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il processo di norimberga /2 •
Goering e poi gli altri
Morti o spariti i massimi architetti del sistema nazista, gli Alleati scelsero, anche con dubbi criteri giuridici, gli imputati. A partire dal Maresciallo del Reich, brillante intelletto, personalità di spregiudicatezza spietata
8 AGO 26

Alcuni degli imputati del processo di Norimberga: nella prima fila, da sinistra, Goering, Hess, von Ribbentrop, Keitel, Kaltenbrunner (Getty Images/Archivio storico)
I massimi architetti del sistema nazista erano morti, o spariti. Di Hitler non è necessario dire nulla: come padrone assoluto del Reich era il primo responsabile della guerra, del genocidio, delle infinite stragi di civili, e in generale di tutti i crimini, quali mai si erano visti, come aveva detto Churchill, “nel catalogo nero delle nefandezze umane”. Dopo di lui, il più feroce e sanguinario collaboratore era Heinrich Himmler, capo di tutte le SS. Questa organizzazione, nata come truppe d’assalto a supporto del partito, era diventata una gigantesca macchina militare, economica e burocratica. Il settore più importante, e temibile, di questo impero del male, era l’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich (RSHA), che comprendeva la Gestapo, la Kripo e il Sicherheitsdienst (SD). Ne parleremo tra poco. Anche Himmler, come il suo capo, si era suicidato con il cianuro.
Il terzo in graduatoria era il dottor Joseph Goebbels, ministro della Propaganda e anima nera del regime. La sua fedeltà a Hitler era così cieca che dopo la morte del Führer avvelenò i suoi bambini, assistette al suicidio della moglie e alla fine (pare) si sparò. Il suo corpo carbonizzato fu trovato, e fotografato, accanto ai sei innocenti vestiti di bianco, distesi come se dormissero: una rappresentazione dantesca degli angeli e dei demoni.
Infine Martin Bormann, segretario di Hitler e del partito, braccio destro del dittatore del quale regolava la vita e forse le abitudini. Nessuno poteva aveva accesso al Signore della Guerra, se non tramite questo silenzioso, ambiguo e detestato burocrate. Di lui non si sapeva nulla: alcuni lo davano morto, mentre fuggiva dal bunker di Berlino. Altri lo consideravano in fuga, protetto da organizzazioni compiacenti. Nell’incertezza, fu giudicato in contumacia.
Alla conferenza di Potsdam, nel luglio del ’45, i quattro grandi avevano dato mandato ai pubblici ministeri di pubblicare un primo elenco di “criminali” entro il primo settembre. E qui iniziarono le difficoltà, perché nessuno sembrava aver le idee chiare. In effetti l’organigramma nazista era quasi sconosciuto: ad esempio la figura di Adolf Eichmann, che oggi è il simbolo più brutale dell’Olocausto, era completamente ignota. Per di più americani e sovietici volevano al banco degli accusati i rappresentanti del mondo finanziario che aveva foraggiato Hitler, di quello industriale che lo aveva armato, e di quello propagandistico che lo aveva sostenuto. Infine, si volle procedere non solo contro individui, ma anche nei confronti di organismi e associazioni, come lo stato maggiore della Wehrmacht, le SS, la Gestapo e il Sicherheitsdienst. Sotto questo profilo la confusione era enorme, e in un certo senso lo rimane ancora. Gestapo e SD erano entrambi organismi delle SS di Himmler, e quindi l’imputazione era superflua. Ma soprattutto contrastava con il vecchio principio che la responsabilità penale è personale: ancora oggi il brocardo latino “societas delinquere non potest” è così vincolante che nel nostro ordinamento la responsabilità degli enti, contemplata dalla famosa legge 231, è denominata, con verecondo understatement, “amministrativa”.
Alla conferenza di Potsdam, nel luglio del ’45, l’organigramma nazista era quasi sconosciuto
Gi inglesi – che intendevano abbreviare e snellire la procedura – avevano presentato già il 21 giugno un primo elenco di dieci imputati, quelli più macroscopicamente coinvolti nei crimini di guerra. Esso comprendeva, oltre a Hermann Goering, Reichsmarschall e numero due del regime, Robert Ley, responsabile del fronte del lavoro; Rudolf Hess, già intimo di Hitler, fuggito in Gran Bretagna nel 1941; Joachim von Ribbentrop, ministro degli Esteri; Wilhelm Keitel, capo (dopo Hitler) dell’OKW, cioè dell’intera Wehrmacht; Julius Streicher, direttore del rozzo giornale antisemita “Der Sturmer”; Ernst Kaltenbrunner, capo dell’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich, comprendente Gestapo e SD; Alfred Rosenberg, teorico ufficiale del razzismo ariano e ministro per i Territori orientali occupati; Hans Frank, governatore della Polonia, con annessi campi di sterminio; e infine Wilhelm Frick, ministro degli Interni e responsabile del protettorato di Boemia e Moravia
Il vice chief-prosecutor Maxwell Fyfe spiegò che la scelta era stata determinata soprattutto dalla fama di cui costoro godevano. Quanto alle prove, la schiera di sostituti si sarebbe messa al lavoro per trovarle. Per alcuni bastava poco, per altri l’impresa si rivelò assai complicata. Gli americani ritennero l’elenco scarso e poco rappresentativo: aggiunsero Hjalmar Schacht, già presidente della Banca centrale e ministro dell’Economia; Arthur Seyss-Inquart, commissario per i Paesi Bassi occupati; l’ammiraglio Karl Doenitz, comandante della Marina dal 1943 al ’45 e successore designato di Hitler; Walter Funk, successore di Schacht dopo la caduta in disgrazia di quest’ultimo; Albert Speer, ministro per gli Armamenti; e infine Baldur von Schirach, capo della gioventù hitleriana. Per i russi, naturalmente, non era abbastanza. Nikitchenko, insisteva per allargare la schiera agli industriali, a cominciare da Gustav Krupp. Il lettore si domanderà se questo Nikitchenko fosse lo stesso che, come abbiamo visto, faceva parte del collegio giudicante. Per quanto sembri paradossale era proprio così. Anche il francese Falco, che sarebbe diventato il giudice supplente di Donnedieu de Vabres, partecipò alla selezione degli imputati. Pare che nessuno avesse niente da ridire. Non erano le sole anomalie. L’ineffabile Nikitchenko, durante la seconda seduta della Conferenza preparatoria alla Church House di Londra, si era espresso così: “Abbiamo a che fare con i grandi criminali di guerra, che sono già stati condannati e la cui condanna è stata già annunciata dai capi di governo con le dichiarazioni di Mosca e della Crimea”. In qualsiasi paese democratico una simile anticipazione di verdetto lo avrebbe escluso come “iudex suspectus”: Anche qui, nessuno ebbe niente da ridire. Ma il colmo della eccentricità giudiziaria si ebbe con il caso Krupp, sul quale è bene spendere due parole.
Questa dinastia di industriali aveva contribuito in modo determinante alla politica guerrafondaia del Kaiser, dotandolo delle artiglierie più micidiali. La figlia del fondatore, Bertha, aveva dato il nome a un gigantesco cannone che la propaganda avrebbe poi confuso con quello, ben più pesante – sempre della Krupp – che bombardava Parigi da oltre cento chilometri di distanza. Con l’avvento di Hitler, Gustav Krupp aveva riarmato la Germania in modo ancora più incisivo. Nazista convinto, quest’uomo era stato individuato come il rappresentante principale dell’industria bellica, e quindi incriminato accanto ai gerarchi politici e militari. Ma nel giugno del 1945 era una larva umana, consumato dalla demenza senile, e non poteva essere trascinato in aula. Giudici e procuratori si divisero in due. Alcuni volevano processarlo in contumacia. Ma questo era contrario a ogni regola elementare: contumace è chi si sottrae volontariamente al giudizio, non chi è impossibilitato ad assistervi. Scartata questa stravagante idea, Jackson ne inventò una ancora più bizzarra: citare al suo posto il figlio Alfred, che fino a pochi anni prima si era goduto la vita, e solo negli ultimi tempi, con la malattia del padre, aveva assunto cariche operative. Secondo Telford Taylor, uno dei principali collaboratori di Jackson, questo fu “il punto più basso” delle argomentazioni del suo capo. Per fortuna il presidente Lawrence, che definì questa proposta “coinvolgente” la scartò come un’ignominia. Ma fu una battaglia lunga e deplorevole, che non fece onore né a Jackson né ai suoi sostenitori.
Il colmo della eccentricità giudiziaria con il caso Krupp, l’industriale, che nel giugno del 1945 era una larva umana
E veniamo agli imputati. A quelli già citati ne furono aggiunti altri, che vedremo in seguito. Ma per ragioni di spazio, descriveremo solo quelli più rappresentativi.
Hermann Goering era, formalmente, secondo solo a Hitler. O meglio, lo era stato fino all’aprile del ’45, quando, essendo Berlino circondata, aveva proposto al Führer di cedergli i poteri come successore designato. Il dittatore, inferocito, ne aveva ordinato l’arresto con l’accusa di tradimento. Il grasso maresciallo era comunque già al sicuro, e poco dopo si consegnò agli americani. Fu trattato con tutti gli onori, e apparve in una conferenza stampa con l’orgoglio di un satrapo accanto a un colonnello americano. Eisenhower ne fu indignato: spedì in cella il prigioniero, e a casa l’incauto ufficiale. Goering non era un gradasso meschino. Era di ottima famiglia, e durante la Prima guerra mondiale aveva acquistato una fama di eroe come pilota di caccia presso la leggendaria squadriglia del “Barone Rosso”. Nazista convinto, ma non fanatico, aveva assecondato l’ascesa di Hitler senza trascurare i propri innumerevoli vizi. Aveva creato la Gestapo e i primi campi di concentramento, ma presto aveva lasciato a Himmler questo compito ingrato, occupandosi della ricostruzione della Luftwaffe e dell’arricchimento delle sue tenute. Nel 1940 aveva perso la battaglia di Inghilterra e la fiducia del Führer. Non ne aveva fatto una malattia: si era dedicato a depredare i patrimoni artistici dei paesi occupati, e a esaltarne l’apprezzamento con l’aiuto delle droghe. Aveva guadagnato in peso senza diminuire in intelligenza: al processo, gli psicologi lo considerarono la mente più acuta e vivace, Jackson se ne sarebbe accorto presto a sue spese. Ma dietro questo brillante intelletto stava una personalità di spregiudicatezza spietata. Goering aveva controfirmato gli ordini più scellerati sulle deportazioni e gli stermini. Sapeva che lo aspettava la forca, e voleva recitare fino all’ultimo la parte del protagonista, beffando la Corte. Dopo la lettura della sentenza si avvelenò in cella con il cianuro.
Ernst Kaltenbrunner, come Goering era formalmente uno degli uomini più potenti del Reich. In realtà era un ubbidiente burocrate, la cui crudeltà era superata solo dall’acquiescenza supina verso Hitler e Himmler, il suo diretto superiore. Questo modesto avvocato austriaco era infatti il capo dell’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich, creato e governato da Reinhard Heydrich fino alla sua morte nel maggio del ’42 a Praga, dopo un agguato teso da militari cecoslovacchi addestrati e paracadutati dagli inglesi. Come spesso accade, l’importanza di un ufficio dipende dalla personalità di chi lo dirige. Heydrich era di un’intelligenza superiore, colto, sportivo, amante della musica e suonatore di violino. La sua ambizione era pari alla sua abilità, e inferiore solo alla spietatezza del suo animo. Aveva organizzato e presieduto la conferenza di Wannsee, dove era stata adottata la “soluzione finale” per lo sterminio di oltre 10 milioni di ebrei, molti dei quali appartenenti a paesi alleati, come l’Italia, o addirittura da conquistare, come la Gran Bretagna. L’RSHA comprendeva il meglio del meglio, o il peggio del peggio, delle SS. Innanzitutto il Sicherheitsdienst, o servizio di sicurezza (SD), diviso in due branche. Quello interno, comandato da Otto Ohlendorf che ritroveremo più avanti, si occupava anche della composizione degli Einsatzgruppen, le squadre di assassini che, al seguito delle truppe di occupazione, sterminavano commissari politici, partigiani, preti e naturalmente ebrei. Quello esterno, diretto da Walter Schellenberg, era più raffinato, gestiva spionaggio e controspionaggio, e mirava essenzialmente a eliminare l’ammiraglio Canaris, capo dell’Abwehr, considerato un traditore. Peggio dello SD, all’interno del RSHA, vi era solo la Gestapo, la famigerata polizia segreta incaricata di scovare e uccidere i nemici veri o presunti del Reich, e soprattutto di eliminare gli ebrei. Il capo della sezione IV B4 era appunto Adolf Eichmann, che rispondeva direttamente prima a Heydrich e poi a Himmler, bypassando i superiori, compreso Kaltenbrunner. Al RSHA apparteneva anche la Kripo (polizia criminale), che si occupava un po’ di tutto, spesso con giustizia sommaria. Il suo capo, Arthur Nebe, dopo essersi macchiato dei crimini più feroci, si unì ai congiurati che cospiravano contro la vita del Führer. Fu scoperto e giustiziato.
Kaltenbrunner era un burocrate la cui crudeltà era superata solo dall’acquiescenza supina verso Hitler e Himmler
Heydrich era diventato così potente – si diceva che facesse spiare anche Himmler – che quest’ultimo cominciò a temerlo, e forse a favorirne l’assassinio. Comunque dopo la sua morte Himmler non volle più correre rischi. Lasciò vacante il posto, e nel ’43 gli mise a capo Kaltenbrunner, che di caratteristico, oltre all’ottusa crudeltà, aveva una fisionomia acromegalica e un volto deturpato da una cicatrice frutto di un duello giovanile. Questo fantoccio non divenne mai il capo effettivo degli organismi che dirigeva. Lo SD fu governato da Schellenberg, e la Gestapo da Heinrich Müller, che scomparve dopo la guerra e, a differenza di Eichmann, non fu mai individuato. Ma se le competenze reali di Kaltenbrunner erano state inferiori all’elevatezza del suo grado, nondimeno i suoi ordini avevano determinato la morte di milioni di ebrei, e di altri gruppi di dissidenti. L’imputato si difese in modo vile e grottesco, affermando di non aver mai saputo nulla dei campi di sterminio e di non averne mai visto uno. Fu smentito dalle fotografie e dalla testimonianza di Rudolf Höss, comandante di Auschwitz, che con puntigliosa diligenza squadernò le cifre della carneficina. Anche per Kaltenbrunner la condanna era già scritta.
Come i due soggetti precedenti, anche il feldmaresciallo Wilhelm Keitel era formalmente, dopo Hitler, la più alta carica militare, in quanto capo dell’OKW, o Comando superiore delle Forze armate. In tale ruolo, e per quei paradossi che accadono solo nelle dittature, impartiva ordini anche a Goering, capo dell’aviazione. Ma in realtà Keitel era solo un devoto passacarte, così sottomesso alla influenza di Hitler che tutti lo chiamavano Lakeitel, leccapiedi. Era un bell’uomo, e apparentemente poteva passare per uno junker aristocratico. Ma visto da vicino, e nel confronto con von Rundstedt, decano dei marescialli e coronato di altissimo prestigio, sembrava quello che era, cioè un maggiordomo di Hitler. Proprio per questa sottomissione servile il dittatore lo aveva piazzato al posto più rilevante delle forze armate, senza temere obiezioni anche per i piani più temerari e le risoluzioni più funeste. Quando poi Hitler, dopo il fallimento della conquista di Mosca nel dicembre del 1941, destituì il feldmaresciallo von Brauchitsch dal comando dell’esercito, e nominò sé stesso al suo posto, nella gerarchia degli ordini si sottopose a Keitel, che in realtà ubbidiva a lui. Il lettore potrà perdersi in questo labirinto di idiozie. Ma una delle ragioni per cui Hitler perse la guerra era anche questa: aveva creato un mare di inferno e una montagna di stupidità. Keitel, comunque, non aveva niente a che spartire con energumeni come Kaltenbrunner o depravati come Streicher. Era un ufficiale di vecchio stampo, capace e diligente. Non si riteneva un genio, e fu il primo a stupirsi quando Hitler lo nominò al vertice della Wehrmacht. Il suo difetto fu di adattarsi alla strategia di Hitler avallandone la malvagità ed eseguendone le direttive criminali. Firmò il famigerato decreto “Notte e nebbia”, che prevedeva l’eliminazione dei cosiddetti “nemici del Reich”, fatti sparire senza processo come fantasmi evaporati nell’oscurità. La sua autorità impose i comportamenti più criminali, come la strage di inermi e l’uccisone di prigionieri. Ma durante il processo si comportò con dignità: non disconobbe le sue colpe, e il suo pentimento non fu un vergognoso piagnisteo. Dopo la condanna a morte chiese la punizione di un soldato, il plotone d’esecuzione. Non fu accontentato. Durante l’impiccagione la sua testa sbatté sul tavolaccio, e la fotografia post mortem ne ritrae il volto insanguinato. Lo stesso Eisenhower ne rimase dispiaciuto.
Keitel, la più alta carica militare, devoto passacarte di Hitler, la cui autorità impose i comportamenti più criminali
Accanto a Keitel gli accusatori vollero inserire Alfred Jodl, un colonnello generale che ancora oggi compare sempre accanto a Keitel, per quella associazione gemellare reperibile nei settori più disparati, nella mitologia, come Castore e Polluce, nella letteratura, come Eurialo e Niso, nei film, come Gianni e Pinotto, nella moda, come Dolce e Gabbana, e persino nella politica con Bonelli e Fratoianni. Jodl era stato il capo ufficio operazioni dell’OKW, subordinato a Keitel ma di fatto molto più efficiente. Mentre il suo superiore, come s’è detto, si limitava a trasmettere le direttive del Führer, Jodl ne sovrintendeva i piani operativi, e con il suo staff dirigeva tutti i combattimenti sul fronte russo e durante la battaglia delle Ardenne anche quelli del fronte occidentale. Nel suo ruolo, era ovviamente consapevole delle violazioni di ogni regola umana e divina della guerra: i pogrom degli ebrei, i massacri dei civili, le rappresaglie indiscriminate eccetera. Ma ancora oggi gli storici dubitano sull’estensione delle sue responsabilità penali. La sua posizione fu lungamente discussa, ma alla fine prevalse la ragion di stato. Anche lui, come Keitel, fu spedito al capestro. Molti militari alleati non condivisero tanta severità.
(2 - Continua)
Ottant’anni fa in questi giorni di agosto si concludeva il dibattimento del più grande processo della storia condotto da un tribunale militare internazionale: alla sbarra i crimini del nazismo, incarnati nei 22 imputati, alti dirigenti politici, civili e militari della Germania di Hitler. Carlo Nordio, ministro della Giustizia, ce ne propone un racconto in sei puntate. La prima, “C’è un giudice a Norimberga”, è stata pubblicata venerdì 31 luglio.