il Processo di Norimberga /1
C’è un giudice a Norimberga
Finita la guerra, tra le macerie della Germania sconfitta, le potenze vincitrici mettono alla sbarra, in un tribunale militare internazionale, i crimini del nazismo. Un racconto che comincia con il ritratto dei protagonisti in aula
1 AGO 26

Per la terza volta accolgo il gentile invito del direttore a scrivere una serie di articoli estivi per il Foglio. Dopo la vita di Churchill e il processo a Gesù, questo è apparentemente un compito più facile, visto che sono un professionista della materia. Ma il processo di Norimberga è così originale, complesso e problematico che ancora oggi molti giuristi ne contestano la legittimità, e ne enfatizzano le aspettative deluse. Come tutte le ricostruzioni, anche questa è certamente condizionata dai miei pregiudizi, che ho cercato di superare leggendo decine di libri di autori, quasi tutti stranieri, diversamente orientati. Quello di Arkadi Poltorak, giornalista spedito a Norimberga da Stalin, è addirittura grottesco quando tace sul patto Molotov-Ribbentrop e sulla strage di Katyn. Il mio auspicio, comunque, è quello di sempre: suscitare nel lettore la curiosità di consultare le fonti, al di là delle suggestive ricostruzioni cinematografiche, per trarne alla fine le conclusioni che crede.
Il 31 agosto 1946, esattamente 80 anni fa, si concluse il dibattimento del più grande processo della storia condotto da un tribunale militare internazionale. Il luogo era il palazzo di giustizia di Norimberga, uno dei pochi edifici sopravvissuti alle devastazioni aeree alleate. Gli imputati erano 22 alti dirigenti nazisti, politici, civili e e militari. Le imputazioni erano quattro: 1) cospirazione contro la pace, 2) guerra di aggressione, 3) crimini di guerra e 4) crimini contro l’umanità. I giudici, e gli accusatori, appartenevano alle quattro potenze vincitrici (per la Francia il termine era esagerato) della Seconda guerra mondiale. Alla fine dell’udienza la Corte si ritirò per deliberare, e un mese dopo emise i verdetti, e quindi le relative sentenze. Esamineremo quindi, secondo un ordine logico, la costituzione della Corte, le persone incriminate, la natura delle imputazioni, lo svolgimento del processo e infine le considerazioni sulla sua legittimità e sulle sue conseguenze.
La Corte, l’accusa e la difesa
Già nella conferenza di Teheran, nel dicembre 1943, i “tre grandi”avevano concordato di punire, dopo l’inevitabile vittoria, i criminali nazisti. Stalin aveva brindato all’auspicata esecuzione di 50 mila gerarchi e militari, Churchill, inorridito, aveva protestato, mentre il malaticcio Roosevelt, con macabro umorismo, aveva proposto di ridurne il numero a 49.900. Winston fu rabbonito con la scusa che si era trattato di uno scherzo, e certo Roosevelt la pensava così. Quanto al tiranno georgiano, stava giocando al ribasso. Aveva già liquidato migliaia di prigionieri tedeschi, e soprattutto 22 mila polacchi, ufficiali, industriali, intellettuali e preti, colpevoli solo di essere tali. Una vergogna duratura ammessa ufficialmente soltanto dopo lo sfacelo dell’Urss, sulla quale il Pci e i suoi vertici, a cominciare da Togliatti, hanno sempre spudoratamente mentito. Ma questa è un’altra storia.
Le discussioni sulla costituzione del Tribunale seguirono a vari intervalli, e alla fine fu coinvolta anche la Francia, che in realtà la guerra l’aveva perduta, ma che costituiva un buon argine alle pretese dei sovietici. Roosevelt morì nell’aprile del ‘45, e Harry Truman ne seguì l’indirizzo mantenendo l’impianto processuale auspicato dal suo predecessore. Così, con l’accordo di Londra dell’8 agosto 1945, Stati Uniti, Regno Unito, Urss e Francia, in rappresentanza delle Nazioni Unite, posero i fondamenti di diritto sostanziale e processale che avrebbero disciplinato il giudizio. Non fu un percorso facile. L’idealismo di Roosevelt, impersonato dal “prosecutor” da lui prescelto, si scontrò con il rude pragmatismo di Stalin, che avrebbe preferito risolvere le questioni a modo suo, come aveva fatto durante le purghe degli anni Trenta e come avrebbe continuato a fare con i dissidenti dopo la conclusione del conflitto. Churchill, che aveva diffidato dell’istituzione di un organismo così composito, era stato sostituito dal laburista Clement Attlee, più malleabile. Alla fine la Corte fu presieduta da un giudice di Sua Maestà britannica.
Politicamente, eticamente e giuridicamente il problema era quasi insolubile. I crimini commessi dai nazisti erano infatti così atroci da oltrepassare le fattispecie di reato previste da tutti i codici penali esistenti. E coloro che li avevano commessi erano così numerosi da richiedere centinaia di tribunali e decine di anni per un equo accertamento di responsabilità. Per di più i vertici del Terzo Reich erano quasi tutti spariti. Hitler, Goebbels, Himmler si erano suicidati. Di Bormann non si sapeva nulla, e fu giudicato in contumacia. Eichmann, esecutore subordinato ed entusiasta di un genocidio programmato, se la stava filando in Argentina con l’aiuto di monsignori compiacenti. Dei pezzi grossi restava solo Hermann Goering, che peraltro, negli ultimi giorni del conflitto, era stato destituito dal Führer e incolpato di tradimento. Ma l’obiettivo degli americani era più ambizioso della semplice punizione dei residui protagonisti dell’organigramma nazista. Era l’affermazione di un principio generale che condannasse la guerra di aggressione, e istituisse un tribunale permanente per sanzionarne le violazioni. Il principale accusatore, Robert H. Jackson, nella sua esposizione introduttiva, lo espresse così: “Il fatto che quattro grandi potenze, inorgoglite dalla vittoria e lacerate dalle ferite, trattengano la mano della vendetta e sottopongano volontariamente i loro nemici al giudizio della legge, è uno dei più significativi tributi che la forza abbia mai pagato alla ragione”. Sono parole nobili e solenni. Tuttavia, a distanza di ottant’anni, ci si domanda ancora se fossero vuota retorica, utopistica illusione o ragionevole speranza. Probabilmente, un po’ di tutte e tre. Ma torniamo alla Corte.
La scelta dei componenti fu, ovviamente, politica, e già questo dovrebbe far dubitare della sua imparzialità. La separazione di poteri è un fondamento della democrazia, e noi inorridiremmo di fronte alla nomina dei giudici da parte dei governi. Un’anomalia che peraltro persiste in alcune istituzioni internazionali, senza che nessuno abbia niente da ridire. Comunque le democrazie occidentali fecero del loro meglio per designare magistrati prestigiosi. Gli americani scelsero Francis Biddle, un aristocratico avvocato di Filadelfia, di cui val pena ripercorrere la carriera. Non gli piaceva il ruolo di giudice, e aveva pregato Roosevelt di lasciarlo fuori anche dalla politica. Nel 1940, quando Jackson diventò Attorney General – cioè ministro della Giustizia – Biddle assunse il ruolo di “Solicitor General”, che corrisponde, molto vagamente, al nostro Avvocato Generale dello Stato. Nel 1941, Jackson fu associato proprio alla Corte Suprema, e Biddle lo sostituì come ministro, rimanendo tale fino al 1945, quando Truman lo spedì a Norimberga. Si dimostrò estremamente efficace. Redarguì più volte gli stessi pubblici ministeri, e minacciò di arrestarne uno, eccessivamente esuberante, per “oltraggio alla corte”. Un esempio salutare, di auspicabile applicazione anche da noi. Il lettore, abituato alle polemiche sulla separazione delle carriere e sul baratro che da noi separa il potere politico da quello giudiziario, potrebbe restare sbalordito che nella più grande democrazia del mondo accadessero queste cose. Anche qui, è solo questione di pregiudizi. Come sostituto, Truman scelse John Parker, un repubblicano del South Carolina che non aveva avuto l’approvazione del Senato per approdare alla Corte Suprema.
I britannici seguirono una strada anche (per noi) più sorprendente. Vi fu un iniziale contrasto sui criteri di scelta tra il Foreign Office e il Lord Chancellor, che allora era il Custode del Gran Sigillo del Regno, e solo dal 2005 è l’omologo di chi scrive. Il Lord Cancelliere aveva inviato alla fine di agosto una lettera a Norman Birkett, giudice della High Court, prospettandogli la nomina. L’illustre magistrato ne era rimasto entusiasta, ma grande fu la sua delusione quando seppe che il ministero degli Esteri richiedeva un “Law Lord”, cioè un Senior Judge dell’Alta Camera. Birkett fu indispettito da questa “absurd snobbishness”, come la definì nel suo diario, e mantenne, nonostante la sua apparente amabilità, un rancore duraturo verso tutto e tutti. Al suo posto fu nominato sir Geoffrey Lawrence, da un anno “Lord Justice of Appeal”. Fu una scelta felice. Benchè sprovvisto della cultura giuridica di Birkett, Lawrence si dimostrò un modello di stile e di imparzialità e diresse il dibattimento con la sapiente atarassia di un nobile della Corona. I francesi preferirono un illustre docente del’Università di Parigi, Henry Donnedieu de Vabres, fervente sostenitore di un diritto penale internazionale, che durante il dibattimento non disse nulla ma appuntò tutto. Il suo intervento, in camera di consiglio, fu determinante nel distinguere le singole responsabilità. I sovietici seguirono il consueto copione. Collocarono tra i giudici (e i pubblici ministeri) rocciosi militari di provata fede, in quotidiano contatto con il satrapo del Cremlino. Il giudice titolare, Iona Nikitchenko, era componente del Soviet supremo, e come magistrato militare aveva contribuito alla condanna di Kamenev e Zinoviev, comunisti troppo convinti per non suscitare i sospetti e le ire di Stalin, che li aveva spediti al patibolo.
Ogni giudice era affiancato da un supplente, che non aveva formalmente diritto di voto, ma sostanzialmente contribuiva alla discussione in camera di consiglio. Il sostituto francese, Robert Falco, era un erudito magistrato di corte d’appello. Dell’inglese Birkett e di Parker abbiamo già detto. Quanto al sovietico, il colonnello Alexander Volchov, era un taciturno ossequiente, adesivo alle opinioni di Nikitchenko. Ma i maligni insinuarono che fosse il commissario politico.
Il collegio di accusa era molto più numeroso e variopinto. A parte quello sovietico, guidato dall’inflessibile Roman Rudenko, generale a tre stelle, ed eroe del lavoro e del partito, gli altri erano avvocati, procuratori, giudici e militari. Su tutti troneggiava Robert H. Jackson, che molti telespettatori conoscono per l’interpretazione che anni fa ne fece Alec Baldwin in uno sceneggiato di successo. Ma il “prosecutor” americano aveva ben poco del fascinoso attore di Hollywood. Jackson era massiccio, dimostrava più dei suoi cinquant’anni, ed era ispirato dall’idea di un’etica giudiziaria sovranazionale. La sua carriera era singolare, e dimostra quanto fosse (e sia) lontano l’ordinamento anglosassone da quello italiano. Non aveva mai conseguito una laurea in Giurisprudenza, ma era assurto, per la sua competenza e integrità, alle più alte cariche politiche e giudiziarie, prima, come abbiamo visto, al ministero della Giustizia, e poi alla Corte Suprema. Alla fine di aprile del 1945, a pochi giorni dalla morte di Roosevelt, Truman lo incaricò di organizzare il processo di Norimberga, formulando i capi d’accusa e scegliendo gli imputati da giudicare. Fu affiancato da Robert Falco, e successivamente anche da Nitichenko. Come si vede, lo scambio di ruoli tra redattori dello statuto, giudici e accusatori era abbastanza anomalo, e avrebbe sollevato perplessità tra i giuristi e obiezioni (respinte) tra i difensori. Quanto a Jackson, le sue requisitorie raggiungono le vette della migliore oratoria forense. Ma come pubblico ministero fu un disastro, Il suo interrogatorio di Goering fu impacciato e tortuoso, e l’intelligente gerarca ne uscì quasi trionfante. Soltanto l’intervento successivo dell’inglese Maxwell Fife ridimensionò la sconfitta, e ristabilì la responsabilità di Goering. Ma Jackson non dimenticò mai quell’umiliazione.
Maxwell Fife e il collega Sir Hartley Showcross erano uomini politici e star dei barrister britannici. Entrambi si dimostrarono accusatori preparati, brillanti e risoluti. Non avevano l’espressione da mastino del loro (ex) primo ministro, ma una volta individuata la preda non la mollavano più. Furono sicuramente i più incisivi nella vasta schiera dei pubblici ministeri. Quanto ai sovietici, Rudenko sembrava la copia di Nikitcenko, ed entrambi quella di Vishinsky. Erano manifestamente intolleranti davanti alle richieste dei difensori, e infastiditi della presenza degli imputati. Si capiva benissimo, che, se fosse stato per loro, tutto si sarebbe risolto come nei processi di Roland Freisler, il presidente del tribunale del popolo hitleriano, dove l’udienza iniziava al mattino con una paternale del giudice, e terminava alla sera con un cappio di corda. Un po’ in ombra stava la delegazione francese, guidata da François de Menthon, un eroe della resistenza gaullista, di formazione cattolica. Anche lui, come Jackson e Maxwell Fife, era stato l’equivalente del nostro ministro della Giustizia. Aprì la sua requisitoria concentrandosi sui crimini contro l’umanità; parlò per più di quattro ora con calma e senza astio, benché avesse sofferto l’occupazione, la cattura e l’esilio, rischiando più volte la vita. Si guadagnò il rispetto di gran parte degli accusati ma non vide la fine del processo. Fu subito richiamato al suo posto di Guardasigilli.
La composizione della Corte, superate le difficoltà iniziali, suscitò altri problemi marginali. I giudici inglesi volevano indossare la parrucca, quelli americani solo la toga, e quelli francesi anche lo “jabot”, cioè la facciola, o colletto inamidato. I sovietici furono inflessibili nel pretendere la divisa: in fondo, dissero, quello era un tribunale militare. Quanto ai seggi, i supplenti protestarono di averne uno sottodimensionato. Alla fine si trovò un compromesso. Ogni giudice vestiva quello che gli pareva (i britannici rinunciarono alla Court Wig) e tutti sedevano alla stessa altezza. Sembrano particolari insignificanti, ma occuparono tempo ed energie: in tribunale, come in chiesa, la forma è anche sostanza. La prova si ebbe quando i sovietici, insoddisfatti della ripresa cinematografica della requisitoria di Rudenko, gliela fecero rifare in privato, spacciandola per vera. Oggi disponiamo delle fotografie: in quella ad uso propagandistico, nel pulpito del generale mancano due lampadine che si vedono nella versione ufficiale.
Questi problemi non si posero per i difensori, ma le difficoltà non mancarono. Nessuno, neanche i russi, dubitava che un giusto processo necessitasse di una congrua difesa. Ma nessuno sapeva dove e come gli imputati avrebbero potuto scegliersi gli avvocati, e chi li avrebbe retribuiti. Krupp indicò Andrew Clark, un celebre barrister inglese, che si dichiarò disponibile. Gli alleati – e il Consiglio dell’Ordine londinese – lo esclusero, pretendendo che la scelta dovesse limitarsi a professionisti tedeschi. Decisione discutibile, visto che nei processi paralleli che già si stavano istituendo, molti difensori erano lawyers dell’esercito americano, che patrocinavano indossando la divisa. Poiché i beni degli imputati erano modesti, o confiscati, l’onorario fu assunto dallo stesso tribunale. Erano circa 3.500 marchi al mese, una somma formalmente adeguata. Ma poiché con il marco non si comprava più nulla, si contò soprattutto sul cibo. Le razioni per i tedeschi erano misere, circa 1.500 calorie al giorno; gli avvocati con le loro famiglie, potevano contare su prodotti più numerosi e quasi introvabili. Comunque la ragione che spinse molti avvocati ad accettare il mandato fu la consapevolezza che il loro nome sarebbe entrato, sia pur tra le polemiche, nella storia. Uno di loro, Robert Servatius, avrebbe difeso Adolf Eichmann nel processo di Gerusalemme sedici anni dopo.
Come Jackson troneggiava tra gli accusatori, così nella parte avversa campeggiava Otto Stahmer, il difensore di Goering. Era un giurista insigne, e, quando sessanta anni fa lessi la sua arringa sulla irretroattività della legge penale ne rimasi abbagliato: solo il nostro Carnelutti era arrivato a simili altezze. Vedremo comunque più avanti la concretezza di queste eccezioni, e la risposta che ne diede la Corte. Gli altri avvocati, come s’è detto, tutti tedeschi, erano stati più o meno coinvolti con il regime, visto che gli oppositori erano finiti nei lager, o sulla forca. Le difficoltà del loro compito erano ovviamente diverse. Alcun imputati erano davvero indifendibili, e persino ripugnanti come Streicher e Kaltenbrunner. All’opposto, altri, come Schacht e Fritzsche, erano stati messi lì non si capiva perché (e infatti furono assolti). Nel mezzo vi erano posizioni assai ambigue. Quella più problematica era dell’ammiraglio Doenitz, che chiamò ad assisterlo un brillante ufficiale di marina, Otto Kranzbühler, che ne fece una difesa efficacissima. In complesso, il collegio era adeguato al compito, anche se non aveva potuto prendere visone di tutti gli atti di cui invece aveva potuto disporre l’accusa. Ma tenuto conto dei tempi e delle circostanze, si trattò davvero, come aveva preteso Jackson, di un “fair trial”. Quel giusto processo che i nazisti non avevano mai lontanamente concesso ai loro oppositori.
1 - continua