La vera forza disarmante

Per noi, loro oltrecortina erano i dissidenti. Loro preferivano definirsi “diversamente pensanti”. Pensando e vivendo diversamente, avevano fatto la cosa più semplice: in un paese non libero comportarsi da persone libere
Immagine di La vera forza disarmante

Aleksej Naval’nyj, dissidente, politico e blogger russo, è morto in un carcere russo il 16 febbraio del 2024. Aveva 47 anni (foto Getty)

Adriano Dell’Asta è slavista, studioso della cultura e della letteratura russa nei suoi rapporti con il potere. A lungo docente universitario, tra il 2010 e il 2014 è stato direttore dell’Istituto italiano di Cultura di Mosca. Attualmente è presidente di Russia Cristiana. Prosegue con il suo articolo la serie estiva del Foglio dedicata alla forza. Ogni settimana, un autore diverso si occuperà di osservare questo concetto dal punto di vista di una specifica disciplina. Le altre puntate sono state pubblicate il 7 luglio (Michele Silenzi, “La forza che regge il mondo”), il 14 luglio (Luca Amendola, “Tra la forza e la materia"), il 21 luglio (Luigi Marco Bassani, “Il metro di noi europei”), il 28 luglio (Alberto Frigerio, “Il guaio dell’uomo moderno”), il 4 agosto (Lorenzo Castellani, “Dannata ragion di stato”), l’11 agosto (Costantino Esposito, “Il paradosso della libertà”).
* * *
Tucidide disse: “I forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono”. Lo storico greco è tornato d’attualità in questo 2026; nella forma appena letta lo ha citato il primo ministro canadese Mark Carney, il 20 gennaio al Forum di Davos. Qualche mese dopo, in maggio, lo ha citato il presidente cinese Xi Jinping, che davanti al suo omologo americano, Donald Trump, ha evocato la cosiddetta “trappola di Tucidide” e ha messo in guardia da un uso della forza distruttivo, altamente probabile là dove le potenze dominanti non sappiano accordarsi con le potenze emergenti.
Nulla di nuovo: i potenti hanno da sempre questa abitudine di concepire il mondo solo in base alla forza di cui si credono arbitri assoluti; pare che anche Stalin, a Jalta, abbia chiesto quante divisioni avesse il Papa.
Tutto sembrerebbe dunque determinato dalla forza; se non fosse che Mark Carney, proprio nel discorso dal quale siamo partiti, ha citato anche, come modello alternativo a questo potere della forza, un saggio intitolato Il potere dei senza potere del dissidente ceco Václav Havel, poi diventato il primo presidente della Cecoslovacchia libera.
Ora non deve sfuggire che Havel, capofila della dissidenza cecoslovacca e vecchio frequentatore delle prigioni praghesi, dopo questi inizi tribolati da paria della società, divenne presidente senza colpo ferire, tanto che si parlò allora di una “rivoluzione di velluto”. E poi, da presidente della Cecoslovacchia unita, pur essendo contrario alla divisione del paese, riuscì ad assistere, ancora una volta senza colpo ferire, alla nascita della Repubblica Ceca e della Slovacchia: un divorzio, di nuovo, “di velluto”.
Senza voler ripetere la battuta, attribuita a Pio XII che, alla morte del dittatore sovietico, avrebbe detto a un intimo: “Ora Stalin vedrà quante divisioni abbiamo lassù!”, non può non colpire questa contraddizione tra un mondo, nel quale proprio la rinuncia al potere e all’uso della forza ha prodotto degli esiti pacifici e reali, e un altro mondo, nel quale la forza si pretende onnipotente e poi, invece di portare alla pace in ventiquattro ore, non solo non attenua le guerre esistenti, ma le incrudelisce e si ritrova con stati che pretendeva di poter radere al suolo capaci di bloccare l’economia mondiale.
E tanto più deve colpire allora il fatto che, almeno all’inizio, anche la dissoluzione dell’Unione sovietica sia avvenuta, sempre senza colpo ferire, in un paese che era stato segnato da una rivoluzione, da una guerra civile e poi dal gulag e alla fine si era trovato con un movimento di opposizione – quello che sbrigativamente sarebbe stato chiamato il dissenso – che non aveva portato a una contrapposizione violenta (come era successo in molti casi nel democratico occidente, tra Brigate Rosse, Nuclei Armati Rivoluzionari, Eta, Ira, Rote Armee Fraktion, Action Directe, ecc.), ma aveva fatto invece una scelta esplicita e programmatica per il suo rifiuto.
Rivoluzione, guerra civile, gulag. Eppure, all’inizio, anche la dissoluzione dell’Urss è avvenuta senza colpo ferire
Questa, in effetti, era stata dall’inizio la caratteristica qualificante del Programma del movimento democratico dell’Unione sovietica, nel quale, sin dal 1970, ma al culmine di una lunga preparazione, era stata posta come inequivocabile la scelta per la non violenza, una scelta non dettata dal caso o da considerazioni tattiche ma da motivazioni di principio; “la violenza produce violenza”, avrebbe precisato più tardi Solgenitsin, mettendo in luce invece il carattere qualificante del sistema sovietico: “l’infamia dei metodi si perpetua moltiplicandosi nell’infamia dei risultati. Il risultato infame è la menzogna. Dobbiamo rifiutare di partecipare personalmente alla menzogna”.
Mentre sottolineava una presa di distanza netta dalla vecchia logica di partito, che prevedeva il sacrificio della libertà personale in nome del “bene della causa”, Solgenitsin andava anche al cuore del movimento che si stava consolidando in quegli anni: la scelta non era dettata soltanto dalla pressione delle circostanze e dal fatto che un regime apparentemente onnipotente e abituato all’uso di una violenza senza limiti non avrebbe esitato un istante a reprimere nel sangue qualsiasi rivolta armata; si trattava piuttosto di una precisa ed esplicita opzione per la verità contro la menzogna ideologica, che Solgenitsin stesso considerava il vero nucleo del sistema totalitario. “La fantasia e le forze spirituali dei malvagi shakespeariani si limitavano a una decina di cadaveri: perché mancavano di ideologia”, avrebbe detto nella sua opera capitale sull’Arcipelago gulag, denunciando la logica omicida tipica del sistema con la sua incessante produzione di nemici da eliminare: dai “nemici oggettivi” di Lenin ai “nemici del popolo” di Stalin, agli “agenti stranieri” di oggi. “Cosa fareste senza ‘i nemici’? Senza ‘nemici’ non potreste addirittura più vivere, perché l’odio è diventato la vostra sterile atmosfera. Ma in questo modo si perde il senso dell’umanità, una e indivisibile, e si accelera la sua rovina”, aveva scritto sempre Solgenitsin il 12 novembre 1969, in una lettera al Segretariato dell’Unione degli scrittori che lo aveva appena espulso.
L’opzione esplicita per la verità contro la menzogna ideologica, che per Solgenitsin era il nucleo del sistema totalitario
Questa posizione, però, non era soltanto sua e non era soltanto l’espressione di un movimento ormai definitivamente maturato e segnato da una opzione del tutto particolare, pacifista ed esplicitamente religiosa: era il manifestarsi di una coscienza comune, che si era formata nel tempo e che univa il cristiano Solgenitsin al laico Sacharov, futuro premio Nobel per la pace, ma prima ancora padre della bomba a idrogeno sovietica. Paradossalmente, era stato proprio il fisico Sacharov, in un opuscolo scritto agli inizi del 1968 e subito diffuso clandestinamente, ad ammonire che la corsa agli armamenti avrebbe potuto portare alla catastrofe nucleare; nel suo saggio, intitolato Riflessioni sul progresso, la coesistenza pacifica e la libertà intellettuale, Sacharov sosteneva che il cambiamento della società sovietica e del mondo non poteva avvenire attraverso la violenza, ma solo tramite il dialogo, la ragione e in un clima di quella che allora parve probabilmente una parola non particolarmente significativa o rivoluzionaria: glasnost’, trasparenza, sincerità, apertura, superamento della censura.
Noi oggi sappiamo che quella parola divenne in seguito uno degli slogan che guidò Gorbacëv nella transizione non violenta verso qualcosa che nel 1968 sembrava un sogno impossibile: la democratizzazione dell’Unione sovietica. In effetti, allora era proprio un sogno irrealizzabile: di lì a qualche mese, nell’agosto del 1968, l’Urss avrebbe posto fine al sogno del socialismo dal volto umano della primavera praghese; e allora, probabilmente, nessuno pose particolare attenzione proprio a quella parola che, almeno in parte, avrebbe poi contribuito a cambiare il mondo, ma che allora rimase comprensibilmente non notata, sottovalutata, dimenticata e, a Praga, addirittura calpestata.
E invece non solo quella parola era presente nel documento di Sacharov, ma era già stata utilizzata addirittura tre anni prima, il 5 dicembre 1965, per definire il primo raduno libero di protesta organizzato in Russia dalla fine degli anni Venti, il cosiddetto Meeting glasnosti, il Meeting della glasnost’.
Quel giorno non era come tutti gli altri: il 5 dicembre era l’anniversario della Costituzione dell’Urss ed era stato scelto appositamente per intervenire in difesa di Andrej Sinjavski e Julij Daniel’, due scrittori che qualche mese prima erano stati arrestati e accusati di aver fatto pubblicare all’estero sotto pseudonimo opere letterarie ritenute antisovietiche; la scelta di quella data era stata fatta dunque per rivendicare la necessità che lo stato sovietico rispettasse le sue stesse leggi, riaffermando così la centralità della legge e del diritto contro l’uso della violenza: non si doveva fare altro (per così dire, perché in quelle condizioni non era poco) che presentarsi davanti a un tribunale e richiedere il rispetto della Costituzione e la trasparenza su quello che avveniva al processo: uno degli slogan che si vedono sui manifesti preparati per l’occasione diceva appunto: “Esigiamo la glasnost’ sul caso Sinjavskij-Daniel’”.
Là dove regnava una forza priva di ogni sanzione democratica, veniva scoperta l’informazione come arma di una legalità autentica, con la creazione e diffusione clandestina di denunce, saggi e documenti destinati a squarciare il velo della censura, facendo leva sulla trasparenza per costringere il potere a fermare i suoi abusi. Era quello che si stava affermando come samizdat, l’auto-editoria clandestina dell’Unione sovietica; inventato per poter pubblicare liberamente qualcosa in un paese dove nulla poteva uscire senza l’autorizzazione dello stato, il samizdat stava invece diventando una pratica normale della società civile, tant’è che proprio qualche anno dopo, nell’ottobre del 1968, sarebbe nata la “Cronaca degli avvenimenti correnti”, un bollettino dattiloscritto che per diversi anni avrebbe informato il mondo sulla violazione dei diritti civili in Unione sovietica, senza commenti, ma limitandosi a registrare oggettivamente i fatti e segnando così una svolta decisiva nella gestione del potere da parte del sistema: da quel momento nessuna violazione della legalità avrebbe potuto sperare di passare sotto silenzio, cosa che era sufficiente per scatenare una caccia senza tregua agli autori della “Cronaca” e ai loro collaboratori (informatori e lettori), come in effetti avvenne anche se senza un grande successo, perché l’uscita del bollettino venne definitivamente arrestata solo dopo quattordici anni, alla fine del 1982.
Dove regnava una forza priva di ogni sanzione democratica, si scopriva l’informazione come arma di legalità autentica
Del resto, una persecuzione non meno dura e prolungata aveva già cominciato a colpire Aleksandr Esenin-Vol’pin, il promotore della manifestazione del 1965 che, al tempo, era ancora noto soltanto come matematico. Figlio del poeta Esenin – morto suicida nel 1930 dopo essere caduto in disgrazia col regime – era già stato perseguitato come pazzo, e lo sarebbe stato ancora ripetutamente, nel quadro dell’uso repressivo della psichiatria, ma non era né un pazzo (oggi c’è un teorema matematico che porta il suo nome), né un poetico sognatore che affermava una posizione di principio esclusivamente teorica; la sua iniziativa identificava, anzi, una pratica di azione precisa che rifiutava il ricorso ad atti eversivi e inaugurava una stagione di lotta non violenta, apparentemente destinata a una inevitabile sconfitta, ma che alla fine si sarebbe rivelata, come il samizdat, incredibilmente efficace e “contagiosa”.
Subito dopo la nascita della “Cronaca”, infatti, insieme al pullulare di pubblicazioni clandestine, un’altra manifestazione venne ad affiancarsi a quella di tre anni prima e ad altre ancora che si erano svolte nel frattempo: il 25 agosto 1968 ci furono otto “disperati” che andarono sulla Piazza Rossa a protestare contro l’invasione della Cecoslovacchia avvenuta quattro giorni prima; per pochi istanti riuscirono a esporre qualche cartello, su uno si leggeva: “Per la vostra e la nostra libertà”. Ma come nel dicembre di tre anni prima, apparentemente, era davvero una causa da disperati: non cambiarono nulla, anzi pagarono il loro gesto con detenzioni più o meno lunghe e la fine delle loro carriere. Da un punto di vista puramente immediato ed esteriore, fu un gesto inutile, coronato da un insuccesso, come parve inizialmente anche per tutte le azioni precedenti e per quelle di tanti anni a seguire. Per altro, era questa l’atmosfera di quegli anni: tra i dissidenti uno dei brindisi più diffuso era quello “al successo della nostra causa senza speranza”; e questo, secondo Sacharov, era il loro compito: “proporre un ideale in una situazione assolutamente disperata”.
Quello che avvenne dopo fu la verifica sorprendente di cosa possa significare il potere dei senza potere quando viene esercitato sul serio: quell’impresa di otto disperati viene ancora oggi ricordata come un gesto che riscattò l’onore e la dignità di una nazione di duecento milioni di persone, così che quegli otto, come disse il presidente Havel, divennero, “per i cittadini della Cecoslovacchia, la coscienza dell’Unione sovietica”.
Era una coscienza che aveva alcuni punti fermi: 1) il rifiuto radicale di qualsiasi opzione e movenza ideologica; 2) l’assoluto rispetto della legalità; 3) l’esplicita e incondizionata affermazione della non violenza; e 4) il riferimento al ruolo primario della responsabilità personale a prescindere da qualsiasi utilità o successo immediato, ma come carattere definitorio di una persona libera e irriducibile.
Così era stato, ancora prima di Solgenitsin, Sacharov ed Esenin-Vol’pin, perché tutta questa storia era cominciata molto prima, ad esempio quando, dopo il festival mondiale della gioventù del 1957, a Mosca, qualche giovane cominciò a trovarsi attorno alla statua di Majakovskij nella piazza omonima; volevano solo leggere poesie, di classici e di qualche loro compagno allora sconosciuto, ma poi diventato famoso come il premio Nobel per la letteratura Brodskij. Il Partito lasciò fare finché durò l’ondata di entusiasmo prodotta dal festival e dall’inaugurazione della statua; finita quella, tutti vennero richiamati all’ordine, con riunioni permesse solo se organizzate dagli organi ufficiali. I giovani non smisero e, visto che non potevano leggere, a partire almeno dal 1961, cominciarono a raccogliere le prime riviste poetiche clandestine, alla luce di uno slogan potente nella sua capacità di formulare in poche parole cosa volesse dire per un uomo libero l’assunzione della propria responsabilità: “Se non io e adesso chi e quando?”.
Seguirono le solite repressioni, finché nel settembre del 1965, non si arrivò alla vicenda degli altri due scrittori già ricordati, Sinjavskij e Daniel’, e alla storia che ormai conosciamo, ma anche questa era iniziata molto prima, in una concatenazione che la dice lunga sul permanere e il continuo ripresentarsi, in diverse condizioni, di un identico desiderio di libertà.
Quest’ultima storia era iniziata addirittura tra il 1950 e il 1951, quando un gruppo di ragazzi rimasti a lungo sconosciuti a tutti avevano cominciato a incontrarsi per leggere poesie; anche a loro non era andata bene, anzi era andata peggio: c’era ancora Stalin e la vicenda finì con qualche condanna a venticinque anni e tre condanne a morte, eseguite (!). Prima di conoscerla dagli archivi raccolti da Memorial (l’organizzazione fondata tra gli altri da Sacharov, per mantenere la memoria delle repressioni in Unione sovietica e poi in Russia e oggi chiusa da Putin), io l’avevo saputa da un mio studente che aveva scritto lì la sua tesi e aveva conosciuto una delle ragazze di allora, Susanna Pecuro, rimasta così viva da diventare, da vecchia, una collaboratrice volontaria di Memorial. Il mio studente le aveva chiesto cosa glielo avesse fatto fare, sapendo cosa rischiavano sotto Stalin; la risposta era stata “disarmante”: “Eravamo amici, amavamo la poesia, come avremmo potuto non condividere quello che amavamo?”.
Molti anni dopo, li avremmo chiamati dissidenti: termine sbrigativo – dicevo – tant’è che loro stessi ne usavano un altro, “diversamente pensanti”, ma anche questo non dà veramente l’idea: non si limitavano a pensare diversamente, vivevano diversamente e, vivendo diversamente, come disse uno di loro, Andrej Amal’rik, avevano fatto la cosa più semplice: “in un paese non libero comportarsi da persone libere”.
E così una buona parte di quel mondo era cambiato, senza violenza, per un’altra forza.
Dopo le manifestazioni pacifiche, con migliaia di candele accese, che nei primi giorni di ottobre del 1989 si conclusero con l’abbattimento del muro di Berlino, Horst Sindermann, presidente della Camera del Popolo della Ddr, poco prima della morte, avvenuta il 20 aprile 1990, disse: “Siamo stati cacciati dal popolo, non da una controrivoluzione… Eravamo preparati a tutto, ma non alle candele e alle preghiere”, o alla poesia.
Come disse Naval’nyj, “senza azioni moralmente giuste ma disperate non ci possono essere azioni vittoriose”
Quello che è avvenuto dopo e sta avvenendo oggi, è un’altra storia, ma ha ancora lo stesso principio, il difficile e non delegabile esercizio della stessa libertà, come ha detto quel “dissidente di classe” che fu Aleksej Naval’nyj: “Senza azioni moralmente giuste ma disperate non ci possono essere azioni vittoriose”.