Cultura
Parole per il nostro tempo /8 •
Tra smartphone e metafisica
Il segno fondamentale del nostro tempo è l’esplosione tecnica della registrazione resa possibile dal digitale. Il nulla si trasforma in essere, grazie a una forza misteriosa che è l’isteresi, motore di una genesi operativa
29 AGO 26

Foto di Omar Prestwich su Unsplash
Che cosa ci fa vedere la tecnica, oggi? Qualcosa come il riverbero purpureo delle bombe che nel 1943 cadono su Parigi e che possiedono lo stesso colore delle fragole e del Bordeaux, annota Jünger degustando la scena multisensoriale dalla terrazza dell’Hôtel Raphaël? No. Non proprio. Quella era la potenza della tecnica del Novecento, la guerra di materiali, poco diversa da quella che aveva incontrato nelle Fiandre, nella Champagne, nella Somme e in Lorena, e che si è vista ancora, all’inizio di questo secolo, in Iraq. Ma la tecnica è molto più veloce degli apocalittici e degli integrati. Negli ultimi mesi abbiamo visto i droni mettere in scacco le portaerei: la vittoria di una tecnologia che trae la propria potenza dalla più grande delle forze, l’infinito potere della registrazione, cioè, nella fattispecie, di quella forma ubiqua e automatica di ritenzione che è il digitale.
Ecco l’evento che getta più luce dei fuochi delle bombe, il segno fondamentale del nostro tempo. Non la tecnica, né la ritenzione, che ci sono da che mondo è mondo, ma l’esplosione tecnica della registrazione resa possibile dal digitale. Ora, ogni innovazione tecnica è anche una rivelazione metafisica. Non perché modifichi la struttura del reale, ma perché ne rende visibile un tratto che era sempre esistito senza mostrarsi con altrettanta evidenza. Questa esplosione, quella dei nostri tempi, non si limita a moltiplicare gli enti, come gli specchi e la copula aborriti dall’eresiarca di Borges: rivela che il mondo è fatto, prima ancora che di essere, di durata. Cioè non di essere nel tempo, come un’isola nella corrente: di essere che nasce dal durare, come un vulcano che emerge dalle acque, e dal permanere che trasforma l’eruzione in isola. Essere o non essere non significa possedere una qualche virtus existentiva. Significa durare o non durare, manifestando o meno la forza che battezzo “isteresi”.
Alla domanda “Perché c’è qualcosa e non il niente?” rispondo: c’è qualcosa perché il mondo è retto dall’isteresi. E se lo dico con tanta tranquillità, o sfrontatezza, è perché il digitale, la trasformazione della vita in dati, ne offre oggi la manifestazione più evidente. E, proprio come apprendiamo dal digitale, l’isteresi non si limita a differire o a conservare per un uso futuro. Stabilizza, dà forma, produce effetti. Non è l’ombra di un’origine perduta, ma il motore di una genesi operativa in cui il nulla si trasforma in essere non per una misteriosa aggiunta di sostanza, ma perché la traccia si itera, si accumula e genera una conformazione capace di opporre resistenza e manifestare permanenza.
Troviamo sempre buoni motivi per lamentarci, eppure dovremmo ammettere la fortuna di vivere in una delle epoche più metafisiche della storia: quella in cui il digitale ha messo sotto gli occhi di tutti la magia per cui il nulla, o il quasi nulla, si trasforma in essere. Invece di maledire la tecnica, prendiamo sul serio ciò che abbiamo sotto gli occhi. Parole, atti, espressioni, volizioni, bisogni e desideri si trasformano in dati, riempiono archivi, alimentano intelligenze artificiali. Ciò che prima, giorno dopo giorno, andava perduto è ora pronto a farsi movimento e luce, a vivere e non semplicemente a rivivere.
Insisto sul digitale perché l’occasio cognoscendi della nuova metafisica mi è stata offerta dai telefonini. Una volta resa assoluta la macchina per parlare togliendo il filo, questa si è trasformata in una macchina per scrivere e poi per registrare. Perché? Non è forse più naturale parlare? E se dal parlare si è tornati in massa a scrivere, lasciando più tracce che mai, dobbiamo concludere che siamo schiavi della tecnica, come macchinalmente si ripete, oppure che quanto accade nell’empirico ci rivela l’origine e il trascendentale? La tecnica, come in una processione, porta alla luce cose antichissime. Il telefonino non degrada la nostra convivenza sociale: ne rivela le strutture elementari. Ci dice che cosa cercavano i nostri antenati davanti a un fuoco acceso in un bivacco, mentre incidevano un osso per bellezza o per farne un calendario lunare. E’ necessario lasciare tracce: ecco perché la macchina per parlare diventa subito una macchina per scrivere; ed ecco l’essenza della realtà sociale, la registrazione che rende possibili le promesse, le abitudini, le previsioni.
Come incomincia la Genealogia della morale? Descrivendone il compito fondamentale: costruire un animale capace di promettere, cioè di indebitarsi. Indebitarsi significa trattenere la memoria di qualcosa e trasformarla in un oggetto sociale: il debito. Non c’è promessa senza isteresi, perché non c’è promessa senza una traccia che sopravviva all’istante in cui è stata contratta. Promettere significa fare sì che il passato continui a operare nel futuro. Vale per i nostri documenti, per i nostri sentimenti, ma anche per la cosiddetta “forza forte”, l’interazione nucleare che tiene insieme i quark all’interno dei protoni e dei neutroni. I gluoni (da glue, colla), le particelle che la mediano, non si limitano a trasmettere un’interazione: interagiscono fra loro, producono un campo che si intensifica con la distanza invece di attenuarsi e rendono impossibile separare definitivamente i quark.
Così, nel suo livello più elementare, la materia non è tenuta insieme da una sostanza, ma da una forza che trattiene. I gluoni non fondano la materia nel senso di un principio primo: mostrano che il fondamento del mondo è dentro il mondo e consiste nel trattenere. E’ un fondamento che non poggia su altro, perché non c’è nulla sotto che lo sorregga: c’è la forza che trattiene. Questa circostanza getta un ponte dal sociale, che possiamo osservare a occhio nudo, all’invisibile. I debiti richiedono memoria; i gluoni trattengono i quark. Non perché gli uni imitino gli altri o ne derivino, ma perché sono due manifestazioni, l’una sociale e l’altra fisica, della medesima proprietà metafisica: l’isteresi. La dynamis che sorregge il mondo non è quella di quattro elefanti sul dorso di una tartaruga gigante che nuota nell’oceano cosmico. E’ l’isteresi: il fatto che qualcosa persista, quando svanire sarebbe infinitamente più semplice, più economico e, se dobbiamo credere ai nichilisti, persino più desiderabile.
La realtà sociale, così, è soltanto il luogo in cui l’isteresi si lascia vedere con maggiore evidenza, se ci diamo la pena di rifletterci. La realtà sociale non dipende dalle intenzioni dei suoi attori, ma dai documenti che regolano gli atti sociali e possono operare anche in difetto di intentio auctoris. Un contratto vale perché è scritto e archiviato: il marinaio ubriaco arruolato nella Royal Navy era realmente arruolato, anche se, quando aveva apposto la croce, non sapeva ciò che faceva. Se un atto sociale continua a operare nel tempo, è perché una ritenzione ne conserva gli effetti. La registrazione conta più dell’intenzione. Per questo il capitale del XXI secolo non è più, come sosteneva ancora nel 2013 Thomas Piketty, il capitale finanziario, ma il capitale digitale, ossia la registrazione dell’intera forma di vita dell’umanità disponibile nel web. L’esplosione delle chatbot nel 2022, resa possibile dall’accumulo di iscrizioni di ogni sorta durante la pandemia, ha offerto un’ulteriore conferma del potere inaudito della registrazione. Del resto, l’operato dei grandi modelli linguistici non è diverso dal nostro uso del linguaggio. Non potremo mai avere l’intenzione di dire qualcosa se prima non ci fosse qualcosa da dire, all’interno di un vocabolario che ci precede e che abbiamo imparato quando le nostre intenzioni si riducevano al bisogno di nutrimento e protezione.
Mi corre ora l’obbligo di spiegare perché ricorro a un termine così insolito come “isteresi”, invece di servirmi delle molte parole già disponibili – memoria, permanenza, persistenza, ritenzione – per designare una forza che descrivo come universale. La ragione è semplice. Tutte queste parole designano una condizione, una facoltà o un risultato. L’isteresi dà invece nome a un processo e a una forza: non al semplice fatto che qualcosa resti, ma al modo in cui ciò che resta continua ad agire. Il termine, come vale a maggior ragione per un concetto che insiste sulla durata e la sopravvivenza, ha una sua storia (ma se non vi interessa potete saltare il prossimo paragrafo).
Fu coniato nel 1881 dal fisico James Alfred Ewing per descrivere la tendenza dei materiali ferromagnetici a conservare la magnetizzazione anche dopo la rimozione del campo esterno: la sopravvivenza degli effetti oltre le loro cause. Un materiale isteretico non torna al punto di partenza quando la sollecitazione cessa; porta con sé la storia delle forze che lo hanno attraversato. E’ ciò che oggi si chiama, spesso abusandone, “resilienza”, ma è anche ciò che Sartre, nella “Critica della ragione dialettica”, designa esplicitamente come isteresi quando descrive il pratico-inerte: la praxis, una volta oggettivata, sopravvive ai soggetti che l’hanno prodotta e ritorna su di essi come una forza che condiziona ogni azione successiva. Il passato non è semplicemente trascorso: continua a operare. David Lewis, in un registro completamente diverso, mostra che anche le convenzioni non dipendono da un’intenzione continuamente rinnovata: persistono perché la loro stessa persistenza rende razionale continuare a seguirle. Pierre Bourdieu riprende infine il concetto per spiegare il ritardo strutturale tra l’habitus e il campo: le disposizioni incorporate sopravvivono ai mutamenti dell’ambiente e proprio per questo continuano a produrre effetti.
In tutti questi casi interviene la medesima struttura: qualcosa sopravvive alla causa che lo ha prodotto e, proprio perché sopravvive, continua ad agire. Questa persistenza non è un’appendice: è una delle condizioni che lo rendono possibile. Ma c’è molto di più, almeno ai miei occhi, che nella fisica e nei miei precursori filosofici. L’isteresi non è semplicemente una proprietà dei materiali magnetici o delle disposizioni sociali. E’ il fondamento di una metafisica che abbandona l’ossessione ontocentrica per rivolgere l’attenzione a ciò che rende possibile non soltanto l’essere, ma anche l’operare, il sapere e il volere. Giacché, prima di domandarci che cosa esista, occorre comprendere come qualcosa acquisti stabilità, durata e permanenza. Se è così – ed ecco, ancora una volta, il grande dono che ci viene dal digitale –, ogni metafisica che assuma l’essere come un dato, invece di spiegare il processo attraverso cui si costituisce, viene meno alla propria promessa di totalità. L’isteresi mostra come l’essere emerga dall’accumulazione delle tracce, dalla loro conservazione e dal loro prendere forma e significato. Ma lo stesso vale per l’operare: non potrei scrivere questo articolo se ogni parola svanisse nell’istante in cui la digito. Vale per il sapere: non potreste leggerlo se la scrittura non conservasse ciò che è stato pensato, ma che conta non per ciò che è (segni scritti), ma per ciò che significa. Vale, infine, per il volere: decidere di aprire questo giornale, o di chiuderlo giunti a questa riga, non ha niente a che fare con l’essere, e tutto a che fare con l’interruzione di un processo, con una decisione, con l’insorgere di una volontà.
Qui la questione dell’isteresi incontra quella della forza. Il mondo, come suggeriva Michele Silenzi nell’articolo che ha aperto questo ciclo, è un campo di forze, una trama di relazioni in cui ogni cosa entra in un sistema di urti e resistenze, attrazioni e repulsioni. Ora, in greco antico dynamis – ricordava ancora Silenzi – significa forza, ma significa anche potenza, cioè ciò che può accadere proprio perché ne ha la forza. Se è così, non c’è forza più forte della capienza, della possibilità di accogliere, trattenere e conservare. La capienza è la forma più alta della passività, ma proprio per questo è anche la forma più alta della potenza: è di lì, infatti, che derivano la capacità di fare e persino il capire, che non significa anzitutto dominare qualcosa, ma riuscire a contenerla, a “farsene capaci”. La memoria ricorda, la materia ripete. E’ per questo che esistono tanto il mondo della cultura quanto quello della natura.
Si è fatto tardi, concludo. Il tempo passa, ma non consumandosi in un istante evanescente che dà luogo alle aporie con cui si confrontano Aristotele e il senso comune: se l’istante non è, come può esistere il tempo, che è fatto di istanti? Se invece è, allora le cose di diecimila anni fa sarebbero contemporanee a quelle presenti. Il tempo iscritto, lo stigmè, l’istante che diventa grammè, linea, freccia del tempo, entropia, logoramento, destino di tutte le carni e fine di tutte le cose, è un sovrapporsi di gradoni, una ziggurat in cui il presente porta con sé tutto il passato. Me lo aveva insegnato Derrida, davanti a un caffè, con una frase buttata lì, quando aveva settant’anni, cioè la mia età: a settant’anni non se ne hanno soltanto settanta, si hanno tutte le età che continuano a operare in noi. Non era semplicemente la riflessione di un uomo che invecchiava, ma la descrizione di una struttura in cui il tempo non è il contenitore degli enti, ma è contenuto in ogni ente, in ogni operazione, in ogni cognizione, in ogni volizione.
Garantisco: è letteralmente così. Avere settant’anni non significa semplicemente essere un settantenne, ma – per riprendere la metafora di Proust nell’ultima pagina della “Recherche” – trovarsi sopra dei trampoli che rendono incerto il passo. E quei trampoli non sono semplicemente i segni degli anni, la cervicale o, più romanticamente, una cicatrice che ricorda un duello di gioventù. Sono la determinazione esatta di come il nostro corpo e il nostro spirito reagiranno a un urto o a una speranza, diversamente da un quarantenne o da un ventenne, per ragioni fisiologiche e storiche insieme, cioè per ragioni metafisiche. E’ così facile vederlo nella vita. Vorrei che fosse altrettanto facile vederlo nel pensiero.
Maurizio Ferraris, filosofo e accademico italiano, dal 1995 al 2026 è stato professore ordinario di Filosofia teoretica presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Torino. Si conclude con il suo articolo la serie estiva del Foglio dedicata alla forza. Ogni settimana, un autore diverso si è occupato di osservare questo concetto dal punto di vista di una specifica disciplina. Le altre puntate sono state pubblicate il 7 luglio (Michele Silenzi, “La forza che regge il mondo”), il 14 luglio (Luca Amendola, “Tra la forza e la materia"), il 21 luglio (Luigi Marco Bassani, “Il metro di noi europei”), il 28 luglio (Alberto Frigerio, “Il guaio dell’uomo moderno”), il 4 agosto (Lorenzo Castellani, “Dannata ragion di stato”), l’11 agosto (Costantino Esposito, “Il paradosso della libertà”) , il 18 agosto (Adriano Dell’Asta, “La vera forza disarmante").