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Ci sono altri due guai dietro lo scontro tra Teheran e la Casa Bianca

L'Iran rivende il ritiro americano in Siria come una vittoria. Ma subisce le sanzioni e l’impotenza europea

Paola Peduzzi

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peduzzi@ilfoglio.it

11 Gennaio 2019 alle 06:00

Ci sono altri due guai dietro lo scontro tra Teheran e la Casa Bianca

Novembre 2018, proteste e Teheran, bruciate bandiere americane (foto LaPresse)

Milano. Donald Trump “non può fare un bel niente” per fermarci, ha detto qualche tempo fa la Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, che due giorni fa è ritornato sulla questione – l’impotenza americana – aggiungendo che gli uomini dell’Amministrazione sono “degli idioti patentati” e che sì, le sanzioni imposte all’Iran sono “senza precedenti” come dice Washington, ma “anche la sconfitta che gli americani subiranno sarà senza precedenti”. I battibecchi tra Teheran e la Casa Bianca non sono una novità, ma attorno a questa relazione impossibile stanno cambiando molte cose, seguendo un percorso che non è lineare, e ogni minaccia, in questa instabilità isterica in cui siamo immersi, suona ogni volta più sinistra.

 

Per di più, mentre Khamenei dava dell’idiota agli uomini del presidente, il ministero degli Esteri iraniano confermava che Michael White, veterano della Marina americana di cui si erano perse le tracce a luglio, è in una prigione iraniana – naturalmente senza fornire alcun motivo per la detenzione. White, 46 anni, ha una fidanzata iraniana, è andato a trovarla parecchie volte, ma a luglio non è salito sull’aereo di ritorno e sua madre ne ha denunciato la scomparsa: il dipartimento di stato americano ha cercato di capire che cosa fosse successo ma non ha dato risposte definitive, mentre un detenuto della stessa prigione ha raccontato di aver incontrato White – in terapia per un tumore e asmatico – e di aver saputo che aveva subìto violenze. “Guerriglia psicologica”, ha liquidato l’abuso il ministero degli Esteri iraniano. E mentre i giornali raccontavano la storia del primo “detenuto” dell’èra Trump, “l’idiota patentato” Mike Pompeo, segretario di stato, è arrivato al Cairo per rassicurare gli alleati della regione in chiave anti Iran. 

   

La leadership iraniana è stata sconvolta dall’arrivo di Trump: sperava di poter sopravvivere più o meno tranquilla sotto l’ombrello dell’accordo sul nucleare, almeno nelle relazioni esterne – perché internamente gli iraniani hanno capito in fretta che l’apertura al mondo, dopo decenni di embargo economico e politico, non avrebbe migliorato la loro vita, dal momento che il governo preferisce investire risorse nelle sue campagne di conquista in medio oriente che a favore dei propri cittadini. Trump ha fatto saltare l’accordo, ritirandosi unilateralmente nel maggio scorso, e gli europei come prevedibile non sono riusciti a compensare l’assenza americana: formalmente il deal è ancora in piedi, ma da Teheran molti fanno sapere agli europei che il tempo è finito, che il patto salta e circolano a giorni alterni voci su un imminente ritiro dell’Iran dall’accordo.

 

L’Europa, che pure tenta di rimboccarsi le maniche e conquistare autonomia rispetto alla Washington capricciosa di Trump, non ha tecnicamente la forza di compensare l’assenza americana, e questo vale in molti ambiti, ma con l’Iran in modo più palpabile. La realpolitik è un calcolo di convenienza che sa essere molto doloroso, e così gli europei impegnati nell’equilibrismo salvadeal all’inizio della settimana si sono ritrovati a dover imporre sanzioni all’Iran – congelamento di asset al ministero dell’Intelligence e a due persone fisiche – dopo aver accertato che Teheran ha orchestrato quattro atti terroristici (due sventati) in Olanda, Francia e Danimarca. Si tratta di episodi non recenti, ma le sanzioni sono qui e ora, mentre il contesto si modifica di continuo, e l’Europa paga il suo tatticismo in politica estera.

     

Quando parla di “sconfitta americana”, l’Iran fa riferimento in particolare alla Siria: il ritiro annunciato da Trump – che “gli idioti patentati” stanno cercando di rimandare – è stato un regalo per gli ayatollah, che ora possono coordinare con la Russia e con il dittatore siriano Bashar el Assad la gestione dei vuoti lasciati dall’America. Ma dentro l’Iran non c’è affatto aria di regali: le proteste vengono represse, l’insofferenza nei confronti della politica estera aggressiva – si spende più per conquistare la Siria che per abbassare il prezzo del pane – non si placa. Il regime si fonda su un calcolo sciagurato e si interroga sulle strategie di contenimento della rabbia, non certo rivedendo l’espansionismo quanto violando i diritti dei propri cittadini e dilettandosi con un grande classico di questa stagione: i social media. Teheran vuole introdurre il divieto dei social media, a cominciare da Instagram, ma molti esperti dicono che non è fattibile, la libertà non c’è ma la conoscenza sì, e gli iraniani hanno già imparato a superare i filtri imposti dal governo.

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

Scrive di politica estera, in particolare di politica inglese, francese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, Cosmopolitics, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante.

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