Un giusto processo a metà

Forma e sostanza. Le condanne a morte, le divisioni, la giustizia del vincitore. Norimberga fu uno sforzo titanico per affermare il primato della legge su quello della forza. Ma il tentativo di farne un precedente vincolante fallì
5 SET 26
Immagine di Un giusto processo a metà

La preparazione del cappio (Getty Images)

Una volta ritiratasi in camera di consiglio, la Corte avrebbe dovuto deliberare in segreto. Nondimeno molte notizie filtrarono, e furono successivamente integrate dalla pubblicazione dei commenti del giudice Biddle. L’integerrimo magistrato non intendeva violare la legge: i suoi erano appunti raccolti per meglio esporre le proprie idee e contestare quelle altrui. Dalla loro lettura oggi sappiamo, con buona approssimazione, quali furono le argomentazioni, e le “dissenting opinions”, del collegio giudicante. Fu un lavoro laborioso: e il 17 settembre il Tribunale annunciò il rinvio della lettura della sentenza di una settimana.
Si cominciò con l’individuazione del numero dei voti idoneo a irrogare condanne capitali. Era necessaria l’unanimità, o bastava una maggioranza, o anche un pareggio? Fu una discussione accesa. Alla fine prevalse la tesi della maggioranza. Poi si passò a discutere l’eventuale forma di esecuzione. Donnedieu de Vabres optava per la fucilazione, almeno per i militari; gli inglesi e gli americani per l’impiccagione; il ferreo Nikitchenko si dimostrò indifferente: l’importante era giustiziarli tutti, e presto. Vinse la tesi angloamericana: “death by hanging”. Risolte altre questioni minori, Donnedieu de Vabres esordì lamentando l’assurdità di processare le organizzazioni: un espediente, disse, sconosciuto alla legge francese (e anche alla nostra). Gli fu risposto che avrebbe dovuto sollevare la questione in sede preliminare, e che ormai era tardi. Il venerabile giurista si rassegnò a malavoglia, pronto a spostare il tiro: le accuse di cospirazione e di crimini contro la pace, sostenne, erano vaghe e generiche, e per di più contrarie al principio di irretroattività della legge penale. Anche qui fu messo in minoranza da Biddle e da Lawrence. Nikitchenko naturalmente concordò con loro.
Le condanne capitali decise a maggioranza. Per il giudice russo l’importante era giustiziarli tutti, e presto
Furono quindi definite le responsabilità individuali. Per alcuni imputati e alcuni reati le prove erano evidenti, anche perché erano rimaste le tracce dei loro ordini scritti. Goering e Keitel, ad esempio, avevano redatto e diffuso i decreti per uccidere anche prigionieri in divisa. Ma per i crimini contro la pace e la guerra di aggressione si dovette ricorrere a vereconde ipocrisie. L’Austria aveva aperto le porte a Hitler senza nessuna resistenza, e tra manifestazioni evidenti di giubilo. I Sudeti erano stati ceduti con l’accordo di Monaco, sottoscritto, con la mediazione del Duce, da Chamberlain e Daladier. La stessa Norvegia era stata contesa tra Germania e Gran Bretagna, ed entrambe ne avevano progettato l’occupazione. Quanto alla Polonia, Hitler e Stalin ne avevano convenuto la divisione con il famigerato patto Molotov- Ribbentrop che aveva di fatto legittimato l’inizio delle ostilità. I giudici fecero finta di nulla e, sempre tra i mugugni di Donnedieu de Vabres, procedettero imperterriti. Anche se il diritto di voto spettava solo ai quattro titolari, l’autorevolezza e la competenza dei supplenti, soprattutto Birkett e Parker, fu comunque determinante. Volchkov, come i commensali di don Rodrigo, si limitava ad annuire quando parlava il suo collega. Riassumendo, gli inglesi si mostrarono talvolta più rigidi degli americani, e talvolta più flessibili. I francesi furono generalmente più miti. L’inossidabile Nikitchenko votò sempre per la pena di morte per tutti gli imputati e per tutti i capi di imputazione. Alla fine furono raggiunti dei compromessi. E il 30 settembre Lord Lawrence iniziò la lettura del verdetto: era di una lunghezza esasperante perché, a differenza di quanto accade da noi, la motivazione precedeva il dispositivo. I giudici si alternarono ogni 45 minuti. Alla fine della giornata il presidente, esausto, aggiornò l’udienza al giorno successivo. Così il 1° ottobre si arrivò alla conclusione. Letta la parte residua della motivazione generale, si passò a quella relativa ai singoli imputati. Questi entrarono singolarmente, per ascoltare la sentenza, cioè la pena irrogata. Il primo fu Goering: morte per impiccagione, Poi Hess, ergastolo; quindi Keitel, Ribbentrop, Kaltenbrunner, Frank, Rosenberg, Frick, Jodl, Streicher, Sauckel e Seyss-Inquart: per tutti morte per impiccagione. Raeder e Funk ebbero l’ergastolo. Von Schirach e Speer venti anni, Von Neurath quindici, Dönitz dieci. Fritzsche, Schacht e Von Papen furono assolti. Gli imputati reagirono a modo loro, spesso più con sorpresa che con disperazione: in complesso si mantennero calmi. I prosecutors si manifestarono moderatamente soddisfatti. Il frustrato Nikitchenko espresse la sua “dissenting opinion”. Ritornò a Mosca e fu destinato a incarichi minori. Fu fortunato, dieci anni prima sarebbe stato spedito in Siberia.
Definite le responsabilità individuali, per i crimini contro la pace si dovette ricorrere a vereconde ipocrisie
Esaurita la fase processuale, si passò a quella esecutiva. I tre prosciolti rimasero prudentemente sotto tutela per timore di violenze esterne, e furono poi sottoposti a un sommario giudizio di denazificazione, senza gravi conseguenze. Degli altri condannati a pene detentive abbiamo già detto, Di quelli destinati al patibolo è necessario citare Goering, che inghiottì il cianuro poco prima di incontrare il boia. Nessuno seppe mai come se lo fosse procurato, e non è il caso di affidarsi a opinabili ricostruzioni cinematografiche. Gli altri attesero il momento finale sotto la vigilanza dell’inflessibile colonnello Andrus, irritato che dopo il suicidio di Robert Ley, impiccatosi al tubo dello sciacquone, anche Goering avesse evitato il capestro. I legali dei condannati a morte avevano fatto ricorso, anche senza il consenso degli assistiti. Speer si era decisamente rifiutato, scrivendo che “la sua pena era lieve di fronte al male che abbiamo inflitto al mondo”. L’11 ottobre gli imputati furono avvisati che tutti gli appelli erano stati respinti. Il 15 ottobre a Speer fu consentito di fare un giro tra le celle dei condannati a morte. L’architetto del Reich millenario la descrisse come “una visione da incubo”. In realtà erano tutti distesi e rassegnati, tranne Keitel che fino all’ultimo scrisse diligentemente le sue memorie, e con altrettanta cura sistemò il letto prima di avviarsi al patibolo. Questo era stato eretto nella palestra adiacente al tribunale, sotto la sorveglianza di Andrus e del sergente John C. Woods, “hangman” professionista. Nonostante l’opposizione inglese, il Consiglio di controllo ammise la presenza di otto giornalisti, due per ogni stato giudicante. Sistemato il palco, furono introdotti, uno ad uno, i condannati. Quasi tutti invocarono Dio e la sua protezione per la Germania; soltanto Rosenberg rifiutò il conforto religioso. L’esecuzione non fu affatto efficiente, benché Woods avesse misurato cappio e collo per ciascun paziente. Alcuni sbatterono la testa sulla botola, e morirono coperti di sangue. Altri, invece di avere il collo spezzato secondo le regole della “corda lunga” si divincolarono tra gli spasimi, in una lunga agonia. Alla fine i corpi furono deposti tra quattro assi di legno, sufficienti a trasportarli sul luogo della cremazione. Le ceneri furono disperse in un sito ignoto, affinché non restasse traccia nemmeno del loro ricordo.
In attesa dell’esecuzione erano tutti distesi e rassegnati. Keitel fino all’ultimo scrisse diligentemente le sue memorie
Così si concluse il processo di Norimberga, che secondo le intenzioni di Jackson avrebbe dovuto costituire l’inizio di una nuova era di diritto penale internazionale. In effetti questo esperimento pilota fu preceduto da altri, contro criminali nazisti inferiori nel numero, ma non nella malignità. Ne ricordiamo un paio. Il primo è particolarmente significativo, perché riguarda la brutalità femminile. Nel citato lager di Bergen Belsen, dove l’orrore era diventato quotidianità, il ruolo del demonio era ricoperto da un volto quasi angelico, incorniciato da una massa di capelli dorati: quello di Irma Grese, una ragazza di ventidue anni nata a Wrechen, nel nord della Germania. Era scappata di casa a 15 anni e si era rifugiata nel corpo sanitario delle SS, dove probabilmente maturò quegli istinti sadici che ne avrebbero fatto la donna più crudele del secolo. Comunque, quando finì il tirocinio, iniziò una carriera di infamie. Prima a Ravensbrück, guardiana nel campo delle donne, poi ad Auschwitz, assistente del dottor Mengele, e infine a Bergen, dove fu nominata “direttrice dei lavori”: il suo cursus honorum si arricchì in proporzione alla sua produttività criminale. Catturata dagli inglesi, il 17 settembre 1945 comparve davanti al Tribunale militare britannico a Lüneburg, in Sassonia, a quaranta chilometri dal suo infernale luogo di lavoro, assieme al suo ex comandante e ad altri 43 imputati. Fu in effetti il primo processo tenuto contro militari e civili nazisti. La sua rapidità derivò da una scelta assai pragmatica dell’accusa: selezionare le imputazioni, limitandole a fatti specifici per reati già previsti dalle leggi nazionali e internazionali. Questo evitò le eccezioni e i cavilli sulla genericità delle incolpazioni e la irretroattività delle leggi penali che abbiamo visto rallentare il processo di Norimberga. Irma Grese straziava i seni delle internate più giovani, e assisteva compiaciuta alla loro asportazione; aizzava i cani contro le vittime denudate, emulando Nerone nel vederle sbranare; l’aspetto più ripugnante era costituito dalla sua incontrollabile eccitazione sessuale davanti al dolore: ebbe molti amanti maschili e femminili tra le guardie delle SS e persino tra le detenute, che poi sopprimeva con il gas o con il fenolo. Fece molto di più, ma la decenza ci impedisce di continuare in questo catalogo nero di fantasie depravate. Durante il processo si comportò con sprezzante indifferenza. I pochi film delle udienze la mostrano inserita tra le altre imputate, con il vestitino da collegiale, un sorriso infantile e nessun segno di imbarazzo e tantomeno di rimorso. Si stenta a credere che tanto candore potesse nascondere, in così poco spazio, tanta malignità. Il Tribunale non si fece influenzare né dall’avvenenza dell’imputata né dalla sua aria quasi infantile. Applicò la legge con equità e rigore: ben quattordici imputati furono assolti perché le prove a loro carico non erano sufficienti o convincenti. Ma per Irma Grese, e altri dieci aguzzini, la sentenza fu severa: morte per impiccagione. Davanti al capestro Irma disse semplicemente: “Schnell”, (Presto!). Fu accontentata.
Gli altri processi. Sadica aguzzina di Bergen Belsen, Irma Grese fu condannata a morte a Lüneburg
Il secondo processo fu anche più singolare. Quando, il 29 aprile 1945, gli americani liberarono il campo di concentramento di Dachau, trovarono fra l’altro un vero e proprio laboratorio infermieristico per esperimenti clinici sui detenuti. Ad Auschwitz aveva operato il lugubre dottor Mengele: ma si era trattato di crudeli dilettantismi condotti da un praticone sanguinario. A Dachau, invece, questa turpitudine aveva assunto il connotato di un metodico programma di lavoro. Il suo direttore era Klaus Karl Schilling un professore universitario di settantaquattro anni, dal portamento fiero e dallo sguardo autorevole. Accanto a lui lavoravano altri specialisti, dediti a vari tipi di sperimentazioni. Alcuni detenuti venivano immersi in acqua gelida, per simulare l’assideramento dei piloti caduti in mare. Molti morivano, altri venivano recuperati con bagni caldi o, come suggeriva il dottor Rascher, attraverso il contatto umano: collocando due donne accanto al paziente, questo talvolta riprendeva i sensi – annotava diligentemente il medico – dando anche segni di soddisfazione sessuale. Qualche sfortunato veniva introdotto in stanze depressurizzate, finché gli scoppiava il cervello. Altri infine venivano mutilati e sezionati, mentre erano ancora in vita. I documenti e i reperti erano rigorosamente documentati e inviati alle università. La specialità del dottor Shilling era infettare persone sane con i bacilli della febbre tifoide, della malaria e di altre patologie, per osservarne l’evoluzione da vicino. Ad alcuni ne somministrava dosi ridotte, e questi morivano in due settimane tra sofferenze atroci. Ad altri dava dosi esagerate e questi, più fortunati, morivano in poche ore. Con questi metodi, Schilling infettò più di mille persone: cinquecento morirono durante la cura, le altre finirono nei forni crematori. Ma qualcuno sopravvisse, e testimoniò al processo, contro Schilling e 39 coimputati. I giudici erano otto ufficiali superiori. Anche i difensori, tranne uno, erano militari americani. Tutti sostennero le tesi già esposte a Norimberga: l’irretroattività della legge penale, e la scusante dell’ubbidienza agli ordini. ll 15 dicembre 1945 la Corte li condannò a morte. Il 28 maggio 1946 l’anziano professore salì al patibolo. L’esecuzione fu filmata, e ancor oggi è visibile nei vari siti: il condannato rifiuta con fermezza i conforti religiosi e muore imperturbabile. Questo processo dimostrò, ancor più di quello di Norimberga, la grande dignità etica di un sistema giudiziario liberale. Il dottor Schilling e i suoi compari erano rimasti stupiti di potersi scegliere un difensore di fiducia, addirittura pagato dai vincitori. Quelli che accettarono le difese di ufficio, lo furono ancora di più. L’unico momento di umanità che dimostrarono in quelle quattro settimane fu quando strinsero commossi la mano dei loro avvocati, uomini in divisa che fino a ieri erano stati loro mortali nemici, e che si erano battuti in nome della legalità, anche se questa si applicava a dei mostri, o forse proprio per quello. Prima di sciogliere la compagnia, il presidente Lentz organizzò una cena con giudici, accusatori e difensori. Tutti si strinsero la mano, perché ognuno aveva svolto, al meglio, il proprio dovere. Il commento più bello fu di un soldato semplice: “Ora sappiamo perché abbiamo combattuto”.
E ora torniamo al processo di Norimberga. sul quale sono state formulate varie domande senza risposte definitive. Fu un giudizio legale? Sì, perché le norme della procedura furono rispettate. Fu anche imparziale? Sì, nei limiti derivanti dalla composizione di una corte nominata dai governi. Ma l’assoluzione di tre imputati e la condanna relativamente mite di altri depone a favore di una risposta affermativa, sia pure con riserva. Fu anche giusto? Formalmente forse no, ma sostanzialmente sì. Il fatto che il vincitore faccia giustizia, non significa di per sé che questa sia iniqua. Certo, Legge e Giudice furono costituiti ad hoc. Ma che altra scelta c’era? Molti imputati avevano commesso misfatti tanto scellerati da meritare il patibolo, e, qualcuno disse, anche di più. La pena – eccessiva per il generale Jodl – fu compensata da quella – troppo mite – per Speer e dall’assoluzione di Von Papen. Anche visto retrospettivamente, Norimberga costituì davvero uno sforzo titanico per affermare il primato della legge su quello della forza. Ma il tentativo di costituirne un precedente vincolante fallì, né poteva essere altrimenti. Dopo i processi sopra ricordati, e altri contro imputati minori, la Giustizia si fermò: per stanchezza, per impotenza, per opportunità politica. I reduci di Norimberga scontarono quasi tutti la pena fino in fondo, ma i loro colleghi detenuti dagli angloamericani furono sempre scarcerati in anticipo. I sovietici si regolarono da par loro: ne utilizzarono alcuni come spie, sbirri e torturatori: del resto Gestapo e polizia segreta moscovita si erano sempre reciprocamente ammirate e copiate. Gli altri prigionieri furono giustiziati sommariamente, o lasciati morire nei gulag di stenti e di malattie. Quanto all’Italia, la fucilazione di Mussolini e dei gerarchi a Dongo non fu un modello di giusto processo. Nessuno può realmente considerare tale la condanna a morte pronunciata dal ClnAI e subito eseguita (forse) dal colonnello Valerio. Comunque, come disse Churchill, ci risparmiò una Norimberga italiana. Ma il fallimento non fu questo. Fu proprio nella smentita, crudele ma prevedibile, degli ideali di Jackson e di tutti coloro – a cominciare da Kant – che sognavano una giustizia sovranazionale di competenza diffusa ed esclusiva. Dopo Norimberga furono infatti costituti vari tribunali per i crimini di guerra: alcuni, come quello di Sartre e Russell per i crimini in Vietnam, erano caricature politicamente tarate. Altri invece erano, e sono, retti da norme e da trattati. Qualche sentenza è addirittura stata pronunciata, qualche criminale è ancora dietro le sbarre. Ma se pensiamo alle stragi quotidiane in mezzo mondo, quelle di cui parlano tutti e quelle di cui non parla nessuno, la sola idea di un tribunale con effetti repressivi e al contempo deterrenti si rivela una vuota astrazione metafisica. A conferma delle note affermazioni di Tucidide che i forti dominano sempre i più deboli; e che questi ultimi farebbero lo stesso, se un giorno le parti fossero invertite.
(6 - Fine)
Ottant’anni fa in questi giorni di agosto si concludeva il dibattimento del più grande processo della storia condotto da un tribunale militare internazionale: alla sbarra i crimini del nazismo, incarnati nei 22 imputati, alti dirigenti politici, civili e militari della Germania di Hitler. Carlo Nordio, ministro della Giustizia, ce ne ha proposto un racconto in sei puntate. La prima “C’è un giudice a Norimberga”, è stata pubblicata venerdì 31 luglio, la seconda, “Goering e poi gli altri”, il 7 agosto, la terza, “In aula ideologhi e macellai”, il 14 agosto, la quarta, “Crimini contro l’umanità”, il 21 agosto, la quinta, “Delinquenti non comuni”, il 28 agosto.