gli stranieri ma anche e soprattutto per gli ungheresi che grazie alle borse di studio – alcuni studenti mi dicono che nessuno paga la retta completa: quel nessuno è il 2 per cento degli iscritti – hanno accesso a un’istruzione postuniversitaria che compare ogni anno nei ranking globali, che permette di fare esperienze negli atenei più prestigiosi del continente europeo, che avvia su molte strade lavorative internazionali e locali. La CEU è un’occasione per aprirsi al mondo, quel che Soros andava cercando negli anni Ottanta soffocanti e poi ancor più negli anni Novanta, quando la chance della libertà ha aperto davvero tutte le prospettive che prima erano chiuse dietro a un muro.

  

Le proteste del 2 Aprile 2017 contro la chiusura della Central European University (CEU) da parte del governo ungherese (Foto LaPresse)


  

La CEU è una grande risorsa soprattutto per l’Ungheria, per l’indotto economico e per l’eccellenza nella formazione

 Il governo ungherese dice che, rispettando le regole, la CEU può continuare a operare, ma è chiaro che qualsiasi prova l’università avesse presentato per ottemperare alle richieste non sarebbe stata sufficiente, perché la burocrazia è soltanto il pretesto di una resa dei conti che ha tutte le caratteristiche di uno scontro epocale. C’è il rapporto burrascoso tra Orbán e Soros, c’è la propaganda antisorosiana del governo ungherese e di tutti i suoi sostenitori internazionali, c’è Soros stesso con la sua filantropia liberal, ma soprattutto c’è una guerra culturale – in questi corridoi si vede con una chiarezza dolorosa – che riguarda la storia dell’Europa e in particolare quel ponte che, dalla caduta del Muro in poi, è stato costruito tra l’ovest e l’est.

 

Uno dei pilastri su cui poggia il progetto europeo, oltre alle quattro libertà e alla volontà di costruire un solido mercato comune, è la capacità dell’Unione europea di attirare a sé i paesi che sono usciti dall’orbita dell’Unione Sovietica dopo il 1989. L’ovest europeo ha fatto da magnete, l’est ha subito il fascino irresistibile dell’occidente – Soros dice: delle società aperte – e ha fatto letteralmente di tutto per poter farne parte. La CEU è, nel suo piccolo (ma non è troppo piccolo: formare il popolo europeo è una cosa grande), questo ponte tra est e ovest, il contagio occidentale nell’Europa centrale, fatto di istruzione, di esperienze, di contaminazioni intellettuali, di prospettive di lavoro, di vite che si intrecciano e che poi continuano a farlo, a est e a ovest.

 

 Dobbiamo badare al ponte est-ovest, alla CEU, simbolo potente di un progetto culturale che rischia di essere travolto dai colpi anti europeisti


 

Alcuni studenti del campus della CEU – in questa sede meravigliosa a due passi dal Danubio, dalla basilica di Santo Stefano, dal palazzo del Parlamento – raccontano di essersi sentiti abbandonati dall’Unione europea e dall’America: abbiamo organizzato tante proteste, abbiamo organizzato lezioni davanti alla sede del Parlamento, abbiamo ottenuto la solidarietà di molte altre università ungheresi, ma fuori di qui abbiamo sentito il gelo, e sì che se vuoi difendere l’Europa devi partire dalla difesa di un progetto come questo. Perché tanta freddezza? Per la prima volta da quando sono arrivata a Budapest ho pensato: è colpa di Soros.

 

Soros c’entra, ma fino a un certo punto. La CEU è un progetto culturale indipendente che si fonda sul ponte tra est e ovest

Intendiamoci: non è colpa sua, ma potersela prendere con lui, con quel che fa e con quel che rappresenta, semplifica enormemente il lavoro a Orbán. Sventolando la comoda propaganda contro il filantropo liberal, il governo di Budapest può evitare di dover dire che, abbattendo la CEU, sta privando l’Ungheria e gli ungheresi di una grande opportunità – soprattutto i più giovani, che come unico obiettivo hanno quello di andare a vivere altrove, nello sciagurato ovest soprattutto, dove si guadagna molto di più a parità di lavoro e dove le prospettive sembrano più rosee. Ecco: Orbán dice Soros e può così nascondere le crepe del suo modello illiberale.

  

La questione Soros è spesso difficile da maneggiare: lui è un signore di ottantotto anni che ha fatto per buona parte della sua vita scommesse speculative di forte impatto sui mercati (nel settembre del 1992, con una vendita allo scoperto di sterline e lire del suo fondo Quantum, fece collassare il valore delle valute: la lire perse il 30 per cento e uscì dallo Sme); gran parte delle rivoluzioni colorate che hanno scandito la storia recente dei paesi dell’est europeo è stata finanziata dal network sorosiano, così come molte ong che si battono per i diritti delle donne, delle minoranze, dei migranti; c’è una forte vena di antisemitismo nelle critiche che vengono rivolte a Soros, anche se tutti, a partire dallo stesso Orbán e dal suo governo, lo negano; ogni volta che citi Soros vieni accusato di essere sul suo libro paga. La battaglia sul futuro della CEU è diventata uno scontro tra sorosiani e antisorosiani, e se è vero che la reazione alla censura delle attività della CEU è stata tiepida, è pure vero che Soros è in grado, molto in grado, di difendersi da solo.

 

 "Libertà per l'istruzione". Gli studenti della CEU protestano contro la chiusura dell'Università (Foto LaPresse)


 

È colpa di Soros, ho pensato, perché la sua figura spacca il mondo lungo linee ideologiche che non hanno molto a che fare con il progetto della CEU, e anche la salvezza di questa università è stata inserita nello stesso cuneo, per smorzarne l’effetto: chi si immolerebbe per Soros? Sicuramente molte meno persone di quelle che si immolerebbero per salvare un progetto culturale che è il cuore di quello che noi europei abbiamo costruito negli ultimi settant’anni. Come accade con tantissime altre questioni che dominano il dibattito quotidiano, piazzare la battaglia sulla CEU nel conflitto tra sorosiani e antisorosiani fa soltanto il gioco di questi ultimi, e impedisce di vedere e comprendere l’essenza del conflitto. Il pericolo sta tutto qui, nel raccontare uno scontro ungherese tra due personaggi rilevantissimi come Orbán e Soros, senza accorgersi che ridimensionando la CEU si tira un colpo (fortissimo) al ponte tra est e ovest, alla cultura dell’avvicinamento, della convivenza, dell’attrazione, e da ultimo all’intero progetto europeo.

 

Descrivere lo scontro tra Orbán e la CEU lungo la linea ideologica sorosiani vs antisorosiani serve soltanto al governo di Budapest 

Da questa parte dell’Europa, Bruxelles sembra una comunità lontana che esercita la propria autorità con fare punitivo (il livello di vittimismo è oltre la soglia di tolleranza); a ogni considerazione che fai ti senti rispondere “ma tu sei dell’ovest, non puoi capire”; se cerchi informazioni sulla CEU, ti chiedono “sei venuta anche tu fin qui per difendere Soros?”. E’ evidente che la frattura che si sta creando tra l’est e l’ovest è ben più profonda delle scaramucce di cui parliamo ogni giorno, e la CEU è il simbolo di questa rottura, il luogo prescelto per la rappresentazione dello svilimento del progetto europeo.

 

La questione personale e strettamente ungherese naturalmente c’è. Lo scontro tra Orbán e Soros risale a moltissimi anni fa e oggi quasi nessuno ne parla volentieri. Dopo il liceo e dopo il militare, all’inizio degli anni Ottanta, Orbán si iscrisse al Bibó István College di Budapest, una scuola in cui la libertà di espressione e di opinione era stranamente consentita e addirittura incentivata. Nel 1985, Soros fece visita al college, si entusiasmò di fronte a tanta curiosità ed effervescenza, e decise di fare una donazione: l’elargizione prevedeva anche una fotocopiatrice, un bene di lusso perché il governo ne vietava l’utilizzo temendo che potesse aiutare la circolazione di materiale clandestino ed eversivo. Con questa fotocopiatrice fu stampato un giornale del college che più tardi sarebbe diventato Századvég, il giornale della Fiatal Demokraták Szövetsége, cioè Fidesz, l’Alleanza dei giovani democratici fondata, tra gli altri, da Orbán.

 

Gábor Fodor, che viveva con il futuro primo ministro nel dormitorio del college e che fondò assieme a lui Fidesz, ha più volte ricordato le parole che allora disse Soros: “Questo è quello che voglio sostenere. Questa è la migliore generazione possibile, intelligente, piena di energia, votata al cambiamento”. Nel 1988, Orbán cominciò a lavorare al Central European Research Group, che era stato fondato da Soros, il quale gli offrì una borsa di studio a Oxford: Orbán si fermò soltanto tre mesi e rientrò per candidarsi alle prime elezioni post sovietiche del paese e della sua vita (divenne parlamentare).

 

Nessuno parla volentieri di come finì l’alleanza tra Soros e Orbán negli anni Novanta. C’entra un calcolo molto accurato 

Negli anni successivi, quando Soros fonda la CEU e la politica ungherese prende le misure al rovesciamento del paradigma sovietico, si interrompe l’alleanza tra Orbán e Soros. Circolano molte versioni sulla fine di questo idillio, alcune più romantiche di altre, ma volendo fare una sintesi un po’ cinica si può dire che Orbán si accorse che il vuoto politico, in Ungheria, era a destra e decise di sistemarsi in quell’area, dove avrebbe potuto ottenere quel consenso che, dall’altra parte, nel centro sinistra, restava molto più frammentato. Fu un calcolo preciso, senza livore nei confronti dei liberali che si sentirono traditi né nei confronti dello stesso Soros: la disputa tra i due, almeno per quel che riguarda l’aspetto pubblico, è molto più recente e non è strettamente personale. L’ostilità nei confronti di Soros c’è sempre stata in Ungheria, soprattutto negli ambienti di destra più estrema: al governo Orbán è bastato rievocarla e in breve tempo la sfida contro i sorosiani è diventata, non soltanto in Ungheria, la sfida contro i capitalisti furbi, contro i liberali, contro i migranti, contro gli europeisti, contro gli occidentali. E contro la CEU, che di questi elementi è la sintesi perfetta.

 

Così ora bisogna organizzare il trasloco a Vienna. “Abbiamo studenti del Master e del Phd: questi ultimi sono più flessibili perché seguono meno corsi e fanno più ricerche, quindi hanno un margine di manovra più ampio – spiega la vicerettrice Fodor –. Gli studenti dei Master di solito si fermano soltanto un anno, e possono completare la loro esperienza a luglio. Circa il 30 per cento di loro ha un programma di studio di due anni: anche a loro è stato permesso di portare a termine gli studi. Quindi chi è già iscritto può sostanzialmente completare gli studi, mentre gli studenti nuovi dovranno iscriversi a Vienna. Non sappiamo come ci organizzeremo perché il trasferimento ha sicuramente un impatto sugli studenti, ma anche e soprattutto sulla facoltà: dovremo insegnare lo stesso corso sia qui sia a Vienna, dovremo avere professori che fanno i pendolari tra le due città”, sono tre ore di treno. “Il prossimo anno accademico sarà un anno di transizione, e cercheremo di organizzare, se possibile, anche corsi semestrali a Budapest per gli studenti che si sono iscritti a Vienna”.

 

  

Studenti negli spazi della biblioteca della Central European University, fondata a Budapest nel 1991 (foto Paola Peduzzi)


 

In questo “se possibile” c’è tutta l’incertezza in cui vive la CEU, perché se l’organizzazione dei trasferimenti e dei corsi spetta all’università, alcune alternative risultano impraticabili nel momento in cui, per esempio, il governo decidesse di non concedere visti studenteschi a chi arriva da Vienna. La discrezionalità del governo è massima, ci sono molti cavilli burocratici che possono essere riesumati per impedire il normale svolgimento delle attività della CEU. “Quello di cui siamo certi – dice la Fodor – è che questo campus continuerà a esistere e a operare, se non per i nostri studenti, che sono stati di fatto cacciati via, per altri studenti: stiamo pensando a varie possibilità per offrire una chance di istruzione a chi è interessato al nostro progetto”.

 

Le altre università ungheresi sono molto solidali con la CEU. È dal 2014 che il governo Orbán riduce l’autonomia accademica

L’impatto del trasferimento è comunque molto grande, c’è “l’incubo logistico” da gestire, che è complicato e soprattutto dispendioso, e poi ci sono le persone: “Io ho due figli che ora stanno facendo i test per accedere a settembre a una nuova scuola: non è facile dire a due teenager ‘da oggi ci trasferiamo a Vienna’, in una città dove si parla una lingua che non conoscono, e io che devo fare avanti indietro da Budapest”. La Fodor spiega nel dettaglio le conseguenze logistiche ed “emotive” del trasloco, dalle sue parole emerge una grande forza di resistenza – non faremo morire questo campus – ma anche il cuore del problema: “Resistere non è la nostra priorità, siamo un’università, vogliamo insegnare agli studenti”.

 

Altre università si sono unite alla protesta della CEU, perché tutto il sistema è sotto la stessa pressione. Paradossalmente, in alcuni casi l’università di Soros, essendo accreditata negli Stati Uniti, è rimasta al riparo da alcune misure. In particolare una: l’abolizione dei corsi di Gender Studies, gli studi sul significato socio-culturale dell’identità di genere. L’estate scorsa, ad agosto, quando le università ungheresi erano sostanzialmente in vacanza, il governo ha deciso di eliminare questa disciplina dai corsi universitari. Una croce e via, insegnamento abolito. Alcuni rettori sono andati al ministero dell’Istruzione per chiedere spiegazioni ma l’unica risposta è stata: abbiamo deciso così. Alla CEU questi corsi ci sono ancora, perché non c’è l’etichetta “ungherese” sul programma (e anche a Vienna ci saranno), ma negli altri atenei no. Questa è soltanto l’ultima parte di una politica che va avanti da tempo, in Ungheria: nella scuola dell’obbligo ci sono testi imposti in cui la storia del paese e della sua identità è presentata con la lente revisionista voluta dal governo Orbán (alcuni genitori dicono che c’è anche molto antisemitismo in questi libri, ma quando gli insegnanti propongono altri testi, buona parte degli studenti è costretta a rifiutare, perché non può sostenere il costo extra).

  

Nel 2014, il governo ha tolto ai rettori delle università il potere finanziario e l’ha dato a nuove figure – i cancellieri – che sono nominati dal governo. E’ anche per questo – e perché il sopruso è evidente a tutto il mondo accademico – che nelle manifestazioni in difesa della CEU c’erano studenti e professori di altre università, in particolare dell’Accademia ungherese delle Scienze, che è la più importante e prestigiosa società scientifica del paese (dalle finestre della CEU si vede il campus dell’Accademia) e che ha anche visto togliersi i fondi statali per le ricerche: ora il governo decide, anno per anno, quali settori l’Accademia può finanziare e quali no.

 

“Resistere non è la nostra priorità, siamo un’università, vogliamo insegnare agli studenti”, dice la vicerettrice Éva Fodor 

 Molti in Europa continuano a negare l’illiberalismo di Orbán, trattano la questione come se fosse una fisima liberal – ti paga Soros, no? – ma il senso opprimente di questo costante impoverimento dell’autonomia dei media, del sistema giudiziario, dell’istruzione, della sanità si ritrova soprattutto nella solidarietà ungherese, o almeno di una parte dell’Ungheria, alla causa della CEU, in contrasto spietato con il gelo esterno, dall’Europa e dall’America. A Budapest la questione è molto chiara: il patto tra Orbán e i cittadini si basa sulla solidità economica del paese, nel momento in cui questa dovesse indebolirsi, gli ungheresi smetterebbero di essere tanto indulgenti.

 

Fuori da qui, in Europa, c’è molta meno consapevolezza: la retorica sulla cristianità da salvaguardare, sulla lotta al comunismo, sui valori nazionalisti che, come ha detto Orbán, mostrano che a essere illiberale è l’Europa con il suo comunitarismo spinto fanno da alibi alla soppressione delle libertà. Anne Applebaum, saggista di formazione conservatrice liberale esperta di Europa centrale, ha spiegato bene questa dinamica: riferendosi a Orbán e al suo entourage, ha scritto sullo Specator che “queste persone vogliono imbrogliare il loro elettorato, corrompere i mercati e trasformare i media in organi di propaganda. Questo, non certo i valori cristiani, è il punto”.

 

La freddezza dell’Unione europea e dell’America rispetto alla censura della CEU ritorna in ogni conversazione

La delusione per il mancato sostegno internazionale ritorna in ogni conversazione alla CEU, stiamo implodendo e voi lasciate che accada. Vienna è stata scelta perché “è una città dell’Europa centrale”, dice la Fodor: l’identità originaria è importante, così come lo spirito dell’inizio, che sta nella password “Budapest1991” e sa di opportunità, di un mondo nuovo che si stava spalancando, tutto d’un colpo, luminoso, davanti all’Ungheria e davanti all’Europa centrale. E’ a questo che dovremmo badare, non tanto a Soros, non tanto al vittimismo di Orbán che boicotta le sedute europee perché le istituzioni di Bruxelles e Strasburgo sono manipolate da Soros. Dobbiamo badare al ponte tra est e ovest, alla sua manutenzione, alla sua tenuta, alla CEU, simbolo piccolo e potente di un progetto politico e culturale che rischia di essere travolto da tanti, visibilissimi colpi. A questo dovremmo badare: a non perderci.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi