Politica
il Processo di Norimberga /3 •
In aula ideologhi e macellai, imputati a Norimberga
Da Rosenberg, teorico dello sterminio della “razza giudaica”, a Frank, il “boia di Cracovia”. Con lo spaurito Ribbentrop e l’enigmatico Speer, l’architetto che aveva venduto l’anima al diavolo
15 AGO 26

In prima fila, da sinistra, Hans Frank, Wilhelm Frick, Julius Streicher. Dietro, Alfred Jodl, Franz von Papen, Arthur Seyss-Inquart e Albert Speer (foto Imagno/Getty Images)
La politica estera nazista era stata sin dall’inizio orientata a mascherare, in modo più o meno accorto, le reali intenzioni di Hitler: scatenare una guerra europea, vendicare l’umiliazione di Versailles, riprendersi tutti i territori abitati, anche in parte, da tedeschi, e infine estendere il dominio sullo “spazio vitale” a est, sterminando gli “untermenschen” di razza slava, o comunque sottomettendoli a una egemonia germanica. Per dissimulare questo gigantesco piano di occupazione – peraltro minuziosamente esposto nel suo Mein Kampf – il Führer chiamò a dirigere il ministero degli Esteri Joachim von Ribbentrop, che ora sedeva, mite e spaurito, in prima fila tra gli imputati. Non era un diplomatico di carriere; e non era nemmeno un conoscitore della storia e del diritto internazionale, due requisiti essenziali per una carica così strategica. Ma anche lui, come gran parte degli accusati, era poco più di un ossequiente scherano del dittatore. Il suo nome risuona ancora come simbolo di perenne vergogna e di criminale ipocrisia, nel patto firmato con Molotov nell’agosto del 1939 per spartirsi la Polonia e concordare, perché di questo si trattò, l’iniziò del conflitto. Ma mentre il suo omologo sovietico, pur coattivamente adesivo alla volontà di Stalin, era un navigato volpone, Ribbentrop era un dilettante allo sbaraglio, ricco di decorazioni e povero di esperienza. I suoi stessi coimputati lo disprezzavano ritenendolo incompetente, e arrogante. Dopo l’attentato a Hitler del 20 luglio ’44, Goering, irritato dalla stupidità del suo collega, lo colpì con il suo bastone di Reichsmarshall apostrofandolo brutalmente: “Zitto tu, venditore ambulante di champagne!”.
Ribbentrop, ex ministro degli Esteri, disprezzato anche dagli altri imputati, che lo ritenevano incompetente e arrogante
In realtà l’uomo non era proprio un ex rappresentante di alcolici, come ironicamente lo definirono nell’immediato dopoguerra; così come Himmler non era stato un mero allevatore di polli, benché avesse coltivato quella passione. Ribbentrop aveva sposato la ricca Annelies Henkell, figlia di un latifondista vinicolo, lavorando per un po’ in quel settore. Ma aveva frequentato varie scuole in Europa e in America, imparando bene le lingue straniere. Nella sua raffinata abitazione riceveva industriali e diplomatici conosciuti tramite la moglie, e con un espediente anagrafico aveva aggiunto un von al suo cognome borghese. Conobbe Hitler, e lo impressionò favorevolmente per il suo odio verso i bolscevichi e gli ebrei. Per una serie di esclusioni di concorrenti, si trovò spedito a Londra come ambasciatore. In quell’epoca, gli studenti di Oxford avevano pubblicamente proclamato che non avrebbero mai combattuto per il Re e per la Patria. Cambridge – lo si sarebbe visto più tardi – era infarcita di spie sovietiche, e tutti gli inglesi, tranne Churchill, sostenevano un’incondizionata politica di “appeasement”. Confortato da questi indizi, Ribbentrop assicurò Hitler che mai la Gran Bretagna avrebbe soccorso i paesi dell’est in caso di conflitto. Hitler amava sentirsi dire quello di cui era convinto, e lo nominò ministro degli Esteri. Lui e sua moglie furono i primi a stupirsi di tale onore. Ancora una volta il Führer, dal suo punto di vista, aveva scelto bene: Ribbentrop fu un docile strumento nelle sue mani, coprendo con la sontuosità della divisa e l’altezzosità dei modi l’aggressività della sua politica. Dei crimini di cui fu accusato non ne elaborò uno, ma li assecondò tutti. Come gli altri principali “yes men” di Hitler lo aspettava il patibolo.
Due altri imputati erano invece di tempra e di estrazione completamente diversa. Gli ammiragli Erich Raeder e Karl Dönitz erano stati, in successione, i comandanti della Marina tedesca. Il primo l’aveva ricostruita dopo l’annientamento della Prima guerra mondiale; il secondo l’aveva riconvertita da flotta di superficie in sottomarina, sguinzagliando centinaia di U Boot che per un po’ misero in difficoltà i rifornimenti transatlantici. A Raeder si imputavano i piani di aggressione di Norvegia e Danimarca, più l’affondamento di alcune navi. A Dönitz si addebitavano gli ordini di sparare anche sugli equipaggi salvatisi dopo l’affondamento. Erano accuse plausibili, mitigate dal fatto che comportamenti più o meno simili erano stati tenuti anche da marinai alleati. Raeder fu condannato all’ergastolo, ma nemmeno i severissimi carcerieri sovietici dovevano esserne tanto convinti, se ne consentirono la liberazione dopo soli dieci anni per motivi di salute. In realtà l’ammiraglio morì ottantaquattrenne, nel 1960. La sua condanna fu oggetto di varie controversie: in ogni caso fu una delle poche persone che ebbero il coraggio di opporsi ad alcune decisioni di Hitler, che infatti lo licenziò nel 1943.
Condanne controverse per gli ammiragli Raeder e Dönitz, che erano stati i comandanti della Marina tedesca
Il suo posto fu preso, appunto da Karl Dönitz, esperto di guerra sottomarina. Era più nazista di Raeder, ma non per questo più acquiescente ai capricci del Führer, che, forse proprio per questo, lo rispettava così tanto da nominarlo suo successore. L’ammiraglio fu catturato assieme a Jodl e Speer, e subito imprigionato. L’accusa di non aver soccorso gli equipaggi fu smontata da un affidavit del suo (quasi) omologo americano Chester Nimitz, che ammise di aver impartito ordini abbastanza simili. Dönitz fu condannato alla mite pena di dieci anni, che scontò integralmente. Morì ottantanovenne senza aver rinnegato in alcuna parte il suo comportamento di soldato.
E veniamo alla figura più controversa, enigmatica e a modo suo affascinante degli imputati. Albert Speer era un architetto non ancora trentenne quando Hitler lo chiamò a progettare le faraoniche costruzioni del suo Reich millenario. Sedotto da una prospettiva così gloriosa e sostenuto da mezzi virtualmente illimitati, Speer vendette, come Faust, l’anima al diavolo. Nelle sue memorie, questo geniale e poliedrico visionario riconobbe l’ipnotico potere del suo Mefistofele, e la propria sottomissione incondizionata. Hitler lo trattò sempre con un garbo quasi affettuoso, che qualcuno insinuò esser sintomo di una latente omosessualità. Non vi è prova di una simile infatuazione, ma tutti gli storici concordano nel definirlo il prediletto di quella cerchia esclusiva. Probabilmente l’ex imbianchino vedeva in quel giovanotto le qualità dell’artista quale lui, respinto all’ingresso dell’Accademia delle belle arti di Vienna, avrebbe voluto diventare. Per il Reich e il suo capo Speer disegnò piani fantasiosi e strutture titaniche, dallo stadio di Norimberga alla pianta di una nuova Berlino dominata da un cupolone grande tre volte San Pietro. La guerra interruppe questa edificazione pacifica, e Speer nel 1942, fu nominato ministro per gli Armamenti. Qui l’artista si rivelò un programmatore creativo e un esecutore inflessibile. Più la Germania veniva devastata dalle incursioni aeree alleate, più le fabbriche sfornavano carri armati, aerei, cannoni, e sommergibili. Nel 1944, quando metà del Reich era polverizzata dai B17 americani e dai Lancaster inglesi, Speer quadruplicò la produzione bellica, soprattutto di panzer e di aeroplani. Si servì in modo spregiudicato dei lavoratori schiavizzati, dei prigionieri, e persino degli internati dalle SS. Quest’ultima scelta gli costò l’accusa di crimini contro l’umanità. Tuttavia, nei limiti del possibile, preferì, come scrisse Davidson, la carota al bastone, e intercedette ripetutamente presso Hitler perché richiamasse all’ordine Himmler e i suoi aguzzini. Il Führer lo accontentò, e senza diventare un compassionevole filantropo come Oskar Schindler, Speer migliorò le condizioni dei lavoratori che riusciva a reclutare. Non lo fece per umanità, ma per utilitarismo, consapevole che un operaio maltrattato e denutrito produce meno di uno in condizioni accettabili. Naturalmente era a conoscenza dei crimini delle SS, di Auschwitz e dei relativi massacri, anche se a Norimberga sostenne il contrario. Comunque non aveva la possibilità di impedire i pianificati programmi di sterminio del dittatore. Nella primavera del ’45, con colpevole ritardo, Speer capì che il suo Mefistofele stava distruggendo la Germania, e quando gli fu ordinato di farne terra bruciata, ripudiò questo delirio suicida rischiando la carica e la testa. Successivamente sostenne di aver progettato di uccidere Hitler, introducendo gas venefico nelle condutture del bunker, ma nessuno mai riscontrò questa impraticabile iniziativa. Alla fine il giovane architetto riconobbe, almeno in parte, le sue colpe, e il tribunale fu clemente: gli inflisse vent’anni di prigione che Speer espiò fino all’ultimo giorno. Quando fu liberato, nel 1966, pubblicò le sue memorie, che diventarono un bestseller. Oggi gli storici ne contestano la sincerità, e Simon Wiesenthal un giorno gli disse: “Se a Norimberga avessero saputo di lei le cose che sappiamo ora, l’avrebbero impiccata”.
Speer, l’artista della nuova Berlino e il programmatore e l’esecutore inflessibile della produzione bellica
Ancor più ambigua, ma assai meno intrigante, è la figura di Rudolf Hess, che sin dal 1941 languiva in una prigione dell’Inghilterra, dove si era paracadutato per ragioni che nessuno spiegò e nessuno capì. Era stato un sodale della prima ora di Hitler, e aveva contribuito alla stesura del suo Mein Kampf. Fu per qualche anno alla guida del partito, dal quale venne progressivamente emarginato. All’inizio del conflitto non contava più nulla, e la sua mente dava segni di squilibrio. Durante la prigionia rimase silenzioso, e la sua presenza a Norimberga fu più questione di facciata. Partecipò al processo fingendosi smemorato, salvo qualche parentesi di ingannevole lucidità. Fu condannato all’ergastolo, e dopo la liberazione di Speer rimase l’unico ospite del carcere di Spandau, dove si suicidò nel 1987.
Assai più singolare è la figura di Hans Frank. Era stato un abile avvocato, aveva difeso Hitler in decine di processi e a 33 anni era stato nominato ministro della Giustizia della Baviera. Era un buon giurista, e se fosse rimasto tale avrebbe evitato a milioni di persone, e infine a sé stesso, una fine drammatica. Purtroppo, dopo la conquista della Polonia, accettò la carica di governatore generale di quello sfortunato paese, già diviso tra i due compagni di scelleratezze di Berlino e di Mosca. In quella carica si distinse per efficienza e crudeltà. Sotto la sua giurisdizione vennero creati i primi, e in realtà gli unici campi di sterminio, di cui ancora oggi si sa poco perché, tranne Auschwitz, furono tutti fatti scomparire dai nazisti. Ma i nomi di Chelmno, Belzec, Sobibor, Maidanek e Treblinka suscitano orrore ancora più grande di quelli, notissimi, di Dachau, Bergen Belsen, Buchenwald e Mauthausen. In quei campi polacchi si sperimentarono i primi procedimenti di uccisioni di massa. Tutte queste fabbriche di morte erano sotto la gestione delle SS e di Hans Frank. Durante il processo “il boia di Cracovia” si convertì al cattolicesimo e si dichiarò pentito. Portò sempre gli occhiali scuri, non si sa se per vergogna o fotofobia. Accettò la condanna a morte come inevitabile, e morì dopo 5 minuti di agonia e 5 anni di ignominia.
Non ci resta molto spazio per descrivere gli altri imputati, che peraltro furono individuati, come disse il “prosecutor” britannico, secondo una fama più o meno meritata. Alcuni erano dei veri e propri macellai, come Wilhelm Frick, ex ministro dell’Interno e protettore di Boemia e Moravia; o come Fritz Sauckel, plenipotenziario per la mobilitazione del lavoro, che spedì a morte certa per logoramento e inedia milioni di schiavi. Altri erano depravati ideologhi, come Alfred Rosenberg, teorico della superiorità ariana e dello sterminio delle “razza giudaica”; o come Julius Streicher, forse il più disgustoso di tutti, emarginato dagli stessi compagni, per la volgare e violenta propaganda antisemita del suo giornale Der Sturmer. L’ultimo dei criminali destinati al patibolo era Arthur Seyss-Inquart, il Quisling austriaco che aveva favorito l’invasione tedesca ed era stato ricompensato con i pieni poteri sull’Olanda di Anna Frank. Furono tutti impiccati, e nessuno sollevò obiezioni.
Diversi furono i destini di Baldur von Schirach e di Konstantin von Neurath. Il primo era stato il capo della gioventù hitleriana e Gauleiter di Vienna. Era entrato in conflitto, nei limiti consentiti, con l’anima nera di Hitler, Martin Bormann, che lo aveva emarginato. Fu condannato a 20 anni di prigione e liberato assieme a Speer. Il secondo era stato nominato protettore di Boemia e Moravia, ma nel ’41 era stato sostituito da Reinhard Heydrich, ritenuto più efficiente e più spietato. Neurath fu condannato a 15 anni di prigione, e fu liberato nel 1954 per motivi di salute.
Gli ultimi tre imputati furono mandati a processo senza uno straccio di prova. Hjalmar Schacht, Franz von Papen e Hans Fritzsche erano stati convinti nazisti, ma senza aver partecipato né alla guerra né ai massacri. Il primo era un abile banchiere che aveva risollevato l’economia e le finanze tedesche; il secondo un astuto politico che aveva spianato la strada a Hitler, per esserne ripagato con un ruolo diplomatico minore; e il terzo un direttore di giornali che aveva aiutato Goebbels nell’entusiastica propagandista del Führer. Furono tutti assolti, anche se immediatamente sottoposti a un tribunale tedesco di “denazificazione”. Subirono condanne platoniche e dopo un po’ furono liberati.
Sul banco degli imputati pure gli organismi che avevano portato avanti il programma egemonico hitleriano
La rassegna non sarebbe completa se non menzionassimo le imputazioni alle organizzazioni. Come abbiamo detto fu un’idea originale perché secondo i principi generali del diritto (e della nostra stessa Costituzione) la responsabilità penale è personale. Tuttavia, Jackson ritenne di portare in tribunale quegli organismi che, in vario modo, avevano rappresentato in generale il militarismo germanico e in particolare il programma egemonico hitleriano. Furono così incriminati, a vario titolo, lo stato maggiore delle Forze armate, i vertici del partito nazista (NSDAP) le SA, le SS, la Gestapo, e lo SD. Nessuno capì bene cosa ciò significasse, in particolare se l’eventuale condanna di queste organizzazioni comportasse l’automatica colpa di tutti i loro appartenenti. Per comprendere le implicazioni e i paradossi di questa scelta basti pensare che lo stato maggiore, i quanto tale, non esisteva più dal 1918, e che il suo apparente omologo, l’OKW comandato da Keitel, era solo lo staff personale del Führer. Quanto alle SS, la questione era anche più complessa. Questo impero del male creato da Himmler comprendeva una serie di organismi dedicati ai compiti più svariati: innanzitutto il controllo di tutte le forze di polizia: quella segreta (Gestapo); quella d’ordine (Orpo) e quella criminale (Kripo). Poi il servizio di sicurezza (SD) e ancora l’Ufficio amministrativo centrale (Wvha) che sfruttava l’immenso lavoro degli internati nei campi di concentramento. In sintesi, le SS erano incaricate della “soluzione finale” per gli ebrei; della persecuzione delle minoranze e dei dissidenti politici, degli zingari, degli omosessuali, e dei religiosi. Insomma tutto l’apparato repressivo del nazismo era gestito da questo organismo e dal suo diabolico padrone. Ma il suo compito non si esauriva qui. Himmler aveva creato un vero e proprio esercito privato, le Waffen SS, che alla fine erano diventate le più efficienti grandi unità militari. Alla fine della guerra erano 38 divisioni, e quasi tutte si erano distinte per il fanatismo e la ferocia. La Prima Panzer SS “Leibstandarte” aveva massacrato 600 prigionieri americani a Malmedy e altrettanti civili durane la battaglia delle Ardenne. La Seconda, “Das Reich”, aveva bruciato vivi altrettanti francesi a Oradour; la 16esima, “Reichsführer”, si era coperta d’infamia con le stragi di Marzabotto e di Sant’Anna di Stazzema. In Polonia e in Russia, le atrocità erano state ancora più raccapriccianti e più estese. Tuttavia l’impresa di processare e condannare le centinaia di migliaia di individui, civili e militari, arruolati in questa organizzazione, era manifestamente impossibile. E i risultai si videro quasi subito, quando alla sproporzione dei numeri si aggiunse il conflitto degli interessi. Americani e sovietici si divisero equamente una parte di questi ex nazisti, inserendo i più esperti nei servizi di sicurezza e di spionaggio. Klaus Barbie, assoldato dalla Cia, fu forse il più noto, perché la sua vittima più illustre Jean Moulin, diventò il simbolo della Resistenza francese ed europea. Ma quelli che la fecero franca furono migliaia. Gli stessi autori della strage di Malmedy, benché condannati a morte, furono di fatto liberato dopo pochi anni. Quando la bilancia della Giustizia diventa troppo pesante, anche la sua spada si frantuma.
L’incriminazione delle associazioni fu forse l’anomalia più evidente di un processo che fu sostanzialmente equo. E lo fu malgrado una serie di originalità e innovazioni che ne costituiscono un “unicum” nella storia della giurisprudenza militare. Lo vedremo meglio nella prossima puntata, quando parleremo delle imputazioni.
(3 - Continua)
Ottant’anni fa in questi giorni di agosto si concludeva il dibattimento del più grande processo della storia condotto da un tribunale militare internazionale: alla sbarra i crimini del nazismo, incarnati nei 22 imputati, alti dirigenti politici, civili e militari della Germania di Hitler. Carlo Nordio, ministro della Giustizia, ce ne propone un racconto in sei puntate. La prima “C’è un giudice a Norimberga”, è stata pubblicata venerdì 31 luglio, la seconda, “Goering e poi gli altri”, venerdì 7 agosto.
