Si dice che i bambini bilingui dalla nascita, che imparano cioè a parlare dando nomi diversi alla stessa cosa, saranno aperti, recettivi, intuitivi. Ma che più di altri, nella vita adulta – per aver chiamato con nomi diversi la stessa cosa nell’età in cui si fondano le certezze – rischiano l’insicurezza, lo straniamento, la malinconia. Che sia di questa natura, il fenomeno ricorrente nella vita del protagonista dell’ultimo romanzo di Enzo Bettiza, intitolato “La distrazione” (Mondadori, 495 pagine, 20 euro)? Un personaggio tri, quadri e pentalingue, da buon figlio dell’impero austroungarico “entrato nel mondo quattro anni prima dello scoppio della Prima guerra mondiale”?