Cultura
Il Processo di Norimberga /5 •
Delinquenti non comuni
Le udienze di Goering e gli altri ci danno una lezione sulla distinzione fra giudice e pubblico ministero. Chi mise in difficoltà l’accusa e chi ne risollevò le sorti. E finalmente arrivano le arringhe celebri
29 AGO 26

Hermann Goering appare sorpreso dal flash del fotografo nella mensa del Palazzo di Giustizia di Norimberga, 5 dicembre 1945 (Getty)
Il processo si aprì il 20 Novembre 1945 in un’atmosfera di grande eccitazione e curiosità. Norimberga era per tre quarti distrutta, ma il palazzo di Giustizia, benché danneggiato, reggeva bene. L’aula era stata ridipinta e resa austera da un’adeguata boiserie. L’ordine interno era assicurato da MP americani, impeccabili e disciplinati. In alto sedevano gli otto giudici, che già conosciamo. Alla loro sinistra, in basso, i pubblici ministeri, divisi nei quattro settori delle rispettive nazioni. Alla destra, i traduttori simultanei: una novità assoluta, come gli stenotipisti, per quei tempi. E infine, di fronte, i 21 imputati (Bormann era contumace), davanti ai quali stavano i difensori in toga. In una galleria di dubbia solidità si pigiavano i corrispondenti della stampa che erano riusciti ad accreditarsi. Poche telecamere fisse riprendevano, e non sempre, lo svolgimento delle udienze. La luce artificiale era fastidiosa e alcuni imputati usavano occhiali scuri.
Seguendo la procedura anglosassone, i giudici lessero l’atto di accusa. Fu una recitazione integrale, e occupò una giornata e mezza. Successivamente fu chiesto agli imputati se si dichiarassero “guilty or not guilty”: colpevoli o non colpevoli. Goering fu interpellato per primo, e iniziò a leggere una dichiarazione. Il presidente lo interruppe spiegandogli che per il momento doveva solo rispondere al quesito. Il Reichsmarschall rispose sprezzante: “Nel significato dell’atto di accusa, non colpevole”. Tutti gli altri, in modo più o meno rigido, e con diverse sfumature, si dichiararono “Nicht schuldig”. Solo Hess, spiritato, gridò “Nein!”. Al che Lawrence, imperturbabile, mise a verbale che doveva intendersi come dichiarazione di non colpevolezza.
Tutti gli imputati, con diverse sfumature, si dichiararono “Nicht schuldig”, non colpevoli
Fu quindi il turno dei pubblici ministeri di esporre la relazione introduttiva. L’esordio spettò ovviamente a Jackson che si occupò della “conspiracy”. Lo fece con una dialettica shakespeariana, di cui abbiamo già citato l’inizio. Aveva redatto il libello di suo pugno, e come Manzoni aveva impiegato molto più tempo a rifinirlo che non a scriverlo. Il suo proposito non era solo quello di presentare le prove del complotto degli imputati, ma di porre le basi di un nuovo diritto penale universale, per evitare una nuova analoga barbarie, cui la civiltà – disse – non sarebbe sopravvissuta. Sottolineò l’importanza della Carta di Londra come strumento legale per perseguire i crimini che trascendevano i confini statali e minavano le fondamenta della stessa dignità umana. Spiegò come le dottrine della superiorità razziale e del conseguente “spazio vitale” non fossero astratte teorie, ma le premesse di una reale politica di persecuzione, aggressione e sterminio. “Il nazismo – concluse – predicò l’odio, e praticò l’assassinio. Promise gloria, e dispensò devastazione”. Fu un’introduzione potente ed efficace, ormai entrata a buon diritto negli annali della migliore retorica forense.
Secondo la logica e la procedura sarebbe subito toccato al rappresentante inglese esporre il secondo capo d’accusa. Ma Jackson voleva subito passare dalle parole alle immagini, e il 29 novembre fece proiettare dal generale Donovan un documentario – girato a Dachau, Buchenwald e Bergen Belsen – che rappresenta da solo tutta l’infernale ideazione, edificazione, gestione e conclusione di un genocidio programmato. Le immagini più strazianti mostrano i bulldozer che spingono montagne di cadaveri verso fosse comuni, per evitare una decomposizione a cielo aperto con inevitabili epidemie. Quei corpi scheletriti provenivano in gran parte da Auschwitz, che i nazisti avevano quasi completamente evacuato con l’avanzare dell’Armata rossa, costringendo migliaia di sfortunati a una marcia della morte. E tuttavia, questi tre complessi dove i detenuti comunque morivano a migliaia, non erano veri e propri campi di sterminio. Di questi ultimi abbiamo pochissima documentazione, e solo testimonianze. Furono Chelmno, Treblinka, Majdanek, Belzec e Sobibor a spianare la via alle uccisioni di massa, dapprima eseguite in modo sommario e artigianale, e successivamente perfezionato con l’apertura di Auschwitz-Birkenau. Per avallare la veridicità di queste immagini, l’accusa chiamò subito a testimoniare Rudolf Höss, di cui abbiamo già riferito.
L’introduzione di Jackson, da annali della retorica forense. L’intervento di Shawcross, processualmente più efficace
Il prosecutor britannico incaricato di illustrare l’imputazione di crimini contro la pace e la guerra di aggressione era Sir Hartley Shawcross. Il suo fu un intervento meno letterario di quello di Jackson, ma processualmente più efficace. L’americano aveva enunciato essenzialmente la conspiracy, e patrocinava una rivoluzione del diritto penale internazionale. L’inglese mirava al sodo, cioè alla condanna dei criminali nazisti.
Il terzo capo d’accusa, i crimini di guerra, fu affidato ai francesi, rappresentati da François de Menthon, anche lui ex ministro della Giustizia. Mentre i due colleghi precedenti avevano visto la guerra da lontano, questo coraggioso patriota era stato imprigionato dai nazisti, e dopo una fuga fortunosa aveva rischiato la vita arruolandosi nella Resistenza francese. Detto incidentalmente, la Resistenza francese fu la prima a sorgere in Europa, fu creata da “Combat”, un movimento di destra anticomunista, e pose le basi di quel gaullismo che, pur con molti difetti, stroncò il tentativo dei filosovietici di impadronirsi del potere dopo la Liberazione. I massacri che erano stati riferiti e documentati, De Menthon li aveva visti di persona. Tuttavia il suo “esprit de géométrie” prevalse sull’ingannevole emotività. Fu altrettanto efficace di Shawcross, e dopo la requisitoria ritornò subito alla politica.
Fu infine il turno dei russi, rappresentati dal generale Roman Rudenko. Il suo compito era insieme facile e ripugnante. Facile, perché i nazisti avevano sterminato in Urss circa venti milioni di persone, tra prigionieri, ebrei, commissari politici e innocenti civili. La documentazione, le testimonianze , le stesse ammissioni di aguzzini come Ohlendorf erano tali da consentire una requisitoria scontata. Ma era anche ripugnante perché Stalin aveva concordato con Hitler la spartizione della Polonia, consentendogli l’aggressione di quel paese già compresso tra due dittature. Non solo: una volta occupata la parte che gli spettava, il macellaio del Cremlino aveva fatto assassinare a Katyn oltre ventimila militari, intellettuali e preti polacchi, per predisporre le basi di una solida democrazia popolare. Come tutti i vassalli di Stalin, purtroppo anche italiani, Rudenko ebbe la faccia tosta di alterare persino la realtà più evidente, attribuendo ai tedeschi un crimine commesso dai suoi colleghi. Fu così arrogante e ipocrita che il giudice Biddle propose ai colleghi di arrestarlo per oltraggio alla Corte. Nikitchenko ne rimase sbalordito, e Lawrence riportò la calma con flemma britannica.
La faccia tosta del pm russo Rudenko sul massacro di Katyn. Poi offese uno degli avvocati difensori
Esaurito il “case for prosecution”, si passò alla esibizione delle prove, cominciando con quelle documentali. Alcune erano di consistenza dubbia, scelte a caso tra centinaia di migliaia di atti raccolti in fretta in pochissimi mesi. Ma altre erano di evidenza schiacciante, come i decreti sulla deportazione e l’imprigionamento di civili, il “trattamento speciale”degli ebrei, l’esecuzione dei prigionieri evasi e più in generale la soppressione dei nemici, veri o presunti, del Reich. Comunque la loro attendibilità fu avallata da varie testimonianze e soprattutto dai filmati. Esaurita questa fase, la parola fu data agli imputati.
Non è qui possibile descrivere l’atteggiamento di tutti, ma quello di Goering è il più significativo. Il pachidermico maresciallo aveva recuperato vigore fisico e soprattutto intellettuale dopo l’energica disintossicazione impostagli dalla detenzione. Se esiste una prova di quanto sia pernicioso e soprattutto stupido assumere stupefacenti, essa è rappresentata da questo accanito morfinomane, dotato, secondo gli psicologi del carcere, di un’intelligenza superiore, che negli ultimi anni si era ridotto a un ridicolo pagliaccio emarginato da Hitler e disprezzato dai colleghi. Dopo l’astinenza forzata questo ex eroe dell’aviazione perdette decine di chili e recuperò miliardi di neuroni. La vittima fu Robert Jackson, che credette di trovarsi davanti a un criminale ordinario. Il procuratore americano esordì, male, con contestazioni generiche e moralistiche, alle quali Goering rispose da esperto politico, con argomentazioni che qualsiasi statista avrebbe condiviso: la guerra di aggressione era solo questione di prospettiva; ed era ridicolo che simili accuse venissero rivolte da rappresentanti di stati che avevano conquistato, con le armi, quattro quinti del pianeta. Le giornaliste Rebecca West e Janet Flanner scrissero che Jackson aveva usato un “metodo intimidatorio e poliziesco che andava bene per pusillanimi pesci piccoli, ma che si è rivelato un disastro nel controinterrogatorio di quel delinquente non comune”. Jackson ne fu annichilito, e Maxwell Fyfe disse al giudice Birkett di averlo trovato “in uno stato spaventoso”. Fu la migliore dimostrazione che un grande giurista e un ottimo giudice può rivelarsi un pessimo pubblico ministero. Una lezione che non abbiamo ancora imparato.
Goering, disintossicato dalla morfina, era un osso da non mollare. Il suo esame durò dodici giorni di udienza
Fu invece proprio Fyfe a risollevare le sorti dell’accusa. Era più un politico che un magistrato, ma si rivelò – forse proprio perché era abituato ai dibattiti parlamentari – il miglior tecnico dell’interrogatorio. Andò dritto al sodo, contestando fatti concreti, a cominciare dall’assassinio di cinquanta aviatori alleati evasi dallo Stalag Luft III a Sagan, e quasi subito catturati e fucilati. L’eccidio (ben ricostruito dal noto film “La grande fuga”) fu in realtà eseguito dalle SS, ma Goering ne era corresponsabile, e comunque si contraddisse più volte con risposte vaghe e scuse puerili. Era un osso da non mollare, e complessivamente il suo esame durò dodici giorni di udienza, dall’8 al 22 marzo. Esausto, il Tribunale pose limiti temporali severi agli esami degli altri imputati.
Nessuno di questi fece rivelazioni sensazionali. La più parte si limitò a sostenere di aver ubbidito a ordini superiori, e poiché nella gerarchia del potere alla fine tutto ricadeva su Hitler, sembrò che la tragedia più grande dell’umanità fosse stata congegnata da un singolo ex imbianchino, dotato di un ipnotico potere diabolico. Se dal punto di vista giuridico questa difesa fu praticamente omogenea, da quello umano emersero varie differenze. Keitel e Jodl mantennero una dignità militare. Frank si dichiarò ripetutamente pentito. Hess continuò a fingersi smemorato. Schacht, Von Papen e Fritzsche si chiesero perché dovessero condividere quel bancone con turpi farabutti come Streicher o Kaltenbrunner. Speer, pur continuando a dichiararsi non colpevole, ammise le sue responsabilità “per la politica del suo governo, che aveva provocato una catastrofe mondiale”. Goering , ripresa energia dopo la batosta inflittagli da Maxwell Fyfe, riassunse il ruolo di leader indifferente e gradasso.
Si arrivò così alla fase finale. Secondo l’art. 24 della Carta di Londra, la procedura prevedeva – inversamente da quanto avviene da noi – prima le arringhe dei difensori e quindi le requisitorie dei pubblici ministeri. Questo per quanto riguardava i singoli imputati. Successivamente, e nello stesso ordine, si sarebbe tenuta la discussione sulla responsabilità delle organizzazioni. Ancora una volta, il presidente Lawrence raccomandò brevità. I difensori ubbidirono. Hermann Jahrreiss, prescelto a parlare a nome dei colleghi sulle “questioni generali di diritto e di fatto”, si concentrò sulla illegittimità dell’atto di accusa riguardante i crimini contro la pace. La sua perorazione figura anch’essa tra le “arringhe celebri” che si dovrebbero studiare all’università, Otto Stahmer insistette sulla irretroattività della legge penale. Gli altri difensori fecero del loro meglio: per alcuni la causa era perduta in partenza; per altri vi era spazio per una congrua difesa, e lo occuparono con diligenza.
Finita anche questa fase, la mattina del 26 luglio Robert Jackson salì sul podio per la requisitoria conclusiva. Anche lui aveva recuperato fiducia e vigore dopo la figuraccia con Goering: era stato un pessimo duellante, ma ritornò a essere un eccellente solista. Fu insieme severo e ironico, serio e faceto. A sentire gli imputati – disse – dopo Hitler avevamo un numero 2 che non sapeva niente della Gestapo da lui stesso creata; un ministro degli esteri che ignorava la politica estera; un governatore di Polonia (Frank) che regnava ma non governava; e via di questo passo. Alla fine, cambiando completamente registro, Jackson riprese il ruolo di raffinato giurista nutrito di letteratura elisabettiana. Le citazioni sono rischiose, perché possono dissimulare una carenza argomentativa e scivolare nella pedanteria. Ma quando sono appropriate, possono condensare il contenuto di un buon libro, con l’ornamento della solennità. E il finale di Jackson fu memorabile. “Gli imputati – disse – stanno di fronte alle risultanze del processo come il sanguinario Gloucester accanto al corpo del suo re assassinato. Egli implorava dalla vedova, come essi implorano da voi: Dite che non li ho uccisi. E la regina rispose: E allora dite che non sono stati uccisi. Ma morti essi sono. Se doveste proclamare – concluse – questi uomini non colpevoli, sarebbe come affermare che non c’è stata guerra, non ci sono stati massacri, non sono stati commessi delitti”. Anche se non tutti gli accusati erano corrosi dalla malvagità di Riccardo III, molti di loro si riconobbero nelle parole del procuratore.
Era difficile emulare una simile “tirade” oratoria, e infatti gli interventi successivi furono di buon valore giuridico ma di scarsa efficacia emotiva. L’inglese Shawcross fu sintetico ai limiti del sommario, il francese Champetier de Ribes, che aveva sostituito De Menthon ritornato alla politica, lesse una breve introduzione e cedette la parola a Charles Dubost, che riassunse il pensiero già esposto dal suo predecessore; infine il generale Rudenko, ignorando la complicità di Stalin con Hitler nello spartirsi la Polonia, fu squadrato e duro – scrisse Telford Taylor – come il suo fisico. Il 30 luglio anche questa fase era terminata, e si passò alle deposizioni sulle organizzazioni incriminate: SS, SD, Gestapo, SA, governo del Reich e Stato maggiore dell’esercito. Era un complesso di imputazioni estremamente confusionario, con commistioni e doppioni che rivelavano un’indagine istruttoria sommaria e parziale, dovuta anche alla carenza di documenti. Ancora oggi, in molte pubblicazioni, SD e Gestapo vengono confusi. A parte ciò, definire imputato uno Stato maggiore che in realtà non esisteva più dal 1918, e comunque era stato sostituito dall’OKW, guidato da Keitel, il “lacché” del Führer, era abbastanza singolare. L’unico aspetto interessante fu la sfilata di ex generali e marescialli che si erano coperti di prestigio nelle prime fasi della guerra: Erich von Manstein, che aveva progettato lo sfondamento del fronte francese; e Gerd von Rundstedt, che lo aveva diretto. A parte il loro valore storico, le audizioni non aggiunsero quasi nulla a quanto già si sapeva. Fu quindi ripetuta la sequenza precedente. Dopo le arringhe dei difensori, il 28 agosto la parola passò ai pubblici ministeri, e all’ormai noto Maxwell Fyfe, seguito da un esiguo stuolo di colleghi più o meno preparati. L’ultimo fu l’ineffabile Rudenko, che offese uno dei difensori, l’avvocato Boehm, dandogli del fascista. Per questo il giudice Biddle, indignato, propose l’arresto del Pm sovietico per “contempt of court”. Lawrence, con la consueta signorilità, evitò la catastrofe e Rudenko concluse con l’altrettanto consueta retorica staliniana. Ebbe anche la sensibilità di accennare allo sterminio degli ebrei, cosa che i sovietici non vollero mai esporre nella sua atroce e inumana dimensione. Gli ordini di Stalin erano di indicare nel popolo russo la principale, se non l’unica, vittima di quella immane carneficina. L’ultima parola spettava comunque agli imputati per una breve dichiarazione. Il 3 agosto, in un’aula stracolma, tutti si avvicendarono al microfono. Ognuno ripetè quel che aveva già affermato durante l’interrogatorio, e molti, a cominciare da Goering, chiamarono a testimone Dio Onnipotente. Ribbentrop e Kaltenbrunner erano lividi di rabbia, e balbettarono qualcosa di ignobile. Frank, il boia della Polonia convertitosi in prigione, proclamò che la “strada di Hitler era senza Dio e lontana da Cristo”. Il più sincero, e sicuramente dignitoso, apparve Wilhelm Keitel, che assumendosi la propria responsabilità di soldato, ubbidiente anche a ordini manifestamente criminosi, riscattò quella fama di leccapiedi che gli avevano appiccicato con un gioco di parole. Alla fine Lawrence ringraziò gli avvocati della difesa, per aver “assolto a un importante dovere civico in armonia con le più altre tradizioni della professione legale”, e aggiornò l’udienza al 23 settembre per la lettura del verdetto.
(5 - Continua)
Ottant’anni fa in questi giorni di agosto si concludeva il dibattimento del più grande processo della storia condotto da un tribunale militare internazionale: alla sbarra i crimini del nazismo, incarnati nei 22 imputati, alti dirigenti politici, civili e militari della Germania di Hitler. Carlo Nordio, ministro della Giustizia, ce ne propone un racconto in sei puntate. La prima “C’è un giudice a Norimberga”, è stata pubblicata venerdì 31 luglio, la seconda, “Goering e poi gli altri”, venerdì 7 agosto, la terza, “In aula ideologhi e macellai”, venerdì 14 agosto, la quarta, “Crimini contro l’umanità”, venerdì 21 agosto.
