E state con l’Europa

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Alcuni studi spiegano come sarebbe l’Unione europea se tornassero i confini. L’autarchia di uno impatta su tutti gli altri


La ragione principale alla base del progetto europeo è la più facile, ancorché la più inattuale: stare insieme ci ha semplificato la vita


Dopo la Brexit gli inglesi dove metteranno la propria frontiera a ovest? Tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del nord o in mezzo al canale di San Giorgio? Basta che non si veda troppo, dice Londra, che vuole “prendere indietro il controllo” e intanto pretende di avere frontiere invisibili, cioè senza controllo


Buona parte dei vantaggi dell’Europa è stata dimenticata o data per scontata. Alcuni dicono che il motore di questo cambiamento distruttore sia la noia, addirittura. Ma intanto abbiamo perso la capacità di attrazione che ha fatto grande il progetto europeo
Stiamo diventando una società che vorrebbe governare il mondo, o almeno il proprio piccolo mondo, dal divano di casa, animali da tastiera cresciuti nell’ambizione dell’on demand perfetto, voglio questo e lo voglio subito, un clic e l’ottengo, e intanto chiudiamo le frontiere?
La Grecia con la sua corsa spericolata sul ciglio dell’Unione europea è stata rivelatrice: ha eletto un governo radicale con l’unica missione di cambiare il paradigma europeo, ha denunciato le minacce e le imposizioni, ha messo i baffi nazisti alla cancelliera tedesca, ha detto di no alle richieste della Troika, ha organizzato un referendum per poter dire ancora una volta: il popolo greco sta dalla mia parte, l’ha vinto e quattro giorni dopo è andato a Bruxelles e ha accettato le condizioni europee per il salvataggio. Alexis Tsipras, premier greco, non aveva affatto l’aria di un politico domabile, con quella volontà popolare mezza rivoluzionaria a dargli la forza che i tecnocrati europei non avranno mai, ma di fronte all’assalto della quotidianità ha ceduto anche lui: l’inevitabilità non c’entra, come non c’entrano le presunte clausole capestro che l’Ue infliggerebbe ai suoi membri per tenerli attaccati a sé. C’entra la quotidianità, la vita di tutti i giorni, la possibilità di smaltire i rifiuti in un paese vicino, di comprare giocattoli che hanno standard di sicurezza che non esistono fuori dal confine europeo: di avere una vita più semplice. E’ questo il motivo per cui ci sono persone e stati che sono disposti a ogni sacrificio per poter stare dentro all’Ue. Quando Angela Merkel, che è nata e cresciuta nella Germania dell’est, ricorda di aver vissuto con un muro davanti agli occhi e di non volerne mai più vedere un altro in costruzione sintetizza l’aspirazione di chi vuol far parte dell’Ue: se sai che al di là di quella frontiera la vita è semplice, e la tua non lo è affatto, o lo è di meno, tenderai a voler andare di là. Il prezzo spesso non lo decidi tu, ma non importa: vorrai andare di là. E’ per questo che sul fronte est dell’Europa molti paesi aspettano in coda di entrare nell’Ue e addirittura nell’euro: perché qui si sta bene.
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Se c’è una parte dell’Ue che è cambiata tanto negli anni Duemila è il fronte est. C’è un uomo che rappresenta questo stravolgimento: ha ottantotto anni, è ungherese di nascita, naturalizzato americano, è tra i più ricchi del mondo e si chiama George Soros. Soros è nato a Budapest nel 1930 in una famiglia ebrea benestante, gli Schwartz, che cambiarono il cognome nel 1936 scegliendo una parola palindroma che in ungherese significa “successore” e che oggi, in questa stagione di sospetti a ogni sillaba, è al centro di svariate teorie del complotto.


Steve Bannon apre un ufficio a Bruxelles per esportare in Europa la rivoluzione trumpiana. Così lo scontro alle europee del prossimo anno sarà ancora più definito, e la conta rischia di essere brutale. Ma ci sono alcune perplessità sullo sbarco di questo regista nazionalista senza finanziamenti
Ma se parlare bene della ricchezza è diventato imbarazzante come ammettere di guardare film porno, il motivo per cui Soros è diventato l’uomo nero non ha a che fare semplicemente col fatto che è ricco. Il problema è che parte della sua ricchezza Soros l’ha investita in cause anticomuniste e liberali, finanziando rivolte, rivoluzioni o tentativi di in tutto il mondo ex sovietico. Ogni volta che ha sentito un qualche sussulto di libertà in paesi abituati alle dittature, Soros ha messo dei fondi per coltivarlo.
E’ chiaro che gli autocrati e soprattutto la Russia non l’abbiano mai amato, ma gli anticomunisti sì, lo hanno elogiato, seguito, ammirato: il contagio democratico ha avuto per molto tempo un fascino irresistibile. Anche questo è sfumato, e la contraddizione sta nel fatto che è sfumato laddove era più forte, cioè nelle destre europee che nascono, per l’appunto, anticomuniste. Soros è diventato innominabile, riesce ad attirare le accuse di antisemiti, anticapitalisti, antiliberali, antioccidentali, putiniani, trumpiani, brexitari. Tutto da solo: è quasi record. Di certo è lo specchio in cui l’Europa si riflette ormai ogni giorno: in Ungheria, il premier Viktor Orbán, che pure nasce come un liberale anticomunista, ha messo in campo tutta la sua forza politica per denigrare e annichilire l’operato di Soros.
A lungo abbiamo pensato, attacco dopo attacco, che si trattasse di una campagna di “character assassination” e ce ne siamo infischiati: Soros ha comunque l’aria (e la storia e il patrimonio) di uno che sa cavarsela benissimo da solo. Ma persi nella propaganda, non ci siamo accorti che quel che è stato fatto a Soros è stato fatto ai moderati e ai liberali di tutto il continente: nel pacchetto “anti Soros” che è stato approvato al Parlamento ungherese, ci sono delle clausole che definiscono una visione del mondo e che spiegano come abbiamo fatto ad arrivare fin qui. C’è lo straniero da tenere lontano, perché diverso e pericoloso, e c’è il reato di propaganda di chi dà un’immagine positiva dell’immigrazione.


Ci sono sempre più somiglianze ideologiche tra la Linke tedesca e l’Afd xenofoba, tra il laburista inglese Jeremy Corbyn e i falchi della Brexit, tra la sinistra radicale del francese Jean-Luc Mélenchon e la galassia lepenista. Le coordinate sono le stesse, tra antieuropeismo e nazionalismo economico
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Steve Bannon, ideologo trumpiano caduto in disgrazia alla corte di Washington e soprattutto presso la famiglia che più ha finanziato l’ascesa di Bannon, i Mercer, ha deciso di esportare in Europa la sua rivoluzione nazionalista e identitaria. Vuole essere l’anti Soros, giusto per ricordarci quali sono i riferimenti, e i nemici. Con un ufficio di una decina di persone a Bruxelles, Bannon vuole creare una federazione di partiti antieuropei e organizzarli in vista delle elezioni europee della primavera del prossimo anno: quella sarà l’occasione di contarsi, europeisti di qui e tutti gli altri di là. Lo sbarco di Bannon ha creato un certo scompiglio perché è evidente che il vento dell’incertezza è propizio per tutti i partiti e i movimenti che predicano una rottura del sistema predefinito, a livello nazionale e naturalmente a livello europeo: l’arrivo di un regista di una certa esperienza potrebbe essere decisivo. Per di più Bannon non ha mai posto questo scontro in termini puramente politici: nelle interviste e negli incontri che ha tenuto nell’ultimo anno in Europa, ha sempre ribadito che il suo obiettivo è organizzare una rivoluzione culturale. Il modello neoliberale e globalista è fallito ed è necessario rimpiazzarlo non con qualche correzione qui e là, ma con un ribaltamento, un’altra visione che riporta al centro lo stato-nazione e l’identità del suo popolo. Tutto quel che è contaminazione è pericoloso e va contenuto: o meglio, combattuto.
Se Bannon avrà successo lo scopriremo entro il prossimo anno, ci sono già molti scettici anche nel campo dei partiti federabili, che più che un regista avrebbero bisogno di finanziamenti: proprio quelli che mancano a Bannon. Ma certo la volontà di creare un nuovo centro in Europa non ha soltanto a che fare con la necessità di Bannon di costruirsi una nuova vita fuori da quell’America che lo ha espulso: la convergenza di alcune ideologie e di alcuni obiettivi esiste già, e non riguarda soltanto le destre, come dimostra il nostro governo giallo-verde. Ci sono sempre più somiglianze ideologiche tra la Linke tedesca e l’Afd xenofoba, tra il laburista inglese Jeremy Corbyn e i falchi della Brexit, tra la sinistra radicale del francese Jean-Luc Mélenchon e la galassia lepenista.
Le coordinate sono le stesse: l’antieuropeismo, l’ambivalenza o l’ostilità nei confronti dell’immigrazione, l’antisemitismo sempre meno velato, il nazionalismo economico e l’indulgenza se non proprio l’ammirazione nei confronti della Russia di Vladimir Putin. Se in mezzo ci si mette l’America di Donald Trump il quadro è completo: il presidente americano alterna abbracci ad accuse, infila dazi e li sospende, rafforza la Nato in chiave antirussa ma sculaccia gli alleati europei scrocconi, si piega a Putin salvo poi passare i sei giorni successivi al loro incontro a ripetere “intendevo un’altra cosa”, accoglie la leadership di Bruxelles con tweet infuocati salvo poi concedere agli europei un accordo che congela le minacce protezioniste più efferate. Trump procede per colpi di scena, è la sua maniera di gestire la politica, ma non sfugge il fatto che ci siano dei fili rossi precisi nel suo operato e che sono ispirati da una nuova visione ben poco liberale sul commercio e sull’immigrazione. E che il punto di caduta è esattamente qui, nel nostro cuore europeo.
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In questi ultimi giorni nel Regno Unito si è parlato soltanto di ammucchiare beni di prima necessità, per sicurezza. Il governo inglese si prepara ai prossimi mesi decisivi di negoziato con l’Unione europea, ma per sicurezza i cittadini devono avere le dispense piene di medicinali e di cibo, perché se poi l’accordo non si trova e il divorzio diventa una porta sbattuta, il governo potrebbe non essere in grado di gestire il movimento dei rifornimenti. Ci si prepara al peggio sperando di ottenere il meglio, la politica questo fa, ma il Regno Unito non è pronto per la seconda fase del “progetto paura” e soprattutto non è pronto a sentirsi dire che “è rassicurante” sapere che il governo si sta attrezzando per ogni eventualità. Le catene dei supermercati ridicolizzano il governo inglese, nessuno ci ha mai detto di aumentare le scorte, dicono, mentre circolano i piani di riconversione dell’autostrada 26, nel sud-est dell’Inghilterra, che potrebbe diventare un grande parcheggio di camion per cercare di contenere le code che si formerebbero con i rallentamenti al porto di Dover: di qui passano ogni giorno 10 mila camion, il 40 per cento del cibo consumato nel Regno è d’importazione.
“Per sicurezza” non ha nulla di rassicurante, è il segnale che l’incertezza è governata male. “Quando la generazione che è sopravvissuta alla guerra non sarà più con noi – ha detto Angela Merkel nella sua conferenza stampa dell’estate, una boccata d’aria fresca in una stagione di proclami cupi – scopriremo se abbiamo davvero imparato dalla storia”. La cancelliera tedesca ricorda sempre che è bene stare all’erta, se ti dimentichi come le hai conquistate, le tue libertà, finisci per non saper più quanto sono preziose. Anche il presidente francese Emmanuel Macron rifiuta l’appartenenza a una generazione di “sonnambuli” che, per distrazione e o per noia, si scordano di difendere quel che hanno.
Dire “per sicurezza” annulla la capacità di avere una prospettiva: non serve portare il passaporto a Londra e nemmeno l’adattatore, ché ormai trovi prese Usb ovunque, serve semmai sorridere di come ci siamo trasformati e di quel che non cambia mai, è il bello di essere diversi ma uniti, con gli inglesi che mettono ancora il ketchup sulla pizza e che dopo qualche giorno di caldo ripetono seri: “Mi manca l’ombrello”. La convivenza ci rende forti e curiosi, l’incertezza si combatte con leader che sono rassicuranti per davvero, che semplificano la vita, andrà tutto bene e saremo ancora insieme, la dispensa può anche essere vuota perché non rinunceremo a quel che abbiamo costruito in questi decenni: ti porto fuori a mangiare, non ti addormentare proprio adesso.
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Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi







