La festa dell'Europa è già finita?

Luca Gambardella

Un anno fa, il processo di riforma dell'Ue sembrava aver ritrovato nuovo slancio sull'onda dell'elezione di Emmanuel Macron in Francia e della sconfitta dei partiti populisti alle elezioni in Austria e Olanda. Dopo la Brexit, l'entusiastico movimento europeista Pulse of Europe manifestava ogni settimana per le strade di Berlino e Francoforte. Migliaia di persone si abbracciavano avvolte nelle bandiere dell'Ue per rivendicare l'unità del popolo europeo e i suoi valori democratici, nonostante le minacce distruttive dei sovranisti. 

  

 

Col passare dei mesi, quella ventata di rinnovamento è andata via via scemando e il clima di festa sembra essere già finito. In Germania il nuovo governo guidato da Angela Merkel, formato da cristiano-democratici e socialdemocratici, è più cauto sul progetto di riforma europea rispetto a Parigi. In Italia è sempre più concreta l'ipotesi di un esecutivo guidato dalla Lega e dal Movimento 5 stelle; in Ungheria è stato riconfermato primo ministro Viktor Orban, il portavoce del dissenso anti-europeista dei paesi del Patto di Visegraad. La solidarietà europea invocata dal fronte meridionale dell'Ue per affrontare la crisi migratoria e il piano francese di una riforma dell'unione economica e monetaria non hanno compiuto alcun significativo passo avanti.

 

Così, ancora oggi in occasione dei festeggiamenti della Giornata dell'Europa, l'Ue non è riuscita a scrollarsi di dosso quella distanza tra istituzioni e cittadini che da sempre le viene imputata. Il mese scorso, parlando all'Europarlamento, Macron ha messo in guardia dai rischi di una "guerra civile europea". “Non voglio appartenere a una generazione di sonnambuli che ha dimenticato il proprio passato e i tormenti del proprio presente", ha detto il presidente francese. Eppure, gli avvertimenti di due anni fa lanciati dalla Brexit nel Regno Unito e dal Front National in Francia sembrano essere rimasti inascoltati dai leader dei paesi dell'Ue e dagli stessi palazzi di Bruxelles. La nomina controversa di Martin Selmayr a segretario generale della Commissione Ue riporta alla memoria i tempi grigi dell'amministrazione guidata dal lussemburghese Jacques Santer, accusata di corruzione e costretta alle dimissioni nel 1999. Come ha ricordato lo scorso 12 marzo l’europarlamentare francese del Partito popolare europeo, Françoise Grossetête, “le istituzioni europee non appartengono agli alti funzionari, appartengono ai cittadini. Gli alti funzionari sono lì per servire i cittadini e non per servire se stessi”. Ma finora le iniziative dell'Ue per smentire l'idea diffusa che "la democrazia europea sia condannata all'impotenza” (anche queste parole le ha pronunciate Macron a Strasburgo il mese scorso) sono state più che altro simboliche. Lo si era capito nel marzo dello scorso anno, in occasione delle celebrazioni in pompa magna del 60esimo anniversario del Trattato di Roma; si confermerà probabilmente anche oggi, quando i palazzi delle istituzioni europee apriranno i cancelli ai visitatori in nome di una vicinanza tra Unione e cittadini che resta, finora, una grande incompiuta.

  

Quelli che Macron ha chiamato "i sonnambuli europei", sparsi tra Bruxelles e le capitali del continente, dovrebbero rileggere oggi la dichiarazione Schuman, il primo tentativo di unificazione europea che quest'anno compie 68 anni: "Il contributo che un'Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche". Il rischio oggi è che venga meno quella garanzia di pace offerta da un'Europa forte e unita. Un anno fa, nelle piazze allegre e piene di speranza del popolo di Pulse of Europe, si scandivano i cori “freedom freedom” e "Make Europe Great Again” e si chiedeva di continuare a credere al progetto di unificazione. L'Europa non è perfetta, ma lo spirito di unione e condivisione resta bello e unico. L'alternativa alla sua realizzazione è il ritorno al passato.

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