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Settant’anni fa “La banda degli onesti”, che i critici chiamarono “filmetto”
Tre borghesi minimi provano a inventarsi falsari ma non ci riescono perché troppo onesti. La critica lo liquidò con bonario compatimento. Il pubblico lo amò subito. Oggi è un classico, con milioni di visualizzazioni e battute ancora memorabili
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4 APR 26

Giuseppe Lo Turco (Peppino), Antonio Bonocore (Toto') e Felice Cardoni (Giacomo Furia) fabbricano banconote false in una foto di scena del film '"La banda degli onesti"
In una Pasqua di settant’anni dopo, con le fosse piene del senno di poi, col nostro sguardo presbite che da lontano vede benissimo, siamo tutti d’accordo nel definire indimenticabile quel film: La banda degli onesti. E’ stato più volte riproposto in videocassetta e dvd, le televisioni di tanto in tanto lo rimandano, Amazon l’ha messo su Prime, totalizza su YouTube milioni di visualizzazioni, le sue battute restano memorabili e i cacciatori di location comparano le foto di com’era allora e com’è adesso la Roma che ospitò quei set. Si lavorò nel freddo e con la consueta fretta, nel gennaio del 1956, per portare quel film come divagazione pasquale nelle sale mentre Totò sfornava un titolo dopo l’altro: snobbato (è un eufemismo) dalla critica, ma amato dal pubblico dei semplici (alias il popolo, o “la ggente”). Non sorprende perciò che sul momento, a rileggere le critiche, fu sogguardata con bonario compatimento intellettuale la vicenda di tre piccoli o minimi borghesi – un portinaio, un umile tipografo, un imbianchino mammone – che provano a falsificare le banconote da diecimila lire ma sono troppo onesti. Non trovando il coraggio di spacciarle, finiranno per bruciare oggetto e tentazioni del reato mai commesso ma soltanto corteggiato. Al più, il film fu giudicato piacevole, spassoso, con diversi sprazzi comici grazie all’abilità di Peppino De Filippo (il tipografo Lo Turco), al talento di Totò (il portiere Bonocore), alle pose da “babbasone” di Giacomo Furia (l’imbianchino Cardone), che fu ben più di un caratterista.
Per compensare gli elogi quasi involontari, che affioravano tra le righe delle recensioni come fiori dalla mota, la stampa abbondò con i diminutivi: La banda degli onesti non era un film ma un “filmetto”; le figure dei personaggi erano “figurine”; la storia – scritta da Age & Scarpelli – una “storiella”; quello diretto da Camillo Mastrocinque non un lavoro, ma un “lavoretto”. Quasi a nessuno interessò approfondire la dichiarata esposizione di un apologo affisso sin dal titolo a quella parola magica così abusata nel pubblico dibattito italiano, allora come dopo: onestà (con o senza il pennacchio del “tà-tà” di cui pure è stata decorata).
Se negli anni Sessanta Sergio Leone ci regalò la Trilogia del dollaro, possiamo individuare nel decennio precedente (da semplici abusivi della critica cinematografica) perlomeno una Trilogia dell’onestà, ripartita tra registi e sceneggiatori vari ma accomunata dal nome di Totò: Guardie e ladri del 1951, La banda degli onesti del 1956 e I tartassati del 1959. Arriverà due anni dopo, come Giù la testa di Leone sarà successivo alla sua Trilogia, il Totò truffa ‘62 con Nino Taranto per la prima volta “spalla” cinematografica del principe de Curtis.
Curioso, ma è così, anche per Guardie e ladri e I tartassati, Aldo Fabrizi comprimario, gli occhiuti critici s’appuntarono più sulla resa attoriale e sulla “storiella” che sui contenuti, come se – “a prescindere” avrebbe detto il principe – quel tipo di pellicole non fosse legittimato a rimandare un “messaggio”. Ma il tempo risistema le cose e le rimette a posto anche per questo tempo nostro di aspra polarizzazione, dove o sei bianco o sei nero, o buono o cattivo, di qua o di là e al diavolo le sfumature, le mezze misure, le insondabili ragioni della vita che non è mai così semplice. Nel finale di Guardie e ladri, regia a quattro mani di Monicelli e Steno, il brigadiere Bottoni (Fabrizi) si scusa col piccolo mariuolo Esposito/Totò perché deve arrestarlo, si scusa dopo che lo ha visto a tavola in famiglia nelle vesti di un padre che s’affanna a sostenere la baracca. Se non lo porta in questura, il brigadiere sarà processato per esserselo fatto scappare dopo la cattura tre mesi prima, e Totò deve quasi convincerlo a onorare il dovere perché anche lui capisce le ragioni dell’altro. Nel frattempo i loro parenti si sono conosciuti e una storia d’amore tra i rispettivi giovani è sbocciata.
Succede così anche ne I tartassati di Steno, dove Fabrizi veste i panni del rigoroso maresciallo della tributaria Topponi, che al termine di una verifica contabile annuncia una multa di quindici milioni al commerciante Pezzella/Totò. Per l’evasore c’è un’estrema, illecita possibilità suggerita dal maldestro fiscalista (Louis de Funès): trafugare la borsa di Topponi con tutti i documenti, ma alla fine Totò, per salvare la carriera al disperato maresciallo, deciderà di restituirgli il maltolto. Nel frattempo, i rispettivi figli si sono conosciuti e innamorati. Il finanziere e l’evasore s’accingono a diventare consuoceri e giocheranno al Totocalcio perché hai visto mai: quei quindici milioni potrebbero arrivare da lì. Storielle, lavoretti, figurine? Ma se quei film si sono impreziositi con il tempo, tra le sbiadite celluloidi di innumerevoli pellicole gravide di “messaggi”, vuol dire che qualcosa superava la retorica, le gag e le battute. Che la favola insegnava, nella lotta tra l’illegalità e la legge, che le colpe dei padri non ricadono sui figli né le loro rivalità ne condizionano il futuro. Succederà lo stesso in Totò truffa ‘62: le irragionevoli ragioni dell’amore vagheggiano confetti e ignorano i papà. Se il mondo non si può spaccare in due come una mela, c’è una torta nuziale per dessert (anche per la signorina Lo Turco e Bonocore figlio).
Fu pure questo la commedia all’italiana, con il pregio oraziano e imperdonabile di raccontare elementari verità ridendo. La degenerazione nel patetico? Il finale di Guardie e ladri la sfiorò ma non l’attinse, notava Paolo Isotta nel libro postumo San Totò, che di quei film restituiva un altro pregio poco rilevato: le colonne sonore di Alessandro Cicognini, artista di primo livello che dirigeva il Conservatorio di Reggio Calabria quando il musicologo napoletano, allora ventunenne, esordì nella docenza (uomo severo con gli altri e con se stesso, Cicognini in un momento di sconforto prese il fascio delle sue composizioni “serie” e andò a gettarlo nell’Aniene). Sono volti e sono nomi che il tempo presbite accarezza con grazia: come quello di Giacomo Furia, il terzo degli “onesti”, su cui Francesca Crisci ha scritto una monografia nel 2020, cinque anni dopo la sua morte. Maschera ben sfruttata al cinema, Furia assurse in quel film, come nel celebre episodio delle pizze a credito con Sophia Loren ne L’oro di Napoli, al rango di coprotagonista. Molti avranno dimenticato come si chiamava, ma tutti appena lo rivedono ne riconoscono la faccia settant’anni dopo. Lavorò in centoquaranta produzioni, diverse con Totò, quest’attore per caso il cui nome all’anagrafe fu corretto in Giacomo Matteo però era stato registrato Giacomo Matteotti Furia, perché nacque sei mesi dopo l’omicidio del parlamentare socialista e suo padre, antifascista, protestò così: per interposta prole. Finché, quando lo iscrisse alla prima elementare, non arrivarono i carabinieri in classe. Cresciuto, mentre studiava Economia e commercio arrotondò dando lezioni di matematica a Luigi De Filippo, il figlio di Peppino, ma Eduardo girando per casa ne scrutò la faccia e gli mutò il destino. Prima il teatro, a dispetto dei futuri suoceri che lo reclamavano bancario, quindi il cinema.
Peppino Marotta, sempre troppo severo con Totò quanto gli scrittori engagé lo erano con lui perché “oleografico”, quando recensì La banda degli onesti sull’Europeo riservò a Furia le parole più affettuose: “A me i vezzi, l’irresistibile boccuccia a cuore, i femminei sgomenti di Giacomo Furia, mi deliziarono. E bravo don Giacomino: era inoltre Pasqua a Napoli, figuratevi, l’apoteosi dell’agnello che voi, come attore, gentilmente accarezzate e schernite”. Pasqua quell’anno cadde il primo aprile, ma i complimenti non furono per scherzo. Sebbene anche Marotta per la trama ricorresse al diminutivo (“raccontino”), ne colse il senso che altri snobbarono: “La nativa incapacità a delinquere degli umili personaggi, il congeniale orrore del crimine, davanti al quale sbiadisce ogni miraggio di ricchezza e di gioia”.
Certo i contraffattori e i truffatori d’oggi, spesso trasferitisi nel mondo digitale, hanno molti meno scrupoli. Siamo tutti meno ingenui e loro sono più spietati né s’accontentano di comprarsi un cappotto o le scarpe con lo scrocchio come i borghesi minimi di quella Roma lì, dove sono riconoscibili gli angoli della Suburra, il Ponte di Ferro, il caseggiato in viale delle Milizie, piazza Gimma. Questi e altri luoghi dove fu girato il film ospitano ormai negozi d’altro genere, ci sono molte più macchine in giro e colpisce il paragone con i muri cittadini allora immacolati. Non c’erano graffitari.
Sarebbe possibile un remake? Il figlio di Steno, Enrico Vanzina, ci rivela di avere scritto su richiesta tutta una sceneggiatura per La banda dei quasi onesti, ma non se n’è fatto niente; e racconta che il 27 marzo scorso è stato invitato al Busto Arsizio Film Festival per una proiezione de I tartassati, “un film capolavoro che ho presentato giusto un anno fa persino in Lituania, naturalmente con i sottotitoli, in una rassegna della commedia promossa a Vilnius dalla nostra ambasciata e dall’Istituto italiano di cultura. Mi chiedevo dubbioso come il pubblico avrebbe reagito, invece risero tutti dalla prima inquadratura all’ultima. La questione delle tasse, l’onestà, sono temi senza tempo né confini anche se quei film ne facevano un racconto leggero, perché non c’è argomento, per quanto drammatico, che non si possa trattare col sorriso. M’illuminò una frase che mi disse Ettore Scola tanti anni fa: ‘La forza della commedia all’italiana è di non essere mai moralista, perché bisogna rispettare le ragioni degli altri e anche i personaggi più spregevoli possono avere le loro’”.
L’onestà della banda, più che un valore civico, è una privata inclinazione. Come notava Marotta. Il portiere Bonocore si gioca il posto perché rifiuta di avallare l’imbroglio propostogli dal nuovo amministratore condominiale sulle forniture di carbone per il riscaldamento. Non c’è politica in questi minima moralia né catechismo nella sceneggiatura di Age & Scarpelli: “Lasciamo perdere il qualunquismo di chi s’ammanta di onestà come di una parola altisonante. All’età mia” considera Vanzina “sono giunto alla conclusione che non esiste in quanto termine assoluto: chi mai può definire il limite dell’onestà intellettuale, di quella matrimoniale o nei confronti dei figli? Penso piuttosto che sia legata alla coscienza individuale e l’obiettivo di ciascuno sia restare fedele a se stesso, anche se da fervente cristiano capisco come certe debolezze vadano pure perdonate”.
Impressiona vedere quanti film il principe girò nel ‘56 e come almeno alcuni abbiano resistito al tempo: Totò, Peppino e la… malafemmina, Totò, Peppino e i fuorilegge, Totò Lascia o raddoppia?, il quiz televisivo con cui milioni di onest’uomini e forse pure le canaglie scoprirono la televisione rimirando la svolta fortunata di alcuni concorrenti. Nei compulsivi giocatori che bazzicano le tabaccherie d’oggi possiamo leggere gli stessi sguardi, più la rapidità febbrile imposta da una vita dove tutto è accelerato. Vizi e virtù.
S’intitolava Ero felice e non lo sapevo lo spettacolo dedicato alla Roma della sua infanzia che Maurizio Battista, uno tra i comici più popolari, portò sulle scene qualche anno fa. Ora sull’onestà Battista s’interroga pubblicamente, non a teatro ma in una fluviale serie di video postati sui social per raccontare la disavventura personale, perché è rimasto vittima di un pesante raggiro, una truffa inaspettata. Nei reel si rivolge all’individuo che ha denunciato e suscita tra i follower reazioni contrastanti: c’è chi solidarizza e chi invece lo invita a smettere perché vorrebbe la vita di un artista separata dal suo profilo pubblico. Come non chiedere a Battista cos’è l’onestà? “E’ qualcosa di molto difficile da trovare e rara da mantenere, perché magari c’è chi parte onesto però di fronte a qualche soldo salta tutto…”, confida amaramente. “E’ un valore grande ma costa caro, come la dignità”.
C’è soluzione? “Adeguarsi, questo è il segreto. Se io fossi in lei, mi adeguerei…”, suggerisce malizioso Bonocore a Lo Turco, ma sono tutte chiacchiere. All’onestà soccomberanno ancora. Almeno loro, tra i rari inguaribili.