Il guaio dell'uomo moderno e il divorzio tra libertà e verità

La libertà, priva della verità, rimane senza riferimenti e viene asservita a voglie individuali. Così, la coscienza diviene opinione soggettiva insindacabile. E’ quanto predica l’indifferentismo in cui viviamo
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"Non esiste ideale per il quale possiamo sacrificarci, perché di tutti conosciamo la menzogna, noi che non sappiamo che cos’è la verità”. L’amara constatazione di André Malraux, che denuncia la titubanza esistenziale nell’uomo moderno prodotta dal divorzio tra libertà e verità, è comprovata da diversi indicatori sociali: denatalità dei paesi occidentali, indice della sfiducia nel futuro; incremento dei tassi di disturbo mentale e suicidi, del consumo di sostanze psicotrope, degli episodi di violenza, dei livelli di abbandono scolastico e disoccupazione, indice del disagio giovanile; mancanza di progettualità e difficoltà a creare legami duraturi, indice di precarietà affettiva.
In questo scenario, in cui la verità è negata e la libertà è affermata come potere senza limiti, secondo l’ideale nietzscheano della volontà di potenza (Wille zur Macht), che dischiude la figura nichilista della libertà senza verità, ogni opinione risulta ugualmente probabile e l’agire è esposto alla reazione immediata. Si profila l’“io emotivista” (A. MacIntyre), che adotta come criterio delle scelte il sentire e lo sperimentare, documentando la contrazione psicologica della coscienza morale, vittima di una regressione emotiva. Questo concerne la sfera privata, qualificata in termini emotivi e alimentata dal “culto delle emozioni” (M. Lacroix), altresì la sfera pubblica, in cui vanno affermandosi i nuovi diritti, di ambito bioetico e sessuale, che declinano le basilari esperienze del nascere, amare e morire in chiave soggettivista, asservendo il diritto alle inclinazioni e ai gusti individuali: “Tale approccio banalizza i diritti fondamentali in una prospettiva edonistica, consumistica e relativistica, mentre a essi dovrebbero corrispondere profondi bisogni (se non oggettivi, quantomeno intersoggettivi, e tendenzialmente stabili nel tempo e universali nello spazio)” (A. Spadaro).
“Di tutti conosciamo la menzogna, noi che non sappiamo che cos’è la verità”, constatava André Malraux
L’attitudine sperimentalistica, che concepisce il fare esperienza come accumulo di esperienze, nel senso razionalistico di fare esperimenti controllabili o irrazionalistico di provare emotivamente, è però viziata da due criticità. Lascia insoddisfatta la libertà, in quanto è davvero libero chi vuole e decide di sé rispetto a quanto riconosce come vero: il potere di scelta non rappresenta il costitutivo ontologico della libertà, è invece espressione del suo esercizio in contesto, che si attua nell’adesione alla verità. Riduce il fare esperienza al regime di immediatezza, mentre l’esperienza indica il vissuto in quanto significativo: si fa esperienza quando si pensa il vissuto e lo si riconduce a unità di senso. Urge dunque riscattare la libertà dall’idea secondo cui sarebbe riducibile alla capacità di scelta autonoma, priva di costrizioni (libertas indifferentiae), e intenderla come collaborazione armoniosa di intelletto e volontà orientati alla verità sul bene, permettendo al soggetto di decidere in base a valide ragioni (libertas electionis). Questo consente di passare dal momento dell’agire in cui l’atto è un esperimento, tramite cui il soggetto si cerca, al momento in cui l’atto è una promessa, tramite cui il soggetto si spende per ciò che riconosce come pregno di valore e degno di dedizione. La lezione di John Henry Newman La libertà è capace di autodeterminazione (autexousion), non dispone però del proprio fondamento né della propria attuazione, che può rinvenire solo oltre sé. Motivo per cui la libertà, priva della verità, rimane senza riferimenti e viene asservita a interessi e voglie individuali. In questa cornice, in cui l’agire umano risulta infondato e arbitrario, la coscienza smarrisce il carattere originario di testimone della verità e diviene opinione soggettiva insindacabile. E’ quanto predica l’indifferentismo moderno, che nega ogni rimando superiore al soggetto e contraffa la coscienza, riducendola a parere personale.
Contro questa mistificazione si erge John Henry Newman. Nella “Lettera al Duca di Norfolk” sottolinea che “la coscienza ha dei diritti perché ha dei doveri”: ricercare e sottomettersi alla verità. La coscienza giudica e distingue le azioni encomiabili da quelle deplorevoli non in quanto fautrice della norma, secondo il principio immanentista moderno, ma in virtù della legge divina di cui è partecipe: “Questa legge, in quanto è percepita dalla mente dei singoli uomini, si chiama coscienza”. Lungi dall’essere riducibile ad arbitrio soggettivo, la coscienza rappresenta la trascendenza nella persona: “La coscienza è la voce di Dio, mentre oggi va di moda ritenerla una creazione dell’uomo […] Quando gli uomini si appellano ai diritti della coscienza, intendono il diritto di pensare, parlare, scrivere e agire secondo il proprio giudizio e il proprio umore senza darsi alcun pensiero di Dio”. “La coscienza è vicario aborigeno di Cristo, profetica”, in quanto parla per bocca di Dio e consente di apprendere la legge divina, ingiunge il bene e interdice il male. In quanto eco della voce di Dio, va ascoltata prima di ogni altra voce, motivo per cui, “se fossi obbligato a introdurre la religione nei brindisi dopo un pranzo (il che in verità non mi sembra proprio la cosa migliore), brinderò, se volete, al Papa; tuttavia prima alla Coscienza, poi al Papa”. Certo, il soggetto dev’essere docile alla formazione della coscienza, che non esercita la funzione giudicante in modo automatico, come sostiene l’innatismo razionalista. L’orientamento al bene cresce in un cammino educativo, volto ad affinare i principi morali che la coscienza possiede in forma seminale: “La coscienza è un principio scritto in noi prima che avessimo ricevuto una qualsiasi educazione, per quanto educazione ed esperienza siano necessarie per il suo vigore, la sua crescita e la sua debita formazione”.
Nella “Grammatica dell’assenso” Newman distingue il moral sense, che è il giudizio della ragione sulla bontà o malvagità di un’azione, dal sense of duty, che è il comando di compiere l’azione riconosciuta come buona evitando quella cattiva: “Il sentire della coscienza … è duplice: è insieme un senso morale e un senso del dovere; un giudizio espresso dalla ragione e un dettame autorevole”. Questo fa sì che, essendo “imperiosa e vincolante, diversa da ogni altro dettame di cui abbiamo esperienza … la coscienza influenza direttamente i nostri affetti e le nostre emozioni”. Newman rileva poi che seguire il comando della coscienza produce gioia e pace, trasgredire il dettato della coscienza produce invece vergogna e spavento. Questo svela la natura della coscienza, luogo dell’incontro con Dio: “Tutto questo comporta che ci sia un Essere nei cui confronti siamo responsabili”.
L’indagine newmaniana permette di dirimere la controversia moderna sulla coscienza, che vede contrapposti il principio liberale, secondo cui la coscienza sarebbe opinione personale abile a decidere ciò che è bene e male, che nessuno avrebbe l’autorità di giudicare, e il principio dogmatico, secondo cui la coscienza è facoltà che giudica ciò che è bene e male illuminata dalla luce della Verità. Si legge nei “Sermoni”: “Quanto alla coscienza morale, esistono due modalità per l’uomo di concepirla. Nella prima, la coscienza è soltanto una forma di intuito verso ciò che è opportuno, una tendenza che si raccomanda l’una o l’altra cosa. Nella seconda è l’eco della voce di Dio. Ora tutto dipende da questa differenza. La prima via non è quella della fede; la seconda è quella della fede”. Nel “Biglietto-Speech” indirizzato a Papa Leone XIII per averlo creato cardinale, Newman afferma di aver sempre contrastato il principio liberale, che nega ogni verità positiva e riduce le diverse espressioni a opinioni equivalenti, opponendogli il principio dogmatico, secondo cui c’è una sola verità che tutti devono cercare e accogliere. Newman predica così la forza vincolante della verità, che esige ascolto e obbedienza da parte della libertà, come scrive ne “Lo sviluppo della dottrina cristiana”: “Vi è una sola verità; l’errore religioso è per sua natura immorale; i seguaci dell’errore, a meno che non ne siano consapevoli, sono colpevoli di esserne i sostenitori … il nostro spirito è sottomesso alla verità, non le è quindi superiore ed è tenuto non tanto a dissertare su di essa, ma a venerarla”.
Attitudine martiriale L’animo umano è abitato dalla ricerca di senso, a cui dà voce l’afflato agostiniano: “Quid enim fortius desiderat anima quam veritatem?”. La questione che pungola l’uomo di sempre è se esista una verità a cui sottomettersi, un bene che meriti l’impegno del vivere, una causa a cui dedicare l’esistenza. La vita infatti non va persa soltanto a condizione di dedicarla a ciò che la trascende e le conferisce significato, secondo le parole del poeta: “Forse che fine della vita è vivere? Non vivere, ma morire e donare in letizia quel che abbiamo! Qui sta la gioia, la libertà, la grazia, la giovinezza eterna … Che vale la vita se non per essere donata?” (P. Claudel).
La questione che pungola l’uomo di sempre è se esista una verità a cui sottomettersi, un bene che meriti l’impegno del vivere
La risposta al quesito è offerta dalla figura del martire, che rispetta l’assolutezza dell’ordine morale e obbedisce alla verità usque ad sanguinem. Nelle Scritture si distinguono alcuni personaggi. Susanna, che respinge le avance di due giudici iniqui, concludendo “è meglio cadere innocente nelle vostre mani che peccare davanti al Signore” (Dn 13,23). Sette fratelli che, a fronte dell’ellenizzazione dei costumi imposta da Antioco IV Epifane, decidono di “morire piuttosto che trasgredire le patrie leggi” (2Mc 7,2). Il Battista, che rifugge ogni compromesso, proclama la legge di Dio e insegna che dare la vita per la verità è donarla per Cristo: “Non c’è dubbio che Giovanni soffrì come testimone del nostro redentore, perché doveva preparagli la strada. Per lui diede la vita, anche se non gli fu ingiunto di rinnegare Cristo, ma solo di tacere la verità. Tuttavia morì per Cristo. Cristo ha detto “Io sono la verità”, perciò per Cristo versò il sangue perché lo versò per la verità” (Beda Venerabile). Stefano, che prima di venire lapidato si affida a Gesù e lo prega di non imputare alcun peccato agli aguzzini. Delinea così la fisionomia del martire, che si dona in obbedienza a Gesù per il bene del prossimo, incluso il proprio carnefice, a imitazione di Cristo, che dona la vita fino alla fine, rimettendola nelle mani del Padre e impetrandolo di perdonare i persecutori.
La Chiesa propone poi l’esempio di numerose figure di santità, che nella storia sono state disposte a “perdere i beni, la patria e persino la vita, piuttosto che giurare contro la coscienza” (T. More). Costoro hanno difeso la verità fino al martirio, sostenute dalla virtù della fortezza, che è l’eccellenza nell’abilità a superare gli ostacoli per operare il bene. Sue parti integranti sono la magnanimità, che è la capacità di decidere con prontezza d’animo, la magnificenza, che è la capacità di realizzare grandi opere, la pazienza, che è la capacità di sopportare i mali, e la perseveranza, che è la capacità di persistere nei compiti e nelle opere virtuose. L’invito a disporsi alla scuola dei martiri è dovuto al fatto che “una simile testimonianza offre un contributo di straordinario valore perché, non solo nella società civile, ma anche nelle stesse comunità ecclesiali, non si precipiti nella crisi più pericolosa che può affliggere l’uomo: la confusione del bene e del male, che rende impossibile costruire e conservare l’ordine morale dei singoli e delle comunità” (Veritatis splendor n. 93).
Martirio e missione Il martire è prototipo di ogni credente, chiamato ad annunciare il Vangelo: “La testimonianza, il martyrion, non è tanto una questione di morte quanto una questione di vita in ogni istante, la morte per Cristo è solo la situazione-limite di una lotta vitale, quotidiana per Cristo” (H.U. von Balthasar). Questo traspare in maniera vivissima nel tempo presente, in cui l’intolleranza anti-cristiana si attua in persecuzioni conclamate, perlopiù nei paesi extra-occidentali, ma altresì dissimulate, perlopiù nei paesi occidentali, che emarginano e dileggiano la Chiesa, soprattutto il suo insegnamento morale, come rileva Benedetto XVI: “La vera minaccia per la Chiesa viene dalla dittatura universale di ideologie apparentemente umanistiche, contraddire le quali comporta l’esclusione dal consenso della società. Cent’anni fa chiunque avrebbe ritenuto assurdo parlare di matrimonio omosessuale, oggi coloro che vi si oppongono sono socialmente squalificati. Lo stesso vale per l’aborto e la produzione di esseri umani in laboratorio. La società moderna intende formulare un credo anticristiano: chi lo contesta viene punito con la scomunica sociale”.
La veridicità di questa diagnosi è documenta da Jérôme Lejeune, pioniere della genetica moderna, scopritore della trisomia 21, scienziato di fama internazionale, che al principio degli anni ‘70 criticò la proposta di legge francese volta a depenalizzare l’aborto, subendo uno stigma da parte della comunità scientifica. Lejeune partecipò a dibattiti pubblici, talora venendo bistrattato, motivo per cui un figlio gli domandò come facesse a mantenere la calma e non insultare i contestatori quando lo aggredivano. Rispose Lejeune: “Non è l’uomo contro cui combatto, sono le sue idee”. Lejeune insegna che il cristiano non osteggia nessuno, avversa piuttosto la menzogna, di cui l’ingiusto aggressore è la prima vittima, affinché anch’egli ne venga liberato. Posizione analoga si rinviene in Leandro Aletti, ginecologo, collega e amico del padre di chi scrive, col quale si è prodigato a favore della vita in ambito italiano. In un’occasione il figlio Gabriele, anestesista e rianimatore, si è trovato in sala operatoria con un’accanita abortista, che anni addietro aveva osteggiato il padre, causandone la sospensione dall’ospedale. Saputo che nella equipe operatoria c’era un medico di cognome Aletti, ha domandato se fosse parente di Leandro. Gabriele ha risposto di essere il figlio, così lei disse: “Lo sa chi sono io, vero?! Chissà cosa avrà sentito sul mio conto?!”. Gabriele ha replicato: “Sì, la conosco fin da piccolo. Ogni sera mio papà faceva pregare tutta la famiglia per lei e i suoi colleghi abortisti”. A quelle parole è seguito il silenzio, durato per tutta la seduta operatoria. Ecco il cristiano, colui che, al pari di Cristo e dei martiri, lotta non contro le persone ma contro le idee inique, che nuocciono al bene delle persone, in primis di chi le propugna: “Il martire coinvolge l’aguzzino nel dono di sé stesso, sigillato in anticipo dal perdono del proprio carnefice, spesso esplicitamente e comunque sempre implicitamente” (A. Scola).
Al modo dei martiri, “atti a difendere ma incapaci a offendere” (Ambrogio di Milano), Lejeune e Aletti mostrano che i cristiani sono chiamati a essere illustri testimoni di una “pace disarmata e disarmante” (Leone XIV), divenendo modello di perdono e riconciliazione. Questo è assai urgente nei contesti di guerra, in cui “redimere le conseguenze del conflitto – l’odio, la paura, la ‘memoria tossica’ – è il compito specifico e sublime della Chiesa … E’ soprattutto il coraggio del perdono la medicina più potente, capace di portare guarigione, ed è anche la testimonianza più autentica che la nostra comunità può offrire” (P. Pizzaballa).
La Chiesa è chiamata ad annunciare la Verità e rievocare le verità morali che la coscienza possiede in forma embrionale
Testimonianza ecclesiale Gesù predice ai discepoli odio e persecuzioni. Questo solleva una domanda inquietante: perché il Salvatore e i suoi seguaci vengono ricusati, angariati e soppressi? Il motivo è che la pretesa veritativa avanzata da Gesù contrasta con la visione anarchica della libertà, promossa dal tentatore, assunta dai progenitori e dilagante lungo la storia, che la riduce a libero arbitrio, misconoscendo che è correlata al dinamismo della tensione alla verità. La patologica idiosincrasia verso la verità è poi ascrivibile al fatto che la condizione umana è ferita dal peccato originale, che offusca la capacità della libertà di riconoscere e accogliere la verità. La memoria e la tensione alla verità sul bene continua però a brillare nell’intimo della coscienza, in cui risuona l’ingiunzione divina a dare la vita per la verità, come testimonia il pagano Giovenale: “Considera il più grande dei crimini preferire la sopravvivenza all’onore e, per amore della vita fisica, perdere le ragioni del vivere”. Animata dall’esempio dei martiri e dei confessori della fede, la Chiesa è dunque chiamata ad annunciare la Verità e rievocare le verità morali che la coscienza possiede in forma embrionale, consapevole che soltanto “la verità rende sereno l’animo” (W. Shakespeare).
Gesù predice ai discepoli odio e persecuzioni. Questo solleva una domanda inquietante: perché?
Alberto Frigerio, sacerdote e medico, è docente di Etica della vita presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Milano. Prosegue con il suo articolo la serie estiva del Foglio dedicata alla forza. Ogni settimana, un autore diverso si occuperà di osservare questo concetto dal punto di vista di una specifica disciplina. Le altre puntate sono state pubblicate il 7 luglio (Michele Silenzi, “La forza che regge il mondo”), il 14 luglio (Luca Amendola, “Tra la forza e la materia”) e il 21 luglio (Luigi Marco Bassani, “ Il metro di noi europei”).