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Il ricatto iraniano di Trump

L'Europa deve scegliere o i pistacchi dell'ayatollah o il business in America

Alberto Brambilla

L’Europa difende (a parole) i contratti con Rohani ma dovrà trattare con Trump che brandisce l’arma dei dazi. Confindustria in ambasce

Roma. Francia, Germania e Regno Unito hanno ribadito la volontà di mantenere l’accordo nucleare iraniano e l’Unione europea ha confermato l’appoggio del blocco. Una sfida agli Stati Uniti che si sono ritirati dall’accordo. Trattati commerciali multilaterali, come il Trans Pacific Partnership, dimostrano che un ritiro unilaterale non significa che l’accordo è morto. Ma non è questo il caso. Washington vuole re-imporre le sanzioni sollevate nel 2015 in cambio dell’impegno della Repubblica islamica a depotenziare il proprio programma atomico. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica certifica che l’Iran ha mantenuto l’impegno a retrocedere dal programma nucleare. Ma Israele e Stati Uniti accusano Teheran di proseguire la costruzione di missili balistici e di destabilizzare la regione. All’indomani dell’accordo voluto dall’Amministrazione Obama gli stati europei gioirono per la possibilità di tornare a esportare in Iran, soprattutto macchinari e automobili. Ora l’Europa non vuole rinunciare a commesse e contratti commerciali per decine di miliardi di dollari e contrasta Donald Trump a colpi di retorica. “Nessuno lo smantelli. E’ uno dei più grandi obiettivi mai raggiunti dalla comunità internazionale”, ha detto l’Alto rappresentante dell’Ue Federica Mogherini. Le aziende come Airbus, Volkswagen, Total, Eni o Shell dovranno però rinunciare o fermare le operazioni vista l’incertezza generata dalla mossa (attesa) della Casa Bianca. Oppure rischiare ritorsioni ai rispettivi paesi dagli Stati Uniti.

 

L’Europa si trova sotto scacco perché la riluttanza a rinunciare al deal con il presidente iraniano Hassan Rohani potrebbe innescare l’imposizione di dazi commerciali, all’acciaio e all’alluminio e possibilmente ad altri settori, che finora gli Stati Uniti avevano usato come minaccia diplomatica, solo temporaneamente accantonata. I paesi europei avranno tempo fino al 12 maggio per chiarire la loro posizione e da quella data, con il ripristino delle sanzioni all’Iran, avranno sei mesi per introdurre misure – in particolare la riduzione degli acquisti di petrolio iraniano – per non incorrere in sanzioni secondarie. L’Italia è in “una situazione difficile e delicata”, ha detto Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria. “Essendo un paese ad alta vocazione di export e con gli accordi che abbiamo fatto in Iran… può farci del male”, ha aggiunto. Nell’aprile 2016 l’ex premier Matteo Renzi e Rohani, in visita a Roma, hanno firmato accordi preliminari per circa 20 miliardi di euro (saliti a 30 dopo due anni, secondo quanto dichiarato ieri da Licia Mattioli, vicepresidente per l’internazionalizzazione di Confindustria). Il governo aveva dato mandato a Invitalia, agenzia per l’attrazione di investimenti, di garantire i crediti alle esportazioni con 5 miliardi di euro messi a disposizione per coprire i futuri contratti. L’Italia esporta soprattutto macchinari in Iran. E l’Iran è il secondo fornitore di greggio per l’Italia. Per valutare la convenienza di sostenere la politica iraniana o quella americana è utile ricordare che l’interscambio con l’Iran vale 5 miliardi di euro mentre quello con gli Stati Uniti ne vale 50, secondo i calcoli del Sole 24 Ore.

 

L’Istat stima che l’imposizione di dazi commerciali potrebbe provocare un rallentamento delle esportazioni (meno 1,1 per cento) e delle importazioni (meno 0,3) con un impatto sul pil del 2018, previsto in crescita dell’1,5 per cento, dello 0,3 per cento (pari a 4,8 miliardi circa). Esistono scappatoie per l’Europa? In merito alla possibilità di evitare le sanzioni verso paesi terzi che fanno affari con l’Iran, i paesi europei potrebbero chiedere agli Stati Uniti di mantenere quei contratti attualmente autorizzati sotto la “general licence H” che per disposizione del Tesoro degli Stati Uniti permette alle società americane con base in Europa di non incorrere in un inasprimento delle sanzioni. “L’Europa potrebbe chiederlo minacciando, a sua volta, di imporre tariffe sulle esportazioni americane in Europa – dice Annalisa Perteghella, analista dell’Ispi esperta di Iran – Ma d’altra parte si andrebbe verso scenari di guerra commerciale”. Un’altra opportunità è riportare in auge il regolamento europeo, chiamato “blocking regulation”, che è stato usato negli anni Novanta per proteggere le società europee da sanzioni extraterritoriali americane indirizzate a Iran e Libia. “Ora è più difficile – dice Perteghella – basta che un’azienda abbia nel board un membro americano, che è passibile di sanzioni, e lo scudo potrebbe non funzionare: l’interconnessione tra imprese europee e americane è oggi molto più elevata di un tempo”. Non ci sono molte alternative se non che gli stati europei comincino a trattare con Trump per rivedere quello che per Washington è stato il “peggiore accordo possibile” con la Repubblica degli ayatollah.

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