Cultura
Parole per il nostro tempo /5 •
Dannata ragion di Stato. Non è scomparsa, si è rimessa al lavoro
La democrazia liberale si è pensata per decenni come superamento del conflitto originario, ma il presente mostra che la forza è un elemento costitutivo che ha semplicemente cambiato attori e forme di espressione
8 AGO 26

Disegno propagandistico risalente alla Guerra civile americana: “Piantando la bandiera dell’Unione su un bastione durante l’Assedio di Vicksburg, 1863” (foto Getty)
In politica la forza è tornata con prepotenza al centro della scena, ma quasi nessuno osa ancora ammetterlo apertamente. Questo ritorno viene ancora dissolto nel linguaggio dei “processi”, del “diritto” e della “governance”. Più di recente si utilizzano termini educati per indicare il conflitto quali “protezionismo”, “deglobalizzazione, “weaponization” e “operazione speciale” come se la potenza in atto fosse un residuo imbarazzante dell’ancien régime, destinato a svanire nell’epoca della neutralizzazione tecnocratica e dell’economicismo. Eppure, appena si guarda al funzionamento reale del potere – alla gestione delle emergenze, alla politica estera, alla ciclica costruzione e rottura dell’ordine internazionale attraverso le guerre – la forza riappare come criterio decisivo: capacità di imprimere una direzione, di forzare le alternative, di imporre gerarchie. La democrazia liberale si è pensata per decenni come superamento del conflitto originario, come domesticazione della violenza attraverso diritto, procedure e rappresentanza, ma il presente mostra che la forza non è un residuo del passato bensì un elemento costitutivo che si è semplicemente spostato di luogo, cambiando attori e forme di espressione.
La riflessione giuridico-politica ha sempre legato la forza alla sovranità, cioè al potere di decidere sullo stato di eccezione. In condizioni ordinarie la forza si incanala nelle regole; nell’eccezione è la regola stessa a essere sospesa per salvaguardare la forma complessiva dell’ordine. E’ nel momento di crisi che si rivela chi è davvero in grado di decidere, cioè di assumere su di sé la responsabilità di un atto di forza. Questo potere di eccezione non coincide con la violenza visibile: è la facoltà di selezionare le possibilità politiche, di chiudere alcune strade e aprirne altre, di dire ciò che è ancora praticabile e ciò che è divenuto impossibile. La forza non si misura solo nella potenza dei mezzi, ma nella capacità di definire il campo stesso del possibile. La democrazia costituzionale ha tentato di distribuire questo potere, di disperderlo in un insieme di organi, procedure e controlli incrociati; e tuttavia la figura di chi “decide davvero” nell’emergenza continua a incombere, inevitabile e sfuggente, perché ogni ordine politico vive, prima o poi, il momento in cui l’eccezione esige un soggetto, o un manipolo di soggetti, che la prenda su di sé.
Se si guarda alla storia delle democrazie dal punto di vista della forza, emerge un lungo processo di contenimento. Tuttavia, contenere non significa annullare: ogni decisione politica conserva un nucleo irriducibile di forza. Chiudere un bilancio, imporre un sacrificio fiscale, ridefinire la gerarchia delle priorità collettive è sempre un atto che favorisce alcuni interessi e ne penalizza altri. Il mito di una politica ridotta a mera gestione tecnica o a distribuzione di diritti nasconde questo dato elementare: dietro ogni “soluzione ottimale” si colloca una scelta di forza, un’asimmetria che decide chi comanda, chi obbedisce, chi viene sacrificato. Nell’arte di governo i giochi a somma positiva restano un’utopia.
La democrazia parlamentare ha tentato di trasformare la forza in maggioranza: finché la decisione è assunta da una maggioranza rappresentativa, la forza può apparire come espressione legittima della volontà del popolo. Ma la traduzione non è mai completa. Il rapporto fra forza e diritto rimane conflittuale: il diritto cerca di imbrigliare la forza, ma dipende dalla forza per essere effettivo. Una norma priva di strumenti, una sentenza senza esecuzione, un vincolo formalmente accettato ma sostanzialmente ignorato rivelano quanto poco il diritto possa senza una forza che lo sostenga. Il potere politico vive dentro questo paradosso permanente: da un lato promette di limitare la forza attraverso la legge, dall’altro sa che senza forza la legge è un testo innocuo. E’ in questo spazio ambiguo che si colloca la ragion di Stato, oggi concetto dannato e dimenticato, come sapere che prende sul serio la continuità del corpo politico anche quando le forme ordinarie della legittimazione vacillano.
Il rapporto fra forza e diritto è conflittuale: il diritto cerca di imbrigliare la forza, ma dipende dalla forza per essere effettivo
La ragion di Stato è la nobile dottrina che assume esplicitamente la forza come cuore della decisione politica. Non è una teoria della violenza, ma una teoria dell’ordine. La domanda che essa pone è brutale e limpida: che cosa occorre fare perché lo Stato sopravviva, si mantenga, prevalga sulle minacce interne ed esterne che lo assediano? La risposta non si misura nella purezza dei principi, ma nella capacità di tenere insieme il corpo politico quando ogni altra forma di legittimazione si incrina. La ragion di Stato è il sapere che consente al potere di scegliere fra norme e necessità, fra diritti e sicurezza, fra coerenza ideale e conservazione dell’ordine. E’ la grammatica della forza quando la forza non può più essere occultata dietro le forme. E’ la lingua che il potere parla quando smette di illudersi di poter governare la storia solo con le categorie del diritto.
Che cosa occorre fare perché lo Stato sopravviva, prevalga sulle minacce interne ed esterne che lo assediano?
Negli ultimi trent’anni, le guerre “umanitarie” e gli interventi di polizia internazionale hanno mostrato il lato paradossale di un uso della forza che si pretendeva emancipato dalla ragion di Stato. L’Afghanistan, l’Iraq, le primavere arabe hanno dimostrato che la superiorità militare non garantisce controllabilità politica. La guerra “leggera”, pensata come chirurgica e limitata, ha prodotto esiti pesanti, spesso opposti a quelli dichiarati: Stati falliti, aree ingovernabili, radicalizzazione diffusa. La forza, impiegata in nome di valori universalistici, ha talvolta finito per erodere proprio quella legittimità democratica e liberale che si voleva esportare, dissolvendo la distinzione tra intervento di principio e nuda proiezione di potenza. Nel frattempo, la guerra è tornata nel cuore dell’Europa con l’invasione russa dell’Ucraina, dissolvendo in pochi mesi il residuo ottimismo di chi pensava il continente al riparo da conflitti ad alta intensità. La storia recente ha così smentito l’idea che la forza potesse essere confinata ai margini del sistema internazionale, come strumento residuale in un contesto dominato da regole e interdipendenze.
Il ruolo di Vladimir Putin in questo processo è emblematico. Il presidente russo ha costruito la propria legittimazione interna non solo sulla promessa di stabilità e di ritorno alla grandezza, ma sulla disponibilità a usare la forza in modo visibile, teatrale, dimostrativo: dalla Cecenia alla Georgia, dalla Crimea al Donbas fino all’invasione su larga scala dell’Ucraina. La forza diventa linguaggio identitario, strumento di ricostruzione di un mito imperiale, cifra di una politica che si presenta come disincantata, immune alle “debolezze” del liberalismo. In questa prospettiva, la ragion di Stato assume il volto di una volontà di potenza che non esita a sacrificare vite, ricchezza, posizioni internazionali pur di mantenere la continuità del potere interno e la narrazione di una missione storica. L’uso della violenza esterna rafforza, almeno per un certo periodo, il contratto interno tra potere e società: la forza fuori confine diventa garanzia della forza dentro i confini.
La forza non può essere ridotta a strumento residuale in un contesto dominato da regole e interdipendenze
In un contesto diverso, Benjamin Netanyahu incarna un’altra declinazione del ritorno della forza. La politica israeliana degli ultimi anni si muove dentro una condizione che si potrebbe definire di emergenza permanente, in cui la sicurezza nazionale non è una voce tra le altre, ma l’asse intorno a cui ruota l’intero edificio istituzionale. La forza militare viene presentata come presidio di sopravvivenza, la guerra come evento ricorrente e strutturale, non come eccezione traumatica. Ciò produce sia una torsione progressiva del sistema democratico – l’urgenza della sicurezza spinge a ridefinire diritti, equilibri di poteri, spazi di dissenso – sia un uso della forza spregiudicato e una volontà di derogare ai patti del diritto internazionale. La ragion di Stato, in questo quadro, non è solo un calcolo cinico nelle stanze del potere, ma la forma mentis di una società che percepisce se stessa come costantemente esposta alla minaccia esistenziale. Ancora una volta, la forza non è solo gesto sul terreno, ma criterio che riplasma le forme stesse della convivenza politica e la gerarchia delle vite che meritano protezione.
Sul versante occidentale, la parabola di Donald Trump segnala un mutamento meno militare e più simbolico, ma non meno significativo. Il leader americano non ha soltanto inaugurato nuove guerre, in nome della ragion di Stato e della sicurezza nazionale, dopo aver promesso la pace in campagna elettorale. Egli ha anche riportato la grammatica della forza al centro della rappresentazione politica interna. Il linguaggio di scontro, la semplificazione in termini di “noi” contro “loro”, la delegittimazione sistematica delle istituzioni giudiziarie e tecnocratiche, sono modi di reintrodurre la forza nella sfera domestica, non come uso diretto della coercizione, ma come dissoluzione di quel rispetto formale che teneva a bada il ricorso alle misure eccezionali. La minaccia di non riconoscere risultati elettorali, la pressione sul sistema amministrativo e giudiziario, la riduzione dell’avversario a nemico interno sono già forme di violenza potenziale: circoscrivono lo spazio di ciò che si ritiene accettabile fare pur di conservare il potere. Qui la ragion di Stato assume un volto interno: lo Stato viene identificato con un leader e con il suo blocco politico, e la forza diventa ciò che consente di difendere quell’identità contro istituzioni e procedure percepite come ostacoli alla realizzazione degli obiettivi politici. Ma quando la forza si impone all’interno senza pacificare la società, essa diviene presto moneta da esportare all’esterno. E il caso Trump ne è la dimostrazione.
Questi tre casi non sono assimilabili per contesto, biografia, struttura istituzionale. Ma sono sintomi convergenti di un clima. In un mondo attraversato da guerre aperte, crisi geopolitiche, insicurezze economiche e identitarie, la forza torna a presentarsi come soluzione plausibile, talvolta inevitabile, agli occhi di segmenti crescenti delle opinioni pubbliche. L’idea che la storia proceda verso una progressiva marginalizzazione della violenza appare meno convincente di quanto non fosse trent’anni fa. La ragion di Stato non è scomparsa, si è rimessa al lavoro: governa scelte energetiche, politiche migratorie, allineamenti militari, definizioni di sicurezza e di nemico. La promessa di una politica liberata dalla durezza del conflitto cede il passo a una politica che torna a ragionare in termini di sopravvivenza e di rapporti di forza.
La forza, nella prospettiva della ragion di Stato, non è dunque un oggetto morale ma un elemento strutturale. È ciò che consente allo Stato di difendere se stesso non solo contro i nemici esterni, ma contro le proprie tendenze autodistruttive: la frammentazione interna, la paralisi decisionale, l’esaurimento della capacità di comando. La politica istituzionale può vivere a lungo nell’illusione di poter rinviare all’infinito l’uso della forza, ma arriva sempre un punto in cui l’inerzia diventa essa stessa una decisione di forza, perché consegna la comunità alle energie che la erodono. Un potere che non sa usare forza quando è necessario è un potere che si condanna a essere travolto da forze altrui, meno esitanti e meno scrupolose. La ragion di Stato pone allora una domanda che la coscienza democratica preferisce rinviare: fino a che punto è lecito sacrificare principi, norme, consuetudini, in nome della continuità dello Stato? Quale soglia non può essere oltrepassata nemmeno in nome della necessità? Il punto critico è il luogo in cui la forza si fa nuda, e il politico è costretto a scegliere.
Arriva un punto in cui l’inerzia diventa una decisione di forza: quando consegna la comunità alle energie che la erodono
Questa scelta non avviene nel cielo delle idee, ma nella trama concreta dei rapporti di potere. La forza può assumere forma militare, poliziesca, fiscale, normativa; può manifestarsi come potenza di colpire o come capacità di sottrarre: libertà, ricchezza, diritti, posizioni. Può concentrarsi in un vertice o disperdersi in una costellazione di apparati. Può essere esercitata in modo palese o in modo quasi invisibile, attraverso la modulazione dei tempi, dei vincoli, delle opportunità. La ragion di Stato è la bussola che indica quali mezzi sono considerati praticabili, quali limiti possono essere valicati, quali sacrifici imposti. Quando un potere affronta un conflitto, una minaccia terroristica, una crisi sistemica, si trova davanti a un campo di possibilità che non è dato dai manuali di diritto, ma dalla combinazione di forza disponibile e forza ritenuta legittima. La politica, in quel punto, cessa di essere amministrazione e torna a essere decisione, nel senso forte del termine: tagliare, separare, scegliere.
Una civiltà politica che rifiuta di pensare la forza e la ragion di Stato si consegna alla retorica dell’innocenza e, di conseguenza, alla passività. Immagina che la storia possa essere il luogo di politiche senza costo, di decisioni senza perdenti, di equilibri senza sacrifici. Ma quando la realtà smentisce questa immagine, la delusione apre la strada a due vie opposte e simmetriche: il cinismo puro, che celebra la forza come dominio brutale, e il moralismo impotente, che condanna la forza in nome di principi che non sa difendere. La sola alternativa è una politica che riconosca la necessità della forza senza trasformarla in idolo, e che assuma la ragion di Stato come il punto in cui la decisione si misura con il limite.
La forza in politica, allora, non è un accidente né un tabù, ma la materia prima con cui si costruiscono istituzioni, ordini, equilibri. La ragion di Stato è il sapere che ne governa l’uso quando tutto il resto fallisce, quando il linguaggio dei diritti e delle procedure non basta più a nascondere la durezza del conflitto. Pensare la politica significa pensare questo nucleo: chi dispone della forza, a quali condizioni la esercita, quale idea di Stato vuole salvare nel momento in cui decide di farla valere. Tutto il resto, in ultima analisi, è contorno. E’ sul modo in cui un potere affronta il proprio rapporto con la forza, e sul modo in cui giustifica la propria ragion di Stato, che si misura la verità di una civiltà politica: se è capace di tenere insieme necessità e limite, continuità e giustizia, sopravvivenza e senso. Se sa che la forza è inevitabile, ma che proprio per questo non può essere abbandonata al suo arbitrio.
Lorenzo Castellani è Lecturer presso la Luiss School of Government e insegna Storia delle Istituzioni Politiche nella medesima università. Il suo ultimo libro, scritto con Gaetano Quagliariello, è “Il Principe e la Repubblica-Potere e istituzioni in Italia dal 1943 a oggi” (Luiss University Press, 2026). Prosegue con il suo articolo la serie del Foglio dedicata alla forza. Ogni settimana, un autore diverso si occupa di osservare questo concetto dal punto di vista di una specifica disciplina. Le altre puntate sono state pubblicate il 7 luglio (Michele Silenzi, “La forza che regge il mondo”, il 14 luglio (Luca Amendola, “Tra la forza e la materia”), il 21 luglio (Luigi Marco Bassani, “Il metro di noi europei”) e il 28 luglio (Alberto Frigerio, “Il guaio dell’uomo moderno”).