Cultura
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La forza come principio fondante: il metro di noi europei
Dopo la Seconda guerra mondiale, il culto della forza è scomparso dai radar del Vecchio continente con la rapidità di chi vuole dimenticare un incubo. Non solo: ciò che ha vinto è un culto della debolezza
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Per venticinque secoli la civiltà europea ha riconosciuto nella forza il fondamento ultimo dell’ordine politico e del suo divenire. Dalle Termopili fino alla guerra civile della prima metà del Novecento, la potenza è stata considerata in Europa la prima delle virtù pubbliche e private. Uomini forti difendevano famiglie, villaggi, intere patrie e anche matrie. Cambiavano le religioni, le dinastie, le forme di governo, perfino i criteri di legittimità, ma una cosa rimaneva immutata: la certezza granitica che nessuna civiltà potesse sopravvivere senza uomini (e donne) pronti a combattere e a morire per essa. Questa certezza non era un residuo barbarico destinato a essere superato dal progresso (come oggi ritengono non pochi discendenti di quella civiltà): era il cuore pulsante di una concezione del mondo. I Greci la chiamavano areté, la virtù che si manifesta nell’eccellenza, e l’eccellenza suprema era quella del guerriero capace di tenere il campo quando tutto sembra perduto. Platone poteva ironizzare sull’ignoranza dei soldati, eppure aveva combattuto, e non avrebbe potuto filosofare senza le mura che altri difendevano. I Romani trasformarono questa intuizione in sistema: la virtus – la qualità del vir, dell’uomo – era prima di tutto coraggio militare, capacità di sopportare la fatica e il dolore, fedeltà ai compagni e a Roma. Un romano che non sapesse combattere era un cittadino solo sulla carta.
L’Europa ha creato e onorato filosofi, santi, artisti e scienziati, ma ha sempre riservato il massimo prestigio a coloro che garantivano l’esistenza stessa della comunità politica o magari erano pronti a espanderla. Leonida, Cesare, Carlo Martello, Carlo Magno, i capitani di ventura, Napoleone e gli eserciti nazionali dell’Ottocento appartengono a una medesima genealogia ideale: quella di una civiltà che credeva nella forza giacché la libertà andava difesa con le armi. Tale era il culto della forza che i Romani si trovarono, atterriti, ad ammirare il loro più grande nemico: Annibale. L’uomo che aveva attraversato le Alpi con gli elefanti, che aveva distrutto eserciti romani fu osservato con il sacro terrore che si riserva ai fenomeni naturali. La forza, anche quella del nemico, imponeva automaticamente rispetto. Significativamente, Roma sconfisse Annibale solo quando seppe formare un generale capace di imitarlo – Scipione l’Africano, che a Zama tributò un grandissimo omaggio al condottiero fenicio rivelando di aver studiato il cartaginese come un maestro.
Il cristianesimo operò una rivoluzione morale senza precedenti. Gli ultimi entrarono nella storia, il povero cessò di essere un reietto della società e in lui ogni buon cristiano era chiamato a vedere il volto stesso di Cristo. La vedova e l’orfano acquistarono una dignità sconosciuta al mondo antico, la misericordia si trasformò in un principio ordinatore della vita civile. In pochi secoli un’intera civiltà fu ribaltata fin dalle fondamenta. Benedetto da Norcia (480–547 ca.) cristallizzò normativamente questa rivoluzione spirituale. La sua “Regula” fu il testo fondativo del monachesimo occidentale: un equilibrio tra preghiera (ora) e lavoro (labora), moderazione, stabilità nel luogo, obbedienza all’abate. I monasteri benedettini divennero per secoli i centri della cultura europea, custodi dei manoscritti antichi, scuole di teologi e storici, ospedali e rifugi per i pellegrini. Ma nessuno dimenticò mai che queste cattedrali architettoniche e di pensiero si trovavano in equilibrio instabile: solo la forza avrebbe potuto garantirne la sopravvivenza. Dentro i conventi e fra le strade dei borghi si poteva anche porgere l’altra guancia, ma le mura dovevano essere sempre protette da guerrieri armati e venerati dal popolo.
Il cristianesimo fu una rivoluzione che non cancellò il primato della forza, ma ne mutò profondamente il significato e la giustificazione morale. La spada divenne il presidio di una civiltà fondata sulla tutela dei più deboli. Nacque così la dottrina del bellum iustum, la guerra giusta: non ogni conflitto era lecito, ma lo era quello combattuto per difendere gli innocenti e per proteggere la Chiesa, per arginare la prepotenza dei tiranni e ovviamente difendere la Cristianità tutta. Il miles Christianus era chiamato a essere agnello tra i fratelli e leone di fronte al nemico. I crociati ne furono l’espressione più radicale: uomini convinti di poter essere santi proprio perché erano disposti a uccidere e a morire per la fede. La sintesi dei templari rivela quanto in profondità il culto della forza fosse penetrato nella coscienza europea. Per oltre un millennio la Cristianità visse nella consapevolezza di essere una cittadella assediata. Le grandi espansioni islamiche, le incursioni vichinghe e ungare, gli assedi, la pressione esercitata lungo tutto il Mediterraneo e nel cuore stesso dell’Europa fecero della difesa armata la condizione di pensabilità stessa dell’esistenza occidentale. Oggi vi è uno Stato che giustifica l’utilizzazione della violenza contro il nemico (spesso in sé e per sé agghiacciante) sostenendo che se i propri avversari dovessero deporre le armi vi sarà la pace, ma se lo dovessero fare loro ne conseguirebbe la definitiva cancellazione dello Stato di Israele. Ebbene, una consapevolezza di questo tipo ha attraversato tutta la storia occidentale fino alla fine della Seconda guerra mondiale e oggi ha abbandonato l’Europa per essere patrimonio del solo occidente vittorioso, l’America.
Tutti i tentativi di imperializzazione dello spazio politico europeo, proprio come gli sforzi di scongiurare la costruzione di un impero continentale – il vero basso continuo della storia europea dal crollo dell’Impero romano d’Occidente – hanno avuto come sfondo l’idea che solo la forza potesse preservare la libertà e la nostra civiltà. Senza guerrieri non vi sarebbero stati monasteri, università, cattedrali, città libere, commerci e opere di misericordia; senza una forza capace di custodire la civiltà, anche i suoi valori più elevati sarebbero scomparsi. La dialettica armata fra imperializzazione e resistenza delle comunità ha creato gli interstizi in cui si è infiltrata tutta l’esperienza europea di libertà e autogoverno. La gloria dell’Europa è stata uno spazio armato senza impero.
Quando gli europei all’inizio dell’età moderna si lanciarono nell’esplorazione del globo, la loro sorpresa maggiore non fu la scoperta dell’emisfero occidentale, ma quella della loro enorme superiorità tecnologica e della loro potenza rispetto al resto del mondo. Gli imperi maya, azteco e inca crollarono davanti ai nuovi arrivati con una rapidità che stupì gli stessi conquistadores: Hernán Cortés e Francisco Pizarro distrussero imperi con pochissimi guerrieri. Ma nel corso del tempo si constatò che anche le favolose civiltà orientali – la Cina dei Ming, l’India dei Moghul, il mondo islamico – erano rimaste molto arretrate rispetto all’Europa. L’Europa debordava dai propri confini non solo grazie alla forza bruta, ma in virtù di un superiore dominio della tecnica: l’artiglieria, la navigazione oceanica, la disciplina degli eserciti, la logistica degli approvvigionamenti. La potenza europea sottometteva il mondo intero senza nessun rimpianto perché riteneva che la forza creasse i diritti. Questa certezza non era cinismo, ma una filosofia coerente con tutta la storia europea. La conquista non richiedeva giustificazioni: Dio aveva mostrato da che parte stessero il torto e la ragione assegnando la vittoria. I missionari che seguivano i conquistadores portavano il Vangelo, ma il Vangelo arrivava sulla punta delle spade – e nessuno, nemmeno i più tormentati tra i difensori degli indios come Bartolomé de Las Casas, mise veramente in discussione il diritto dell’Europa a dominare il mondo.
Anche la formazione dello stato moderno è, alle sue radici, un’esplosione di violenza senza pari. Il prestigio della nuova organizzazione politica si gioca tutta sul campo di battaglia: non è un caso che i grandi teorici dello stato nascano in epoche di guerra civile e di conflitto interstatale incessante. Machiavelli scrive il “Principe” nell’Italia dilaniata e Jean Bodin pubblica il suo capolavoro quattro anni dopo la notte di San Bartolomeo, Hobbes elabora il “Leviatano” sullo sfondo della guerra civile inglese. Tutti convergono verso la stessa verità: lo Stato è forza (monopolizzata, dirà Max Weber). Heinrich von Treitschke, il cui magistero si fece sentire per quasi un trentennio dall’Università di Berlino sul finire del secolo diciannovesimo, elevò questa intuizione a sistema. Lo stato era per lui Macht, Macht, und Wieder Macht – forza, forza e ancora forza. Sintesi di una tradizione di pensiero che da Machiavelli a Hegel aveva collocato lo Stato al centro della storia come soggetto ultimo dell’agire umano. Lo stato, al pari di altre grandi manifestazioni dello Spirito come il linguaggio e la scrittura, storicizza l’uomo, lo strappa alla condizione animale e lo inserisce in una trama di significati che trascende l’individuo: lo fa attraverso il fulgore violento di una forza creatrice. Per Treitschke la guerra non era un’anomalia dell’ordine politico, ma il suo momento di verità: nel conflitto lo Stato rivela ciò che è davvero, spogliandosi di ogni retorica giuridica e morale. Per illuminare la natura di questa sovranità assoluta, Treitschke richiamava l’espressione di Gustavo Adolfo di Svezia: “Io non riconosco nessuno sopra di me, fuori di Dio e la spada del vincitore”. Sopra lo stato sovrano c’è solo Dio – e dopo Dio, nient’altro che la potenza del più forte. Lo stato è un potere che non incontra ostacoli di fronte a sé, che si auto-fonda e si identifica nella sua stessa illimitatezza e irresistibilità, ossia che “non tollera un potere coordinato più alto del suo”. La sovranità è l’essenza fortificata dello stato.
Che la forza fosse davvero il metro dell’uomo pubblico europeo lo dimostra, per paradosso, anche chi sembra più lontano da essa: quando nel 1919 Luigi Sturzo chiamò i cattolici italiani alla partecipazione politica, superando il non expedit si rivolse ai “liberi e forti”, ossia un sacerdote mistico parlava la stessa lingua dei conquistadores e dei templari. La debolezza poteva essere compresa e tollerata, ma l’azione politica richiedeva il contributo dei “forti”. Che fine ha fatto il culto della forza? Dopo la Seconda guerra mondiale, è scomparso dai radar europei con la rapidità di chi vuole dimenticare un incubo. Non solo: ciò che ha vinto, vuoi dal punto di vista istituzionale, vuoi dal punto di vista culturale, è un vero e proprio culto continentale della debolezza.
L’esplosione di violenza del trentennio 1914-1945 ha lasciato davvero una traccia profondissima. Per usare un parallelo azzardato è come se un uomo fosse stato affetto da priapismo per settimane, con sofferenze inaudite e quindi giudicasse ormai pericolosissimo ogni desiderio sessuale, reprimendolo con la stessa energia con cui prima lo assecondava. La forza non è diventata sospetta: si è rintanata come un tabù. E come tale va rimosso. Sul piano istituzionale, l’Europa uscita dal 1945 costruì le proprie democrazie attorno a principi opposti rispetto a quelli treitschkiani: non la potenza, ma un potere acefalo ed etereo – capace certo di estrarre tutto il denaro possibile dai sudditi, ma garantendo la fine della dazione di sangue. Ogni politico che si presentava alla ribalta europea parlando di problemi da risolvere e decisioni da prendere era subito accusato di decisionismo: la regola era quella di un bilanciamento perenne che rendeva la decisione impossibile. Le costituzioni del Dopoguerra – italiana, tedesca, francese – sono tutte architetture pensate per impedire la concentrazione del comando. La Repubblica di Weimar aveva insegnato che la democrazia poteva suicidarsi affidando poteri straordinari a un uomo solo: e allora si costruirono sistemi in cui nessuno avesse abbastanza forza per fare davvero qualcosa.
In Italia questo processo raggiunse forme quasi caricaturali. Il sistema proporzionale puro, il bicameralismo perfetto, la sfiducia costruttiva assente: tutto concorreva a produrre governi che duravano pochi mesi, perché la durata stessa del governo era percepita come un pericolo. Mussolini aveva vaccinato contro l’uomo forte al punto che il paziente aveva sviluppato un’allergia permanente a qualsiasi manifestazione di autorità. La debolezza del governo era lo scopo dichiarato del sistema politico, il prezzo da pagare per non ricadere nella tentazione autoritaria. La partitocrazia – con i suoi equilibri infiniti e le sue crisi rituali, il manuale Cencelli – era il meccanismo perfetto per garantire che nessuno potesse mai esercitare la forza.
Sul piano culturale, questa svolta produsse ciò che Gustavo Zagrebelsky avrebbe chiamato, in un libro fortunato, il diritto mite: una concezione del diritto come strumento di mediazione piuttosto che di comando, orientato al compromesso. Il diritto mite è l’opposto esatto della spada di Gustavo Adolfo: riconosce sopra di sé né Dio né vincitore, ma dialogo, consenso, procedura dolce. La forza, che per duemila anni era stata il fondamento dell’ordine politico europeo, diventa un’entità oscena: qualcosa da nascondere e da esorcizzare con un vocabolario sempre più asettico e giuridico. Anche l’attuale levata di scudi di tutta l’Europa nei confronti di un presidente americano che ha la pecca di muoversi esattamente come tutti gli uomini di potere nella storia, ossia cercando di aumentare la potenza del proprio paese già potentissimo, deve essere letta come un rigurgito di ribrezzo nei confronti della forza. In un certo senso, anche l’infatuazione continentale per il presidente americano precedente, quel Joe Biden che trasmetteva costantemente null’altro che fiacchezza, deriva dal nuovo culto europeo. In breve, il declino dell’Europa non ha solo radici profondissime, ma è sovraccarico di buoni sentimenti.
Luigi Marco Bassani, già ordinario di Storia delle dottrine politiche all’Università degli Studi di Milano, è oggi ordinario della stessa materia per Università Pegaso. Prosegue con il suo articolo la serie estiva del Foglio dedicata alla forza. Ogni settimana, un autore diverso si occuperà di osservare questo concetto dal punto di vista di una specifica disciplina. Le altre puntate sono state pubblicate il 7 luglio (Michele Silenzi, “La forza che regge il mondo”) e il 14 luglio (Luca Amendola, "Tra la forza e la materia").