L’amante e la Russia. Trump è stufo, vuole cambiare strategia

Paola Peduzzi

Milano.La rivolta dei fixer” è il titolo di un articolo pubblicato ieri da Politico, che racconta come gli uomini chiamati dal presidente, Donald Trump, ad aggiustare scandali, impertinenze, guerriglie siano diventati, nel giro di poco tempo, problemi e scandali essi stessi. Star dietro al susseguirsi di frasi, commenti, certificati medici, dichiarazioni di guerra e piccole invidie che scandiscono la vita della Casa Bianca è ormai diventato impossibile, ma nel caos si possono delineare due storie parallele che convergono entrambe verso un unico obiettivo: diventare pistola fumante per portare il presidente sulla strada dell’impeachment. Se non ci fossero tanti nomi (di avvocati soprattutto) e fatti da ricordare, la sintesi sarebbe piuttosto semplice: le donne da una parte, la Russia dall’altra.

     

Mercoledì sera l’ultimo arrivato tra i fixer, Rudy Giuliani, entrato nel team di consiglieri legali di Trump di recente, ha detto, in un’intervista con Sean Hannity, che Trump aveva rimborsato Michael Cohen, avvocato personale di Trump e autore del pagamento di 130 mila dollari a Stormy Daniels, l’attrice porno che ha raccontato i suoi incontri amorosi con l’allora tycoon Trump. Giuliani ha precisato però che quel rimborso non era stato fatto con i fondi elettorali, e che quindi non aveva quella rilevanza politica che gli avversari del presidente hanno sempre voluto dare alla faccenda: si è trattato di una transazione tra privati, come ha tuittato ieri mattina il presidente, succede anche nelle migliori famiglie. Con questa ammissione però si scopre che Trump era a conoscenza del pagamento, cosa che finora aveva negato, e all’inizio si è pensato a una gaffe tremenda di Giuliani: come sottolineavano ieri alcuni esperti di media, non c’è niente di peggio di un’intervista con un giornalista-amico come Hannity, ti senti troppo a tuo agio e finisci per dire quel che non dovresti. “Per ora Giuliani ha fatto più danni a Trump di Mueller”, superprocuratore del Russiagate, ha commentato qualcuno. Trump poi ha confermato via Twitter – molti sostengono che per la prima volta si sia fatto scrivere i tuitt da qualcun altro, un avvocato presumibilmente – che questa è la nuova linea difensiva: il pagamento c’è stato, la relazione sessuale no, ma non sono stati usati soldi elettorali, quindi di che dobbiamo ancora discutere?

    

Il tono è cambiato anche sull’altro fronte, quello russo. L’Amministrazione Trump ha abbandonato la strategia dialogante (che non era del tutto conciliante, come si sa) e ha deciso di andare allo scontro diretto con il nemico numero uno del dossier Russiagate, Robert Mueller. “Fare i buoni non li ha portati da nessuna parte”, ha detto una fonte alla Cnn, commentando il fatto che la fuoruscita di Ty Cobb, avvocato baffuto garante della linea morbida con l’inchiesta (Trump aveva detto che sarebbe andato a testimoniare, ora che circolano le domande che Mueller vorrebbe fargli ha decisamente cambiato idea), è la dimostrazione del cambio di passo. Cobb aveva anche assicurato il presidente del fatto che l’inchiesta sarebbe finita presto, a novembre scorso, a dicembre, poi a gennaio: è ancora in corso, e semmai i dossier su cui si è costretti a lavorare in parallelo sono aumentati. Come ha detto Steve Bannon, ex superconsigliere della Casa Bianca, le teorie di Cobb si sono rivelate “semplicemente sbagliate”, e purtroppo “non si può riparare il danno serio che Cobb ha causato alla presidenza”. Cobb ha risposto per le rime: “Non mi occupo di quel che dice Bannon, ho visto tutti i suoi documenti”, ma quando Bannon dice che alla corte di Trump stanno arrivando “i consiglieri di guerra”, basta con le tregue, vuol dire che lo showdown con Mueller non dev’essere poi così lontano.

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