Accuse, proposte, scontri. Che cosa è successo alla Conferenza di Monaco

Luca Gambardella

La 54esima edizione della Conferenza di Monaco, che si è svolta dal 16 al 18 febbraio, ha fatto capire con una certa chiarezza come instabilità e conflitti di oggi potrebbero ampliarsi, più che ridimensionarsi, nei prossimi anni. La stampa mondiale ha riportato le parole di Wolfgang Ischinger, ex diplomatico tedesco di grande peso e presidente della conferenza, che sintetizzano il senso degli scontri, delle provocazioni, delle minacce filtrate dal palco di Monaco, considerato fino a oggi il forum per eccellenza dove scambiarsi idee per preservare la pace: "Dal crollo dell'Unione sovietica a oggi, mai il rischio di un conflitto tra grandi potenze è stato così elevato", ha ammesso Ischinger. "Sembra che la diplomazia sia arrivata alla fine della strada", ha rincarato Matthias von Hein in un editoriale sul Deutsche Welle. Altri l'hanno definita una conferenza "gloomy", tenebrosa, la prova definitiva dell'avanzata dell'autoritarismo e della crisi della democrazia liberale che, "se non è in ritirata, quanto meno sta sulla difensiva", come ha scritto Politico Europe. La conferenza di Monaco di quest'anno ha ricordato a molti quella del 2007, quando con un discorso che cambiò in modo radicale le relazioni tra Russia e blocco atlantico, il presidente russo Vladimir Putin disse che l'idea occidentale di un mondo unipolare era fallita.

 


L'intervento di Vladimir Putin del 2007 alla Conferenza di Monaco 


  

"Il nostro caos sarà il caos di tutti"

 

Uno dei momenti più drammatici per questa kermesse che ha sancito "la fine della diplomazia", dalla resa scenica drammatica e provocatoria, è stato il confronto tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif. Teheran è "la più grande minaccia per il nostro mondo", ha detto Bibi dal palco di Monaco, mentre brandiva un pezzo di un drone iraniano abbattuto dentro i confini di Israele. E' diventata rapidamente l'immagine simbolica del simposio di quest'anno. Il pezzo di drone sventolato davanti a Zarif seduto in platea – "Signor Zarif, lo riconosce? Dovrebbe, dato che è vostro" – ricordava una scena del settembre 2012, quando all'Assemblea delle Nazioni Unite Netanyahu mise in guardia il mondo dal deal iraniano e si mise a disegnare dal palco la famosa "linea rossa" su un cartoncino che ritraeva una bomba atomica.

 


Bibi Netanyahu alle Nazioni Unite nel 2012


 

L'allarme lanciato dal premier israeliano a distanza di sei anni è rimasto lo stesso, ma i toni usati sono inediti e Gerusalemme ha minacciato un attacco diretto contro Teheran: "Dovremo agire senza esitazione per difenderci e agiremo, se necessario, non solo contro i suoi alleati che ci attaccano, ma anche contro l'Iran stesso", ha avvertito Netanyahu da Monaco. Anche la formula della "linee rossa" è stata usata di nuovo dal premier, stavolta non solo per condannare la minaccia nucleare iraniana, ma anche per avvertire Teheran che Israele non permetterà ai pasdaran di creare in Siria "un'altra base terroristica" (il riferimento è a Hezbollah in Libano e alle postazioni iraniane insediate nel vuoto del potere siriano dopo la caduta del Califfato). "Non mettete alla prova la nostra determinazione". "Un circo", ha risposto Zarif dal palco senza menzionare Netanyahu in modo esplicito, che "non è degno di avere risposta". Poi la contro-minaccia: "Il nostro caos in questo mondo interconnesso sarà il caos di tutti".

 


Bibi Netanyahu alla Conferenza di Monaco di quest'anno, con in mano i resti di un drone iraniano 


 

Pesco vs Nato

 

Fino allo scorso anno, la Conferenza di Monaco era nota per essere un'occasione di confronto propositivo tra Stati Uniti e alleati, pure se Washington ha spesso redarguito l'Europa affinché i 28 aumentassero la spesa per la Difesa. Quest'anno le parole degli americani sono cambiate. Il nuovo progetto Ue della Pesco – la Cooperazione permanente per la Difesa e la Sicurezza, inaugurato pochi mesi fa – non piace agli Stati Uniti, che lo vedono come uno strumento concorrenziale a quello della Nato. Il New York Times ricorda come negli ultimi tempi i funzionari della Casa Bianca non abbiano mancato di esprimere le proprie perplessità sulla Pesco, soprattutto nella misura in cui questa metta in pericolo le commesse per la Difesa sponsorizzate da Washington a vantaggio di quelle europee. "Il contesto è cambiato" rispetto a qualche anno fa, ha ammesso il commissario Ue al Bilancio, Günther Oettinger: "Vogliamo mantenere intatto l'asse (con gli Stati Uniti, ndr)", ma "la loro posizione sull'Iran e la decisione sull'ambasciata a Gerusalemme" testimoniano che "c'è un alto livello di nervosismo". "Vogliamo restare transatlantici", ha assicurato il ministro della Difesa della Germania, Ursula von der Leyen, "ma anche più europei". Il ministro degli Esteri di Berlino, Sigmar Gabriel, ha parlato della Difesa comune europea come "un progetto potente", un modo per non restare "vegetariani in un modo di carnivori". In realtà, il fondo comune per i progetti sulla Difesa, pari a 5,5 miliardi di euro all'anno fino al 2020, è una somma ancora molto modesta, pari all'1 per cento del budget dell'Alleanza atlantica. Washington però teme che possa crescere a scapito della Nato e parla di "duplicazione" dei progetti. Un'esagerazione per l'Ue, che non ha mancato di far notare come sia stato Trump a tagliare i fondi al dipartimento di stato americano, lasciando ancora incertezza nelle relazioni transatlantiche. Bruxelles intende, almeno sulla carta, iniziare a spendere in modo più efficiente il denaro per la Difesa e avviare quella strategia che il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, ha definito weltpolitikfähig, che significa comportarsi da “attore politico globale”. Ma il dilemma di Bruxelles resta: puntare ancora sul pivot americano o mettersi in proprio? Per ora la seconda prospettiva, guardando ai numeri sulla spesa nazionale per la Difesa dei 27 paesi Ue rimasti dopo la Brexit, è ancora un miraggio. Basti pensare a un'altra frase pronunciata da Junker: "Dobbiamo emanciparci, ma non dalla Nato e non dagli Stati Uniti".

 


 Jean-Claude Juncker 


 

Philippe cita Trotski

 

Sulla polemica tra Difesa europea e Difesa atlantica, il premier francese Edouard Philippe ha detto che l'Ue deve essere ambiziosa. E ha citato Trotski: "Se l'Europa non si interesserà alla guerra, la guerra non mancherà di interessarsi all'Europa". Le preoccupazioni della Nato, espresse il giorno prima dal segretario generale Jens Stoltenberg, "sono discussioni teologiche sterili", ha aggiunto Philippe. "L'Ue è un bene per l'Alleanza. Lo dico in francese, ma avrei potuto dirlo in norvegese", è stata la provocazione di Philippe. Per Philippe "l'Europa della Difesa non può essere solo oggetto di seminario". La Francia, dal punto di vista della Nato, ha comunque fatto i suoi compiti in modo diligente: tra il 2019 e il 2025 Parigi rispetterà la richiesta dell'Alleanza atlantica di aumentare la spesa militare al 2 per cento del pil.

 

May una gioia

 

A complicare il dilemma dell'Ue sulla Difesa contribuisce la variabile Brexit, considerando che il bilancio della Nato peserà per l'80 per cento su paesi non europei dopo la separazione tra Bruxelles e Londra. La premier britannica Theresa May ha detto a Monaco che serve un nuovo accordo con l'Ue sulla sicurezza e che il Regno Unito non può prescindere dalla cooperazione con il resto d'Europa. May ha fatto capire che l'accordo dovrebbe essere siglato in fretta ("Non dovremmo aspettare quando non abbiamo bisogno di farlo", ha detto). In cambio, la premier offre una carta notevole: il rispetto della giurisdizione della Corte di Giustizia dell'Ue anche dopo la Brexit. Una carta che a Londra sarà presa molto male con ogni probabilità ma che dalla platea di Monaco è stata accolta con grandi aspettative, considerando che i britannici restano il secondo finanziatore della Nato. Ma da Bruxelles la risposta è stata glaciale e Juncker ha chiuso ogni discorso: "Abbiamo bisogno di un'alleanza sulla sicurezza tra Ue e Regno Unito, ma non possiamo mescolare quella questione con altre che riguardano la Brexit". "Con chi crede di parlare?", ha commentato caustico su Twitter l'europarlamentare tedesco Reinhard Bütikofer.

 


Theresa May


   

"Chiacchiere e fantasie"

 

Quest'anno a Monaco, nella delegazione americana mancavano il senatore John McCain, malato di cancro, e anche il vicepresidente Mike Pence, che l'anno scorso aveva provato a dissipare ogni timore dell'Europa sull'abbandono della Nato da parte degli Stati Uniti. In platea c'erano il segretario alla Difesa, James Mattis, e il direttore della Cia, Mike Pompeo, ma nessuno dei due ha preso la parola. Ha parlato invece il senatore James Risch, che ha fatto tremare la platea dicendo che una risposta militare americana alla minaccia nucleare della Corea del nord sarebbe di dimensioni "bibliche". L'unico rappresentate della Casa Bianca a essere intervenuto è stato il consigliere di Trump per la Sicurezza nazionale, H. R. McMaster. Poche le parole rassicuranti che il generale ha rivolto all'Europa, molti invece gli attacchi lanciati contro la Russia. Venerdì, il procuratore speciale Robert Mueller ha annunciato che 13 persone di nazionalità russa sono accusate formalmente di avere provato a influenzare i risultati delle ultime elezioni americane. "Finché non vedremo i fatti sono tutte chiacchiere", ha detto a Monaco il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. Gli ha fatto eco l'ambasciatore russo negli Stati Uniti, Sergei Kislyak, anche lui coinvolto nel Russiagate, che ha provato – ancora – a smentire tutto: "Sono solo fantasie", ha detto. Ma la posizione americana, anche a Monaco, è rimasta confusa. "Con l'accusa dell'Fbi, le prove sono incontrovertibili", ha spiegato McMaster, contraddicendo però un tweet di sabato scritto da Trump, in cui il presidente ribadiva che le elezioni del 2016 "non sono state contaminate e influenzate dai russi".

 


H. R. McMaster


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